tecnologie

Da Amazon ad Apple: chi sorveglia le nuove baby sitter elettroniche

di Luca Tremolada


Amazon ci ascolta, un team 'origlia' i comandi ad Alexa

3' di lettura

Partiamo dalle notizie, anzi dalle denunce. Amazon è stata accusata di registrare dati dei bambini senza il consenso dei genitori con il dispositivo Echo Dot Kids Edition, la versione per ragazzi del suo speaker. Siamo negli Stati Uniti, il paradosso è che Echo Dot Kids è stato annunciato un anno fa e presentato come una versione di Alexa per piccini e quindi con la possibilità offerta ai genitori di controllare tutto quello che sente e che registra lo speaker.

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Nel lanciarlo Amazon aveva descritto il dispositivo come una nuova modalità per i bambini per divertirsi e imparare con Alexa, senza traumi per i genitori che sarebbero stati in grado di controllare i contenuti a cui i minorenni avrebbero avuto accesso. La denuncia presentata alle autorità federali da alcune associazioni per la tutela della privacy dei minori sarà analizzata nel dettaglio e non è banale nei contenuti. Secondo l'accusa, Amazon conserva i dati delle conversazioni dei bambini nel cloud nonostante i tentativi dei genitori di cancellarle, e raccoglie i loro dati in violazione delle direttive per la tutela dei minori online. Secondo Amazon invece non è così anzi la loro versione gratuita del software FreeTime offerta gratuitamente insieme al dispositivo offre già ai genitori alcuni controlli su come i loro figli possono interagire con il prodotto. Da capire sono le Skill le applicazioni di terze parti. In tribunale si è già capito che la discussione verterà sopratutto sulla comprensione da parte dei genitori delle regole del consenso per queste applicazioni e quindi sulle regole di ingaggio delle norme d’uso.

In Europa al contrario il dibattito sembra allargarsi anche alla società civile. In Inghilterra un rapporto della Commissione infanzia dal titolo “Who Knows what about me” ha lanciato un allarme sull’impatto a lungo termine della profilazione sui minori. Nel mirino non ci sono i social network ma tutto: tablet, smartphone, a volte assistenti vocali, spesso video o cartoni, quasi sempre videogiochi. A tutti gli effetti svolgono il ruolo della baby-sitter. Lo sanno beni i genitori contemporanei che, statistiche alla mano, si affidano più che mai agli schermi dei dispositivi elettronici per intrattenere i propri figli. Sostituendo così il «parcheggio» davanti alla televisione che hanno vissuto le generazioni passate. Cambiano i sensi di colpa ma anche, si potrebbe dire, gli orizzonti. I genitori del passato erano accusati di «lasciare i figli a guardare troppa tv». Quelli del presente sembrano avere perso il controllo su quello stanno vedendo (e facendo) i loro piccoli davanti agli schermi. Si sentono inadeguati a comprendere le novità del digitale ma al tempo stesso lottano per stare al passo con coding, robotica e tutte quelle attività che sembrano favorire in futuro l'ingresso dei loro figli nel mondo del lavoro della società digitale. Secondo gli esperti i genitori non si devono fidare ciecamente delle tecnologie che arrivano in casa come se fossero giocattoli di legno. Soprattutto quando il dispositivo si connette al web senza la presenza di software di parental control per la gestione dei contenuti. Per la prima volta non ci possiamo fidare.

Serve studiare il funzionamento di queste applicazioni, comprenderne le potenzialità e i pericoli. E arrendersi a logiche diverse da quelle che conosciamo. Come nel caso di Apple che di punto in bianco ha rimosso dal suo App Store diverse applicazioni di controllo parentale e di monitoraggio del tempo trascorso su iPhone e iPad.

Secondo una inchiesta del New York Times la casa di Cupertino avrebbe eslcuso almeno 11 delle 17 applicazioni. La mossa della piattaforma governata da Tim Cook ha fatto discutere in primi i produttori che hanno sollevato una accusa di pratica anti-concorrenziale visto che Apple possidede una applicazione analoga chiamata Screen Time. Gli avvocati del gigante californiano hanno però risposto che il problema è la privacy e la sicurezza. Queste applicazioni, che nascono per aiutare i genitori a controllare e limitare l’accesso ai contenuti da smarphone e tablet, utilizzerebbero infatti la tecnologia Mobile Device Management (o MDM), impiegata soprattutto nei settori aziendali, per esempio, per il controllo dei dispositivi mobili. Secondo Apple questi software fornirebbero accesso ad informazioni sensibili dei dispositivi su cui le applicazioni sono installate. Accesso che, secondo ricerche in mano agli avvocatidi Cupertino, potrebbe essere sfruttato da hacker cattivi e criminali informatici. Insomma, non sarebbero sicuri. Apple da sempre è attentissima ai temi della privacy e ne ha fatto una bandiera. In questo senso è una garanzia per un genitore. Ma non basta. Se persino i controllori delle baby sitter elettroniche cominciano a essere a loro volto controllati si pone un problema di fiducia. Che forse solo la tecnologia e la reputazione del brand non possono e non devono risolvere.

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