Le sfilate di parigi /8

Da Chanel a Vuitton, la strana stagione della moda si chiude elogiando un’indulgente sventatezza

L’ultima giornata delle sfilate parigine chiude il sipario su settimane complesse, fra percorsi da chiarire e proposte che travalicano i codici esistenti, anche temporali

di Angelo Flaccavento

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La sfilata Louis Vuitton

L’ultima giornata delle sfilate parigine chiude il sipario su settimane complesse, fra percorsi da chiarire e proposte che travalicano i codici esistenti, anche temporali


3' di lettura

Ottavo e ultimo giorno. Si tirano le somme di una stagione decisamente memorabile: per gli eventi esterni, in primo luogo, ma anche per quel che si è visto in passerella. Vero coacervo multietnico del fashion contemporaneo, Parigi conferma il proprio status di capitale fermentante e progressiva. Si vede di tutto, ad opera di autori che arrivano qui da ogni angolo del globo.

Chanel, ritorno agli anni Ottanta di Karl

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Da Chanel, Virginie Viard continua ad alleggerire, con tocco francese. Il suo Chanel è molto diretto, molto immediato e molto prodotto, pieno di capi facili da capire e facili da indossare, c’è una marea di bottoni a pressione, per madame giovani e meno giovani che si mettono su di tutta fretta. Questa scelta normalizzante è immediata, certo, e per alcuni versi accattivante, ma pone non pochi interrogativi relativi all’appeal e all’identità di una maison tanto gloriosa.

Non fosse per i trim neri, per certi colli e certe lunghezze, questo potrebbe essere Chanel come qualsiasi altra cosa. Non ci sono accessori desiderabili, tocchi frivoli, guizzi d’estro, e la direzione di stile non è chiara.

Miu Miu, esercizi di compiaciuta frivolezza

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Da Miu Miu si gioca a far le dive anni Quaranta, dalle acconciature disegnate con il ferro caldo alle gonne longuette che disegnano ogni curva del corpo. Al centro del discorso, qui, è il piacere di giocare con la moda e con le armi della seduzione - quelle da manuale, proprio: le trasparenze, la luccicanza dei cristalli, la setosità dei rasi, la voluttà della pelliccia. C’è qualcosa di radicale, oggi, nel sostenere il valore della sventatezza, il potere della più compiaciuta frivolezza, ed è proprio in questo pantano glitterato che sguazza Miuccia Prada.

Sottile e provocatoria, però, sottolinea la distanza tra il presente e il glamour che fu evidenziando i difetti. Non tutto torna; i vestiti paiono recuperati in soffitta. La sottoveste sta al posto dell’abito, i rasi sono acciaccati, il pelo è arruffato e una cinturaccia da uomo lega tutto in vita. C’è tanta opulenza, e parecchie pezze, ma ce ne sarebbero volute di più per stemperare riferimenti a volte un po’ troppo letterali.

Non c’è spontaneità da Louis Vuitton, anche se l’intuizione alla base dello show è notevole. Stretchando l’idea del viaggio che è parte integrante dei valori della maison, Nicolas Ghesquière attraversa il tempo concentrandosi sull’hic et nunc, inteso come conflitto e coesistenza di epoche lontane. Il concetto, elucubrato e stilisticamente lambiccato, è in realtà qualcosa cui tutti assistiamo e partecipiamo ogni giorno: la cultura digitale per sua stessa natura vive di una costante riscrittura del tempo, di una sincronia infinita e schiacciante di passato e presente.

Louis Vuitton, le contraddizioni di un viaggio nel tempo

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Ghesquière usa una teatralità accattivante per veicolare il messaggio. La colonna sonora della sfilata, composta da Woodkid e Bryce Dessner, si intitolata Three Hundred and Twenty ed è basata sull’opera di Nicolas de Grigny, contemporaneo di Bach. La esegue dal vivo un coro di 200 personaggi, vestiti da Milena Canonero, costumista di rango e più volte premio Oscar, con abiti che vanno dal XV secolo agli anni 50: una visione così magnifica da inghiottire tutto il resto.

Sulla passerella, Ghesquière traduce l’attraversamento temporale in un clash di stili disparati che chiama “anti total look”. In teoria, l’idea è magnifica: la sottogonna con la giacca a vento; la marsina con i pantaloni da motociclista e via deragliando. Il risultato, però, è troppo leccato, troppo perfetto, senza un errore o una sbavatura, che è invero l’esatto contrario del non total look. Lasciarsi andare è un modo meraviglioso per accettare gli scontri e le contraddizioni del tempo. E anche quelli della vita.

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