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Da Brescia a Taranto: la mappa delle scorie distribuite lungo l’Italia

L'ultima cartina dei rifiuti radioattivi di Isin delinea un quadro in evoluzione ma frammentato. Ancora un'incognita il deposito nazionale

di Alexis Paparo

Nucleare, Cingolani: "Entro dicembre 2023 deciso sito deposito nazionale scorie"

3' di lettura

Il volume dei rifiuti radioattivi in Italia, al 31 dicembre 2021, era di 31.812,5 m3, in leggero aumento (+0.2%) rispetto al 2020. Eppure, non si tratta di una cattiva notizia. La nuova edizione dell’Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi redatta dall’Isin (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione), consultabile su www.isinucleare.it, evidenzia che sono le attività di smantellamento e bonifica a determinare l’aumento. Come quelle che interessano la centrale di Latina, in un Lazio che si conferma la regione con il volume maggiore di rifiuti radioattivi (10.026 m3, il 31,52% del totale nazionale).

In termini di radioattività, il rapporto evidenzia una riduzione di circa il 2% rispetto all’anno prima (2.785.393,9 GBq totali), con il Piemonte capofila (72,65% della radioattività nazionale), seguito da Campania e Basilicata.

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VOLUME DEI RIFIUTI RADIOATTIVI: DIFFERENZE RISPETTO AL 2020
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Smantellamenti finali nell'incertezza

La fotografia è quella di una situazione in evoluzione, ma gestita in maniera frammentata, con molti siti sparsi per la penisola e gli smantellamenti finali delle centrali vincolati alla creazione del Deposito unico nazionale per le scorie, di cui si discute da anni.

Dal rapporto Isin emerge una mappa delle scorie dormienti in cui, ai 18 depositi locali (15 in Lombardia, da Brescia a Segrate), si affiancano grandi siti noti come le quattro ex centrali nucleari. Nell'elenco spiccano il Reattore L54M di Città Studi, in pieno centro a Milano, il Reattore AGN dell’Università di Palermo (che non ha rifiuti radioattivi), e piccoli depositi con una storia ventennale di proteste, come l’ex Cemerad in provincia di Taranto. Nel 2000 l’area è sottoposta a sequestro giudiziario; la società è dichiarata fallita nel 2005 e, solo nel 2016, iniziano le pratiche di smaltimento degli oltre 16mila fusti di rifiuti pericolosi e radioattivi al suo interno (a dicembre 2020 ne risultano gestiti circa l’80%).

Deposito unico e sindrome Nimby

Dal 1999, la società di Stato Sogin si occupa dello smantellamento di centrali e impianti, della gestione dei rifiuti radioattivi e avrebbe in carico la futura realizzazione del Deposito unico nazionale. Il caso è un classico da manuale della sindrome Nimby (not in my backyard) che, negli anni, ha catalizzato le proteste di cittadini e comuni e che il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin si trova adesso a gestire. Resta da capire se intenda o no rispettare il termine ultimo, fissato dall’ex ministro Cingolani a dicembre 2023, per indicare il sito scelto fra i 67 indicati nella Cnapi, la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee.

Il prossimo anno potrebbe portare anche altre novità. I costi relativi alle attività di Sogin confluiscono da sempre negli oneri di sistema della bolletta elettrica, ma questo potrebbe cambiare presto. L'articolo 6 della bozza della legge di Bilancio 2023 solleva infatti le utilities dall’obbligo di riscossione in bolletta, e sposta sulla fiscalità dello Stato il finanziamento di queste attività, istituendo un fondo annuale di 400 milioni di euro, di cui 15 per la compensazione territoriale.

Presente e Futuro

1) L’impianto
L'impianto Nucleco della Casaccia (Roma), stocca la maggior quantità di rifiuti radioattivi
in Italia (7117,88 m3)

2) La regione
Il Lazio detiene il volume maggiore di rifiuti radioattivi: il 31,52% del totale nazionale

3) Il Deposito Unico Nazionale
Consentirà la sistemazione di circa 78mila metri cubi di rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività, la cui radioattività decade a valori non pericolosi in 300 anni. Si tratta reagenti farmaceutici, mezzi radiodiagnostici dagli ospedali, antenne di parafulmini. Ma vi saranno stoccati in via temporanea anche rifiuti a media e alta attività, che, per essere sistemati definitivamente, richiedono la disponibilità di un deposito geologico. Accanto al deposito nascerà il Parco Tecnologico, un centro di ricerca aperto a collaborazioni internazionali

4) Il modello francese
Il centro di stoccaggio de l’Aube è nella regione Champagne-Ardenne, simbolo della produzione vinicola francese. Dal 1992 ha portato introiti fiscali, posti di lavoro e turismo.

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