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Da Belmonte a Bova, pensatoi per tornare nelle aree interne

di Donata Marrazzo

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Bova nel Parco Nazionale dell’Aspromonte (Agf Creative)


2' di lettura

Piccoli, marginali, ultraperiferici, spopolati. Territori minori che rappresentano in questa fase post Covid – che tanto post non è - un’occasione e una speranza per la ripartenza, all’insegna di nuovi modelli di sviluppo sostenibile. I borghi entrano nelle visioni futuristiche di archistar, urbanisti, “paesologi”, guru del cambiamento, amministratori. Le tante piccole Italie disseminate nelle aree interne guadagnano posizione diventando luoghi attrattivi per viaggiatori e nuovi residenti. Soprattutto al Sud.

In Calabria, dove la risposta all’emergenza sanitaria in termini di contenimento dei contagi ha dato risultati positivi, si aprono nuovi scenari: le università a distanza e lo smart working sono un incentivo per il rientro di studenti e lavoratori fuorisede. E la rigenerazione urbana, che già si sperimenta da anni, sta migliorando la qualità della vita di piccole comunità. In alcuni borghi (Belmonte, Conflenti, Vaccarizzo di Montalto Uffugo, Bova) collettivi di artisti, ingegneri, architetti - e umanisti a vario titolo – contribuiscono a creare le condizioni per restare a vivere nelle aree interne della regione.

Gruppi di giovani danno vita a laboratori sociali per idee da sviluppare sul posto. È il caso di “Anno Sabbalabro” che coinvolge musicisti, artisti e videomaker. Il Collettivo Valarioti raggruppa, invece, “studenti Europei per la Calabria” che reclamano il diritto di andare, restare e venire nella regione, anche per chi calabrese non è. La questione passa necessariamente dal ripopolamento dei piccoli centri, ma anche dalle infrastrutture. Per esempio dalla banda ultralarga realizzata con i fondi europei che raggiunge tutti i comuni calabresi. Poco più di un anno fa la Regione ha assegnato fondi europei per 100 milioni di euro con un bando sulla rivitalizzazione dei borghi. Beneficiari i comuni. Ulteriori 40 milioni di euro sono stati invece destinati ai privati. L’iniziativa è stata segnalata come buona pratica dal tavolo nazionale di partenariato della programmazione europea 21/27.

In Italia sono circa 6 mila i piccoli centri a rischio di spopolamento, tra comuni e agglomerati situati in zone di grande valore naturalistico, parchi e aree protette, 2.300 quelli in stato di abbandono: l’emergenza sanitaria li ha riposizionati al centro di una nuova idea di Umanesimo in cui sia possibile integrare, tra connettività e banda larga, «il luogo dove si abita, quello dove si lavora e quello dove si svolge il tempo libero», secondo la visione dell’architetto Massimiliano Fuksas. Un invito a tornare a vivere nei paesini.

L’idea è vicina a quella del ministro per il Sud e la Coesione territoriale Giuseppe Provenzano che è partito a luglio da Bisaccia, in Irpinia, per un “Viaggio nei luoghi che (non) contano”, nell’ottica del rilancio della Strategia nazionale per le aree interne: «Sento l’esigenza di conoscere più a fondo l’Italia, i paesi e coloro che sono rimasti o rientrati durante la pandemia, i molti che stanno cercando l’opportunità di restare, innovando e sperimentando nuovi modelli di organizzazione sociale e produttiva». Insieme al ministro c’è il poeta e “paesologo” dei borghi disabitati Franco Arminio. Le prossime tappe sono previste per settembre.

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