sale in zucca

Da Autostrade all’Ilva il “deja vu” di uno Stato a metà tra Pantalone e Paperone

Crisi produttive e processi di revisione delle politiche industriali riportano alla ribalta la figura di uno Stato pronto a intervenire sborsando soldi pubblici

di Giancarlo Mazzuca

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(ANSA)

Crisi produttive e processi di revisione delle politiche industriali riportano alla ribalta la figura di uno Stato pronto a intervenire sborsando soldi pubblici


2' di lettura

Tanto paga Pantalone: sembra quasi che dall’italica soffitta sia stata rispolverata una vecchia prassi (vi ricordate la Gepi?) secondo la quale chi sbaglia paga fino ad un certo punto perché, poi, a sborsare è sempre lo Stato che interviene puntualmente per raddrizzare situazioni incancrenite. Negli ultimi anni avevamo sperato che il Belpaese avesse definitivamente voltato pagina anche perché, con il pozzo di San Patrizio dei disavanzi pubblici, le riserve si sono praticamente prosciugate. E invece ci siamo sbagliati ancora una volta come dimostrano gli ultimi casi più clamorosi: Atlantia con Autostrade ed Ilva con Arcelor- Mittal.

Da Atlantia ad Alitalia
Sulla prima vicenda sono stati versati fiumi di inchiostro dall’agosto 2018, da quando crollò il ponte Morandi di Genova. Il governo gialloverde allora in carica - ed in particolare i Cinquestelle - chiese subito l’estromissione della finanziaria dei Benetton dalla gestione della rete autostradale italiana ma il braccio di ferro è andato avanti per un anno e mezzo senza risultati, salvo quello, sull’altro piatto della bilancia, di cercare di coinvolgere la stessa finanziaria sotto accusa nel salvataggio di un altro “moloch” pubblico: Alitalia.

Solo ora le Autostrade si dicono pronte alla revoca della concessione, ma chiedono in cambio allo Stato il risarcimento del cento per cento del suo valore che ammonta alla stratosferica cifra di 23 miliardi di euro. Intendiamoci, nulla di nuovo sotto il sole italiano. Una volta c’erano i furbetti del quartierino e adesso? Attendiamo, impazienti, di vedere la prossima puntata della “telenovela”.

Il costo dell’addio ad Arcelor
Meno clamorosi ma sempre significativi anche gli ultimi sviluppi dell’Ilva di Taranto. Secondo una fonte autorevole - il sottosegretario a Palazzo Chigi con delega alla programmazione economica Mario Turco -, la rescissione del contratto con Arcelor-Mittal, costerebbe allo Stato da 2 a 3 miliardi di euro (magari con un’integrazione europea) da erogare nell’arco di 4-6 anni. E una stima del Sole 24 Ore rileva che il “forfait” degli indiani potrebbe pesare ogni anno una cifra che va da 585 milioni (nell’ipotesi che tutti gli addetti agli impianti di Taranto vadano in cassa integrazione) a 835 milioni (in caso di commissariamento con una successiva specializzazione degli impianti).

Ma, al di là dei numeri in ballo, le due vicende rischiano davvero di far ripiombare l’Italia ai tempi dei carrozzoni pubblici. Ci risiamo davvero con un “deja vu” e con uno Stato a metà tra Pantalone e Paperone.

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