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Da Alitalia all’ex Ilva: ecco perché Cdp non può intervenire

L’uscita del leader di Italia Viva, Matteo Renzi, riapre il tema della discesa in campo di Cassa nel dossier dell’acciaieria di Taranto. Ma i vincoli statutari limitano il margine d’azione della spa di Via Goito

di Celestina Dominelli


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2' di lettura

Per capire se Cdp tornerà in campo sull’ex Ilva, dopo l’annuncio di ArcelorMittal, basterebbe forse partire dal suo statuto (articolo 3) che fissa paletti molto stringenti rispetto a un intervento del gruppo guidato da Fabrizio Palermo, laddove, nel definire l’oggetto sociale della spa di Via Goito, si vincola l’assunzione, anche indiretta, di partecipazioni alla «stabile situazione di equilibrio finanziario, patrimoniale ed economico» delle società tirate in ballo e «alle adeguate prospettive di redditività ».

Il ruolo di Cassa nella cordata guidata da Jindal
Un modo per dire che l’ingresso nella partita, evocato dal leader di Italia Viva, Matteo Renzi, senza che Cassa fosse informata dell’iniziativa, non è all’ordine del giorno. E a chi obietta che il gruppo era già intervenuto, nel 2017, nell’ambito della cordata AcciaItalia uscita sconfitta nella procedura con ArcelorMittal e guidata dagli indiani di Jindal - di cui facevano parte, oltre alla Cassa, che aveva una quota del 40% e il ruolo di «anchor investor», anche Arvedi e Del Vecchio - si ricorda che quell’asse, come pure le condizioni dell’investimento non ci sono più. E che anche le prospettive di rilancio dell’acciaieria di Taranto appaiono estremamente compromesse anche alla luce della disputa in corso con il governo.

Quanto basta, insomma, per escludere che Cassa possa intervenire al momento per salvare il destino già fortemente compromesso dell’ex Ilva, la cui situazione, come detto, appare incompatibile con i vincoli dettati dallo statuto. Gli stessi che hanno impedito a Cdp, invocata negli anni da più parti come cavaliere bianco, di accorrere in soccorso di aziende in grande difficoltà, a partire da Alitalia dove spesso il nome della Cassa è stato contemplato come possibile soluzione di tutti i mali.

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I vincoli statutari e i niet ai meri salvataggi
Ma i vari manager che si sono avvicendati alla guida di Cdp, da Palermo a Gallia fino a Giovanni Gorno Tempini, appena rientrato a Via Goito come presidente voluto dalle Fondazioni bancarie, soci di minoranza, hanno sempre opposto un chiaro “niet”. Lo stesso che la Cdp ha pronunciato anche rispetto al dossier costruzioni, dove, vale la pena di ricordare, l’intervento a fianco di Salini Impregilo e delle banche è stato autorizzato solo in un’ottica di consolidamento del settore e non di singolo salvataggio (nella fattispecie del general contractor romano Astaldi).

E la stessa obiezione è stata fatta valere di recente anche sul tema del fallimento delle banche venete. Anche in quel caso, la Cassa ha subordinato la sua discesa in campo a un’operazione di ampio respiro rammentando, a chi ne chiedeva l’intervento, i limiti fissati dal suo statuto. Che farebbero scattare l’immediato cartellino rosso di Bruxelles laddove la sua natura di market unit fosse sacrificata sull’altare di un mero salvataggio.

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