I LUOGHI DELLA OSTALGIE 

Da Budapest a Lubiana: viaggio tra i caffè della nostalgia comunista

Locali che evocano il passato dove si pasteggia con wodka e cetriolini in un ambiente con tappeti alle pareti, secondo l'usanza russa, e samovar

di Antonio Armano


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5' di lettura

In principio fu “Goodbye, Lenin!”. Qualcuno ricorda il film che racconta la storia di Christiane, una donna fragile e malinconica che si risveglia dal coma dopo la caduta del Muro, e del figlio Alex che cerca di tenerla all'oscuro di tutto quello che è successo? Campione d'incassi, la pellicola ha portato alla ribalta il fenomeno “ostalgie”, la nostalgia dell'Est comunista. Un sentimento più intimo e proustiano che ideologico, provocato dalla vista di una certa marca di cetrioli invece che dalle Madeleine.

Il cafè Zsivago

A Berlino i locali che hanno sfruttato l'onda della ostalgie per emergere sono stati chiusi. Come lo “Zur Firma”, in Normannenstrasse, che ha suscitato molte polemiche perché sfruttava ironicamente il marchio della Stasi trasformando in chiave commerciale il suono sinistro di slogan come “Kommen Sie zu uns sonst kommen wir su Ihnen!”: “Vieni da noi o noi verremo da te!” Qui il riferimento cinematografico è diverso: “Le vite degli altri”, premio Oscar nel 2007, storia di una spia buona in mezzo al male assoluto del regime.


E' con sommo stupore dunque che apprendo dell'esistenza di un “Café Zsivago” a Budapest, un locale dedicato a uno dei più celebri romanzi della letteratura sovietica, che ha fruttato a Pasternak il premio Nobel. Ho scritto “stupore” perché L'Ungheria è il paese dell'Est che per primo – correva l'anno 1956 - si è ribellato a Mosca e dove trent'anni fa si è aperta la prima crepa nel muro di Berlino. O meglio nella cortina di Ferro. Il 27 giugno 1989 il ministro degli affari esteri Gyula Horn ha fatto smantellare un tratto di cortina al confine con l'Austria aprendo un varco dove sono passati i cittadini della Ddr in fuga verso la Germania ovest.

Entrando allo “Zsivago”, vicino alla centralissima piazza Oktogon, si respira una atmosfera molto vecchio stile, con tappeti alle pareti, secondo l'usanza russa, samovar, varie edizioni del romanzo. E' un luogo molto tranquillo dove si va per bere un caffè o anche per lavorare al computer. Niente simboli comunisti ma del resto “Il dottor Živago” (“Zsivago” nella trasliterrazione ungherese dal russo) era troppo poco ortodosso rispetto alla linea del Cremlino sia pure nel periodo del disgelo post-staliniano. Se Giangiacomo Feltrinelli non avesse fatto il colpaccio di portare a Milano il manoscritto, trafugandolo a Berlino, non sarebbe mai uscito. Invece esce in Italia nel 1957 in anteprima mondiale, poco dopo la repressione della rivolta a Budapest raccontando un ampio arco di storia russa: la rivoluzione bolscevica, l'instaurarsi del regime sovietico e la seconda guerra mondiale, attraverso l'amore tra il dottore e la crocerossina Lara. Lo stesso nome dell'infermiera russa fidanzata di Alex in “Goodbye, Lenin!”

Nel menù tra vodka e liquori fake italiani
Allo “Zsivago” ci sono tre marche di vodka, ma anche liquori “occidentali”, compreso un improbabile “Mandolino Amaretto”, e qualche piatto di ispirazione russa come i “pirogi”, che sono dei fagottini di pasta ripieni.

Il menù del locale a Kiev

Nell'ex Urss non è necessario cercare luoghi particolari: basta mettere piede fuori dai centri storici per trovare periferie con palazzi decrepiti, grandi fabbriche abbandonate, negozi e ristoranti mai rinnovati, mercatini con in vendita cimeli comunisti. In Transnistria, Repubblica secessionista in territorio moldavo, non riconosciuta dalla comunità internazionale e sostenuta da Mosca, i simboli del potere sovietico non sono stati rimossi. Ma quanto a locali si propende per il nuovo e la cucina che va è quella italiana con un ristorante “Mafija” che serve la “pizza Berlusconi” a Tiraspol.

