le sfilate di parigi

Da Armani e Chanel richiamo all’essenzialità: lusso significa eleganza

La gentilezza severa di Giorgio Armani, fatta di silhouette impeccabili, e il nuovo, morbido, rigore di Chanel ricordano che la couture non è necessariamente stravaganza, ma esalta il saper usare forme e materiali

di Angelo Flaccavento


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2' di lettura

L’idea che la couture, in quanto aliena da imposizioni biecamente commerciali, sia territorio della più assoluta stravaganza, andrebbe cassata, o ridotta. L’alta moda può essere rigorosa, in una maniera speciale che nasce dal lusso dei materiali e dalla perizia delle lavorazioni.

Armani Privé, il rigore diventa prezioso

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È una severità morbida quella che si impone in questi giorni a Parigi: presenza decisa di nero e prevalere di linea e silhouette su abbellimenti e decorazioni. Con la gentilezza severa Giorgio Armani gioca da sempre: è un maestro del genere perché maneggia l'arte della sintesi. Sottrae, elimina, pulisce per raggiugere l'essenza, che non vuol dire ridurre al nulla, ma trovare il significato vero. Armani Privè è il territorio nel quale questo esercizio si evidenzia con particolare eleganza, e la collezione presentata ieri negli spazi aerei e sontuosi del Petit Palais, tra soffitti affrescati, stucchi spumeggianti e pavimenti a mosaico ne è un esempio perfetto.

Armani Privè (Photo by CHRISTOPHE ARCHAMBAULT / AFP)

È Armani che fa Armani: sempre uguale ma sempre diverso. In particolare, lavorando con velature e sovrapposizioni che smaterializzano la silhouette, rivisita la vena vagamente esotica di una delle sue migliori stagioni: i tardi anni Ottanta. E torna sulla giacca maschile, eterno territorio di ricerca. Lo fa senza nostalgie o urgenze archivistiche, semplicemente riattualizzando echi e lacerti di uno stile che si evolve nella più assoluta continuità. Tra blazer impeccabili, bagliori iridescenti e scarpe maschili ricamate, la donna Armani è una pura espressione di armonia ed eleganza.

Chanel, una rinnovata eleganza immersa fra i libri

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Da Chanel , Virginie Viard si muove sull’alveo di Karl Lagerfeld, senza però agire da epigono, senza farsi intrappolare dalla riverenza. Con gentilezza, lascia che il proprio tocco di donna e designer si senta. È uno Chanel, il suo, più rigoroso ed essenziale rispetto al passato, ma anche più morbido. Si gioca tutto sulle silhouette asciutte e verticali, su una allure composta e libresca - lo show è ambientato in una biblioteca: Coco Chanel era avida lettrice almeno quanto Karl Lagerfeld era bibliomane. Il risultato è una collezione fresca e, se possibile. leggera - per quanto fresca o leggera possa essere Chanel, laddove i tweed e una spirito borghese sono di rigore.

Chanel (REUTERS/Charles Platiau)

Il disegno complessivo non torna sempre: certe sterzate sul corto, certo rutilare di chiffon, certo esplodere di colori appare improvviso e poco chiaro. Come manca un segno forte. Però è un buon inizio.

Givenchy (Photo by Lucas BARIOULET / AFP)

Il rigore diventa assoluto e architettonico da Givenchy, in un tripudio di bianco e nero, volumi estremi e ribellione da palazzo patrizio. La collezione si intitola “Noblesse Radicale”, ed è un tentativo di definire una idea di couture sospesa tra passato e futuro, tra convenzione e gesto insubordinato. Di punk, in realtà, ci sono solo le pettinature, perché il resto sono solo abiti dalla eleganza classica, estremizata. Qui e lì il debito con il McQueen di Sarah Burton è evidente, ma la couture è il solo territorio nel quale il direttore creativo Clare Waight Keller trova una coerenza che altrove non ha ancora raggiunto.

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