alla festa del cinema

Da Bridget Jones a Judy Garland: Renée Zellweger è cresciuta e punta all’Oscar

Applausi alla Festa del cinema di Roma per il biopic sulla vita breve e tormentata dell’attrice rimasta per sempre legata alla Dorothy del Mago di Oz. Quando la vita a Hollywood era tutt’altro che meravigliosa e il #metoo era ancora lontano a venire.

di Eugenio Bruno


Renée Zellweger in odore di Oscar

2' di lettura

Applausi a scena aperta per Renée Zellweger alla Festa del cinema di Roma. La 50enne attrice texana, resa celebre in tutto il mondo per l’accigliata e scapigliata Bridget Jones, è ormai cresciuta e con la sua perfomance in Judy punta all’Oscar. Grazie a un’interpretazione memorabile di Judy Garland: la celebre Dorothy del Mago di Oz. Divenuta famosa a 14 anni - quando la vita a Hollywood era tutt’altro che meravigliosa e il #metoo era ancora lontano - e rimasta segnata per sempre da quell’esperienza.

Arrivata a 50 anni Renée Zellweger dimostra di saper fare tutto: canta, balla e buca lo schermo. Con un’immedesimazione totale nel personaggio di Judy Garland che la candida di diritto all’Oscar. Nel provare a cavalcare l’onda favorevole del biopic - come dimostrano i successi recenti di Bohemian Rapsody e Rocketman - il secondo lungometraggio dell’inglese Rupert Goold riporta sullo schermo un’attrice nota in tutto il mondo ad appena 14 anni per la Dorothy del Mago di Oz. Senza moine e senza eccessi Zellweger si cala perfettamente nel personaggio. Anziché imitare Judy Garland preferisce limitarsi a reinterpretarla. Giganteggiando per quasi due ore di proeizione e dimostrando, tra l’altro, di possedere doti canore invidiabili.

Il primo merito di Judy è quello di riaccendere i riflettori su una delle più talentuose (e sfortunate) attrici di sempre. Della sua carriera vediamo solo l’inizio e la fine. Ma ci basta per intuire che agli alti degli inizi sono seguiti tanti e tali bassi da segnarla nel profondo. Così come capiamo quanti guai le abbia procurato la dipendenza dall’alcool e dai barbiturici. Il film si apre con un lungo ed efficace piano sequenza. Siamo nel 1939, a Hollywood, e vediamo una ragazzina esausta per il pesantissimo programma delle riprese e scossa dalle attenzioni morbose dei potenti degli Studios. Poco dopo la ritroviamo nel 1968, prima a Los Angeles e poi a Londra, quando ormai adulta e con quattro matrimoni alle spalle cerca ancora di dare un senso alla sua carriera. Per se stessa e per i suoi tre figli, di cui due neanche adolescenti.

Il secondo pregio del film è mostrarci come le ferite dell’infanzia non sempre si riparino. Dopo aver ottenuto un ingaggio per 5 settimane nel teatro “The Talk of the Town” - che le servirà non solo a pagare i debiti ed evitare di perdere la custodia dei due ragazzini ma anche a sentirsi viva - Judy Garland sembra aver recuperato lo smalto passato e trova anche il tempo per sposarsi una quinta volta. Ma i vecchi fantasmi (anche sotto forma di molestie subite sul set in tenera età) fanno capolino e le impediscono di tenere fede ai nuovi impegni.  Costringendola di fatto a dare prematuramente l’addio alle scene a soli 47 anni d’età. Con un’interpretazione struggente e coinvolgente per l’intera platea (sullo schermo e in sala) di quel “Somewhere over the rainbow” reso celebre da Dorothy. Un metafinale che dimostra come quell’esperienza le sia rimasta dentro per sempre e l’abbia portata a fare del consiglio del Mago di Oz - «Un cuore non si giudica solo da quanto tu ami, ma da quanto riesci a farti amare dagli altri» - la cifra della sua stessa esistenza.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...