In Ucraina una catena di locali stile “café Zsivago”, modernariato sovietico, è Katjuša Varenična. Katjuša è il diminutivo di Ekaterina, mentre il resto dell'insegna si riferisce alla specialità ucraina dei “vareniky”, ravioli che possono essere salati (patate e verze il ripieno più comune), ma anche dolci, con ripieno di ciliegie e altra frutta. Sono stato nel locale di piazza Vogzalnaja (piazza della Stazione) a Kiev. Niente aria polverosa ma colori pastello forti, genere illustrazione di Norman Rockwell, versione sovietica soprattutto nel rosso acceso e quasi mistico del “kompot”, una bevanda ottenuta facendo bollire frutta. Il menù è stampato imitando vecchie riviste. In un locale di questa catena a Sebastopoli, Crimea, il menù sembrava una fotocopia dell'Izvestija (“Notizie”), il quotidiano sovietico che faceva da spalla alla Pravda (“Verità”). Non so se sia ancora aperto, ma ora il porto sul Mar Nero è stato annesso alla Russia ed è poco accessibile.

Dormire in una prigione
Un luogo dove la storia è stata usata in modo creativo e allo stesso tempo rispettoso del passato, senza ironie superficiali, è l'ostello Celica a Lubiana. La struttura nasce a Metelkova, ex caserma dell'Jna, l'esercito jugoslavo, che doveva essere abbattuta dopo la secessione della Slovenia dalla Jugoslavia. Il complesso viene occupato e diventa un centro culturale importante per la città. L'ostello, considerato uno dei migliori della capitale, sorge proprio dove si trovava una prigione già nel periodo asburgico. Le “celle” ovvero le camere sono personalizzate da diversi artisti, rievocano, senza indulgere in suggestioni cupe, il passato che è trascorso dietro le sbarre per i nemici dell'imperatore asburgico o di Tito a seconda del momento. Questa era una prigione.
Da Celica ho incontrato Miha Mazzini, autore del “Giradischi di Tito” (tradotto da Fazi nel 2008), scrittore di origine italiana con cui ho parlato di “jugonostalgia”, un sentimento molto diffuso dopo la tragedia della guerra civile, che tra un conflitto e l'altro è durata dal '92 al '99. Mi ha raccontato un aspetto surreale della jugonostalgia: i western prodotti durante il regime di Tito. Gli indiani vincevano sempre e l'eroe più amato, il John Wayne titino, era Gojko Mitić. Con la guerra moltissimi jugoslavi si sono rifugiati all'estero, Stati Uniti in primis. Gojko ha fatto delle tourné americane incontrando i connazionali (o ex connazionali): non erano soddisfatti dagli indiani veri e originali. Erano legati agli indiani del loro passato.


A Varsavia, in via Zelazna, il ristorante “Pod Czerwonym Wieprzem”, con profusione di rosso e décor sovietico, ritratti di leader comunisti, da Che Guevara a Mao a Breznev, serve piatti come il “maiale alla Honecker”. E' un posto elegante, da vecchia nomenklatura, e si trova tra le mura di quella che era una mensa segreta del periodo comunista, in zona ghetto. Un luogo di libagioni privilegiate e nascoste. La presa di distanza rispetto al recupero del passato sta nell'insegna che vuol dire “Al maiale rosso”.

Il rock in cantina
In Urss negli anni '70 e '80 c'è stata una cultura underground che ha spaziato dalla letteratura alla musica. Uno degli idoli di quel movimento è stato Viktor Coj, front man della rock-band Kino. Per la bohème artistica sovietica una delle cose più difficili da affrontare era l'obbligo del lavoro e Coj, figlio di un ingegnere coreano, lo ha aggirato facendo, come tanti, il fuochista. Lavorava nella sala caldaie di uno studentato femminile. Quel seminterrato, a San Pietroburgo, oggi è diventato una sorta di rock-pub e museo: il Kamčatka, in via Blochin. Coj è morto in un incidente d'auto nel '90, poco dopo il crollo del Muro e poco prima della disgregazione dell'Urss, ma è ancora molto amato. Non esiste più invece il caffè Vietnam, dove si ritrovavano gli scapigliati di quel periodo a smaltire la sbornia con espresso fatto con una macchina ungherese (lo racconta Gian Piero Piretto in “C'era una volta l'Urss). Al suo posto un negozio di sanitari italiani.

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