rivelazioni digitali e non solo

Da Assange a Wylie, il difficile mestiere del whistleblower

di Biagio Simonetta

Nuove rivelazioni da talpa caso Cambridge Analytica e Facebook

3' di lettura

Christopher Wylie come Edward Snowden, Juliana Assange? Chiariamolo subito, il paragone per ora non regge. È ancora troppo presto per capire se lo scandalo Cambridge Analytica, raccontato al mondo da Wylie, avrà gli stessi effetti di quello sollevato da Snowden sulla sorveglianza di massa del Governo degli Stati Uniti, o la portata di Wikileaks. Al momento, dalle parole di Wylie è emerso un quadro significativo, e a pagarne il dazio maggiore è stato Facebook. Non tanto a causa del crollo in borsa che di fatto ha bruciato una quarantina di miliardi, quanto per il fuoco incrociato che è piovuto addosso a Zuckerberg.

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C'è ancora una partita tutta da giocare, però: se questa storia finirà per pesare veramente su quanto successo alle ultime presidenziali americane, le dimensioni dello scandalo saranno ben più vaste, e anche le conseguenze. Ad ogni modo, oggi Christopher Wylie, l'informatico dai capelli rosa, è a tutti gli effetti un whistleblower. E lo è perché ha denunciato pubblicamente le azioni fraudolente messe in pratica dalla sua ex azienda, Cambridge Analytica. Quella dei whistleblowers, d'altronde, è una lista che nel corso degli anni è cresciuta rapidamente. Com'è cresciuta, di pari passo, la protezione di questi soggetti (anche in Italia, dove una legge ad hoc è stata introdotta qualche mese fa).

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Edward Snowden
Il whistleblower per eccellenza è Edward Snowden, ex informatico della CIA e consulente super specializzato della NSA, la National Security Agency. Durante il suo lavoro Snowden viene a conoscenza di diversi programmi di sorveglianza di massa utilizzati dal Governo degli Stati Uniti. Raccoglie dati, prove inconfutabili, e decide di denunciare tutto pubblicamente. L'informatico fa vedere al mondo intero come il Governo USA entra in maniera illegale e sistematica nelle vite dei singoli cittadini, violando la della privacy degli americani. Ricercato dalla Cia e dai servizi di intelligence di mezzo mondo, Snowden viene aiutato da Julian Assange e dalla sua organizzazione Wikileaks, scappa in maniera rocambolesca dagli Stati Uniti, si rifugia prima ad Hong Kong per poi fuggire a Mosca, dove crea un grave incidente diplomatico ma dove risiede tutt'ora con un visto provvisorio di asilo politico.

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Julian Assange
Julian Assange è un hacker e attivista politico australiano fondatore del sito WikiLeaks. Nel mondo hacker era conosciuto con lo psudonimo “Mendax”. A 23 anni viene arrestato a Melbourne con l'accusa di pirateria informatica. Nel 2006 registra il dominio Wikileaks.org (sito che raccoglie la fuga di notizie, da “leak” perdita) e dall'anno dopo cominciano a esser pubblicati, in forma anonima, documenti scottanti e top secret sul conflitto in Iraq, Afghanistan e Guantanamo, (War logs), non gradite al Pentagono, che vengono rilanciate sui media internazionali. A dieci anni dalla fondazione, Wikileaks, è ancora il più importante archivio digitale al mondo di informazioni riservate su stati, aziende e organizzazioni. Vive da anni nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra.

Christopher Wylie
La storia di Christopher Wylie ha punti in comune con quelle di Snowden (un po' meno con quella di Assange), dalla passione per l'informatica alla denuncia delle condotte scorrette tenute dalle aziende per le quali lavoravano. Ma è allo stesso tempo molto diversa, a partire dal fatto che 28enne non è dovuto scappare da Londra e non è ricercato dalla CIA, né da nessun altro, e non vive da recluso in una ambasciata. Per ora Wylie ha aperto una raccolta fondi in suo sostegno sulla piattaforma crowdjustice.com, dove spera di raggiungere 50mila sterline in un mese. E continua ad usare il suo profilo Twitter (proprio come Snowden), dove nelle ultime ore ha twittato l'estratto di una comunicazione riservata, datata 22 luglio 2014, nella quale emerge in modo chiaro che Cambridge Analytica fosse in possesso di dati da utilizzare alle elezioni USA 2016. Una comunicazione che di fatto smentisce le ultime parole di Bannon («non sapevo nulla delle attività di mining»).

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