il virus e la moda

Da Armani a Zegna: gli stilisti non si fermano, ma c’è l’incognita produttiva

Progettare le collezioni è un percorso lungo, ogni sfilata richiede mesi di lavoro e anche in questo periodo tutti si sforzano di andare avanti

di Angelo Flaccavento

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Progettare le collezioni è un percorso lungo, ogni sfilata richiede mesi di lavoro e anche in questo periodo tutti si sforzano di andare avanti


3' di lettura

Il virus farà bene o male alla moda? Li Edelkoort, guru delle tendenze e paladina di un approccio responsabile, sul dannato Covid si è espressa in termini energizzanti un paio di settimane fa – quindi prima della ufficializzazione della pandemia e del lockdown globale – nel corso del suo intervento a Design Indaba, apputamento annuale con creativi e designer da tutto il mondo, che si è svolto a Città del Capo dal 26 al 29 febbraio. «Il virus rallenterà tutto. Assisteremo ad un arresto nella produzione di beni di consumo. È terribile e meraviglioso perché dobbiamo smettere di produrre a questo ritmo forsennato – ha detto Li Edelkoort –. È quasi come se il virus fosse una grazia straordinaria per il pianeta».

La situazione al momento è magmatica e confusa, in perenne evoluzione. Non propriamente una “grazia”, potrebbe aggiungere qualcuno. La risposta all’emergenza è ugualmente mobile. Cambiano per esempio i modi di progettare le collezioni: ricordiamo che il percorso è lungo, e che quel che porta ad una sfilata richiede mesi di lavoro, dal disegno alla scelta dei tessuti, dalla realizzazione dei prototipi al relativo sdifettamento. Una filiera complessa, che coinvolge numerose figure e che richiede contatto diretto.

La socialità virtualizzata dello smart working sta avendo un impatto a monte di questi processi creativi, che comunque continuano e non possono fermarsi – è a rischio una delle voci principali della nostra produzione industriale, nonostante la tenace miopia delle istituzioni. In tempi normali, adesso si sarebbe lavorato alle precollezioni, alle collezioni uomo e alla couture, per chi la fa. Si continua in effetti a farlo, ciascuno secondo approcci e soluzioni personali, perché la proverbiale inventiva italiana splende proprio nei momenti bui. Se e quando questi prodotti vedranno la luce è ancora incognita a dire il vero: c’è chi avanza l’ipotesi di uno stop stagionale, di una sospensione per evitare che le collezioni non ancora consegnate non vadano perdute.

Giorgio Armani assicura che «le prossime collezioni sono in gran parte già state preparate, perché lavoro per abitudine con anticipo. Manca, naturalmente, la messa a punto finale che mi auguro di poter fare a Milano, sotto data, a giugno. Non è mia intenzione comunque mettere a repentaglio la salute dei dipendenti per definire le sfilate, quindi mi muoverò di conseguenza. Si dovrà rivalutare attentamente il sistema moda, riconsiderando la tempistica e tenendo conto delle esigenze della clientela finale».

Angela Missoni, decisa e pragmatica, non ha dubbi: «Queste collezioni devono uscire: ne va del lavoro di molte persone. Noi ci siamo da subito attrezzati per equilibrare lavoro a distanza e lavoro reale. L’ufficio stile è operativo, a regime ridotto. La nostra azienda, per fortuna, gode di spazi ampi che consentono il rispetto delle distanze di sicurezza». Alessandro Dell’Acqua aveva già passato i disegni uomo e precollezione prima dello show di febbraio del suo marchio N°21, ed è in attesa dei primi campioni, che al momento tardano: «Per noi piccoli è complicato, perché abbiamo un timing ferreo».

Alessandro Sartori, direttore creativo di Ermenegildo Zegna, spiega: «L’operatività è più lenta e frammentata, ma regolare. Vedo un impatto positivo sul mindset dell’intero team: durante un fitting via Skype, tutti si esprimono con una insolita libertà. Questa è naturalmente una situazione di emergenza, ma anche la dimostrazione che si può lavorare in maniera diversa». Pierpaolo Piccioli di Valentino risponde da Nettuno: «Sto recuperando tempo e pensieri. Il distanziamento sociale mi mette in una condizione di riflessione. Condivido con il mio team lunghe videochiamate di gruppo o piccoli pensieri via whatsapp. La comunicazione risulta diretta e immediata e andiamo avanti insieme, ora più che mai. Credo che il tempo per pensare e ripensarsi sia un’opportunità per uscire più forti e consapevoli».

Per Silvia Venturini Fendi «il lavoro va avanti grazie alla tecnologia che mi permette di avere regolarmente contatti e riunioni con il team. Mai come ora creativamente è il momento di ascoltare le proprie emozioni per tradurle in collezioni che tutti noi speriamo di poter vedere realizzate, magari più piccole e più concentrate ma non per questo meno forti, anzi l’opposto».

I designer che abbiamo raggiunto rappresentano uno spaccato trasversale, non esaustivo, ma ricco e propositivo. Nella diversità delle risposte individuali, però, un tratto unanime emerge: la consapevolezza che la moda ne uscirà cambiata, in meglio. Chiude Dell’Acqua: «Dopo un momento così ci sarà voglia di cose nuove e belle».

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