La guerra di Mosca

Da Chernobyl a Kiev, così Putin scatena l’inferno in Ucraina

L’intelligence americana teme che la capitale possa cadere nel giro di pochi giorni: l’obiettivo del Cremlino sarebbe far cadere Zelenskyj e installare un regime-fantoccio

di Antonella Scott

Ucraina, da Parigi a Tokyo le proteste contro l'invasione russa

4' di lettura

Dolore, indignazione, vergogna: «È quello che proviamo tutti - dicono da Mosca -. Si avrebbe voglia di pregare, e imprecare». «Il nostro Paese - fa eco Dmitrij Muratov, premio Nobel per la pace e direttore della Novaja Gazeta - ha iniziato una guerra contro l’Ucraina. Non è possibile fermarla, e per questo proviamo dolore e vergogna».

Eccolo, il vero legame tra russi e ucraini calpestato nel sangue da Vladimir Putin nel momento stesso in cui ha dichiarato guerra al “popolo fratello”, arrivando a giustificare proprio con la necessità di proteggere la popolazione civile da «un genocidio» un’invasione negata per settimane.

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E mascherata anche nel nome, perfino mentre giovedì l’artiglieria russa andava a bombardare le città del Paese fratello: questa non è guerra, per gli strateghi del Cremlino, ma solo «un’operazione militare» voluta per riportare all’obbedienza una nazione a cui perfino nella grammatica il russo nega la preposizione “v” dedicata agli Stati, concedendole solo il “na” che si applica alle regioni.

La responsabilità per lo spargimento di sangue - è arrivato a dire Putin - «ricadrà interamente sulla coscienza del regime al potere sul territorio ucraino».

Avvertimento nucleare

Negli ultimi anni «il mondo non è mai stato così vicino a una catastrofe globale», denunciano i giornalisti indipendenti russi. L’attacco all’Ucraina è scattato all’alba di giovedì, anticipato dalla dichiarazione di guerra del presidente russo che seduto di fronte al tricolore russo ha cupamente ripercorso per l’ennesima volta in pochi giorni tutte le rivendicazioni e le motivazioni che avrebbero reso inevitabile la necessità di «demilitarizzare e denazificare» l’Ucraina.

Ma il passaggio più raggelante è venuto alla fine dell’intervento del presidente russo: «E ora - ha detto Putin - alcune parole importanti a chi potrebbe farsi nascere l’idea di interferire. Chi provasse a immischiarsi, soprattutto a creare minacce per il nostro Paese, per il nostro popolo, sappia che la risposta della Russia sarà immediata e vi condurrà a tali conseguenze, come non ne avete mai sperimentate».

Non ha pronunciato la parola “nucleare”, Putin, ma così è stato interpretato, a conferma di una determinazione a spingersi ormai oltre ogni limite nella sua sfida. Confermata nelle parole successive: «Siamo pronti a qualunque sviluppo: tutte le decisioni necessarie a questo riguardo sono state prese. Spero di essere ascoltato».

Uno scenario inimmaginabile

Poco dopo, le prime esplosioni su Kiev, là dove fino a poche ore prima era sembrato inimmaginabile che Putin osasse spingersi. Le città dell’Ucraina sotto attacco da terra, cielo e mare: Odessa, Kharkiv, Ivano-Frankivsk, Kherson, Lutsk, Mariupol. In pochi minuti sono crollate montagne di analisi, sforzi diplomatici, scenari e supposizioni sulle dimensioni piccolo-medie della possibile invasione. La scelta di Putin ha cambiato il corso della storia.

Quella lanciata dalla Bielorussia da Nord, da Crimea e Mar Nero/Mar d’Azov da Sud e dalle frontiere orientali del Donbass è una delle maggiori offensive militari che l’Europa abbia visto dopo la Seconda guerra mondiale. Non bombarderemo le città: gli obiettivi di «armi di precisione» saranno le infrastrutture militari, chiariva il ministero russo delle Difesa. Ma in breve colonne di carri armati e blindati sono entrati in Ucraina al seguito degli attacchi aerei: l’intelligence americana ritiene che la capitale, di fatto assediata dopo la presa dell’aeroporto militare di Hostomel ma con lunghe file di auto di residenti disperatamente in cerca di una via di fuga verso Ovest, possa cadere in pochi giorni.

Ma Volodymyr Zelenskyj, il presidente ucraino, è tornato a rivolgersi ai connazionali chiamandoli a difendere il Paese: «Quelli che abbiamo udito oggi non sono solo esplosioni di missili, spari e rombi di aerei - ha detto -. Questo è il suono di una nuova Cortina di ferro che sta scendendo per isolare la Russia dal mondo civilizzato».

Impossibile raccogliere un bilancio preciso delle perdite subite e degli obiettivi colpiti. Da parte ucraina il bilancio di ieri sera era di 57 morti e 169 feriti. I russi smentiscono l’abbattimento di propri aerei, e affermano di aver distrutto 83 impianti militari.

Battaglia nella zona proibita

Si teme una seconda ondata di attacchi. Giovedì, tragedia nella tragedia, russi e ucraini si sono dati battaglia attorno a Chernobyl: la zona proibita,  la centrale nucleare esplosa nell’aprile 1986 e la città rimasta deserta di Pripyat si trovano a poca distanza dal confine bielorusso, e a più di 100 km dalla capitale. Secondo una fonte riportata dall’agenzia AP, l’artiglieria russa avrebbe raggiunto un deposito di scorie radioattive: «Una dichiarazione di guerra contro l’intera Europa», ha denunciato Zelenskyj.

Russi in piazza contro la guerra di Putin

La protesta dei russi

«Non intendiamo occupare l’Ucraina», afferma Putin. Il suo obiettivo finale diventerà più chiaro nelle prossime ore, ma già è facile immaginare la volontà di un cambio di regime per rivedere al potere a Kiev un Governo compiacente come quello di Viktor Yanukovich, cacciato dopo le proteste del Maidan. «Apparentemente - spiega la politologa russa Tatjana Stanovaja - l’operazione militare è stata preparata da una cerchia ristretta, in cui di fatto tutte le decisioni sono state prese dai militari. A Putin hano promesso un’operazione-gioiello da completare in pochi giorni, con perdite minime tra i civili. È anche facile immaginare l’aspettativa di veder cadere l’intero Governo e disperdersi l’esercito, lasciando un vuoto politico e dando alla Russia la possibilità di installare un regime amico. Mi immagino l’eccitazione di Putin a vedersi presentare le immagini di una rapida resa e di residenti entusiasti a dare il benvenuto ai liberatori».

Per il momento, però, le immagini su cui Putin dovrebbe riflettere sono quelle che vengono da casa sua. Dalle 53 città russe in cui la gente è tornata in piazza a protestare. Malgrado il pugno di ferro con cui ormai viene accolta in Russia ogni minima manifestazione di dissenso. Gli arresti sono stati più di 1.700. Gente che teneva in mano cartelli con scritto : «No alla guerra».

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