Le sfilate di Parigi

Da Chanel e Louis Vuitton collezioni teatrali e sontuose, Miu Miu realista controcorrente

Anche la settimana parigina si è conclusa confermando che la turbolenza post-pandemica non ha ridotto ma ha aumentato l’intento di fare vestiti e rmarketing per venderli

di Angelo Flaccavento

3' di lettura

La settimana parigina delle sfilate si conclude con una certezza: la turbolenza post-pandemica non ha prodotto alcuna reale moralizzazione, o rimpicciolimento di scala, e non ha nemmeno risolto problemi pregressi come lo scivolamento della moda nella direzione di una pura immaterialità. Anzi, li ha fatti detonare. L'attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sul come, sulla modalità di presentazione, sulla teatralità instagrammabile dello show, spesso a detrimento dei vestiti stessi. Del resto, con il marketing sfrenato di oggi si riesce a vendere tutto, quindi, davvero, vale tutto.

Da Chanel si mima l'età dell'oro, ovvero gli anni 80 e primi 90: passerella rialzata con i fotografi tutto intorno, modelle che escono a gruppi e look interpretati. L'effetto è energetico, con un distinguo: le modelle di oggi, poco esercitate alla camminata e prese invece a mostrare una attitude dura e cool, appaiono un po' a disagio nei panni delle seduttrici che flirtano con l'obiettivo o che giocano tra di loro. Ben venga lo humor nostalgico, quindi, a patto di ricordare che nulla è uguale al secondo giro. Sugli abiti, il collage delle citazioni pesca negli anni 80 e 90 della maison, ma tutto appare immobile, un po scollato dal tempo presente.

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Chanel, nostalgia e ironia anni 80

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Come sempre testardamente e felicemente controcorrente, Miuccia Prada dichiara da Miu Miu di non voler far moda, ma naturalmente questa scelta si traduce in una proposta moda ad alto impatto - una delle piú forti in una stagione magra fino al patimento di sorprese vestimentarie. Anche qui il come è importante, visto che la sfilata include un intervento live dell'artista Meriem Bennani sullo streaming dello show, ma i due piani, materiale e immateriale, è come se si sfiorassero appena. La collezione è un detour intorno ai capi archetipi del guardaroba maschile e femminile - dalla giacca cammello ai pantaloni di grisaglia alle tuniche ricamate al pullover girocollo -, stravolti nelle proporzioni, tagliati inesorabilmente al vivo per mostrare larghe porzioni di pelle nuda. Il gioco di tema e variazione è calibrato in un meccanismo perfetto, ripetuto in infinite variazioni e modulazioni, mentre la scelta di capi ordinari radica l'esperimento nella realtà, sottraendo la moda alla dimensione dell'entertainment per restituirla a quella della vita. Non è poco.

Il gioco di pattern e proporzioni su pezzi sportivi - canotte, polo, bermuda - è poco più che un esercizio di stile da Lacoste: accattivante ma onanistico, visto che poi in produzione di tutto ció non va nulla, e alla fine in negozio è sempre la polo a trascinare i commerci.

Louis Vuitton, viaggio attraverso 200 anni di stile

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Ma è da Louis Vuitton che l'esercizio di stile raggiunge il picco dell'astrazione lambiccata, rimanendo chiuso in se stesso. Da tempo Nicolas Ghesquière sembra essersi barricato in una torre d'avorio di sperimentazioni astruse che poco hanno a che fare con la realtà del vestire. Il metodo è sempre lo stesso, sono le parole usate per il racconto che cambiano poco. Questa stagione il collage di panier e uniformi, di settecento, futuro e anni venti viene servito come un gran bal attraverso il tempo. Immagine suggestiva, oggi che tempo e storia sono più che mai nozioni soggettive, tradotta in una collezione sontuosa quanto difficile da immaginare lontano dalla passerella. L'occhio gode, la realizzazione è alta ma su tutto aleggia un'aria come di costume. Ghesquière ha la capacità di portare tutto questo a terra, e sarebbe il momento giusto per farlo.

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