SOLDI E POLITICA

Da Citaristi a Centemero e Bonifazi, il rischioso mestiere del tesoriere di partito

di Riccardo Ferrazza


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(Fotogramma)

5' di lettura

La storia politica procede per coppie di tesorieri che finiscono nei guai giudiziari: dopo quella celebre degli anni ’90 formata da Severino Citaristi (Democrazia cristiana) e Vincenzo Balzamo (Psi), ora è il potenziale duetto composto da Giulio Centemero (Lega) e Francesco Bonifazi (ex Pd) che rischia una richiesta di processo per finanziamenti illeciti ottenuti dal costruttore romano Luca Parnasi. Nell’intermezzo temporale si collocano Francesco Belsito (ancora Carroccio) e Luigi Lusi (Margherita), figure spregiudicate capaci di sfruttare la propria posizione per l’utilizzo di contributi pubblici. Vicende tra di loro diverse e lontane nel tempo ma che autorizzano a riconoscere un filo: maneggiare i soldi dei partiti è mestiere rischioso.

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Atto primo: Tangentopoli
«Mi sono pentito di aver accettato tanti anni fa di fare il segretario amministrativo del partito» disse l’ex tesoriere di Alleanza nazionale Francesco Pontone, finito coinvolto nella vicenda dell’appartamento di Montecarlo del cognato di Gianfranco Fini. Pontone fu scagionato dall’accusa di truffa aggravata ma ai segretari amministrativi della Prima Repubblica andò diversamente. Su una coppia in particolare si riversarono gli effetti di un sistema di finanziamento alla politica gonfiato di miliardi fino a deflagrare con effetti drammatici, anche da un punto di vista umano. Citaristi, un democristiano bergamasco mite e stimato da alleati e avversari, scelto da Ciriaco De Mita per il ruolo di tesoriere del partito al quale si era iscritto nel 1947, a partire dal 12 maggio 1992 fu investito da una sequela di avvisi di garanzia (alla fine saranno 74, un primato): verrà condannato in via definitiva a 16 anni, oltre a 8 miliardi di lire (circa 4 milioni di euro) di ammende, ma ribadì fino alla sua morte (avvenuta nel 2006) di non aver mai ottenuto per sé una lira e sottolineando invece che «tutti prendevano tangenti». Alcuni calcolarono che le mazzette da lui riconosciute ammontavano a 100 miliardi di lire. L’altro protagonista, suo malgrado, di Tangentopoli fu il socialista Balzamo che pagò con la vita la bufera giudiziaria che travolse il Psi: morì a 63 anni in quel tragico 1992, dopo aver ricevuto dalla Procura milanese l’avviso di garanzia con l’ipotesi di reato per corruzione e violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Colpito da «infarto cardiaco esteso» come informava una nota del suo partito subito dopo il ricovero al San Raffaele di Milano, dove morì a una settimana dal malore. «Balzamo - riconobbe l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato - aveva accettato per dedizione una responsabilità difficile e ingrata».

L’impero di Lusi
La “maledizione del tesorieri” si prende una pausa e torna negli anni Duemila con la figura di Luigi Lusi. Il senatore che firmava i bilanci della Margherita è uno dei 65 detenuti del carcere di Avezzano: domani, come ogni mattina dal 15 febbraio scorso, potrà uscire dalla “casa circondariale a custodia attenuata” per andare a lavorare in un call center e rientrare in cella la sera. «Dopo le tentazioni nel deserto della vita, il carcere: un’occasione di riconciliazione e rinnovamento della propria esistenza» ha scritto Lusi in un libro fotografico a cui ha lavorato con altri detenuti. Lui, nella precedente vita da senatore, era riuscito a cumulare illecitamente un patrimonio da almeno 9 milioni di euro tra case (tra cui una villa a Genzano di Roma), polizze assicurative, fondi d’investimento e conti correnti. Rimborsi elettorali destinati al partito fondato da Francesco Rutelli di cui gestiva la cassa e che invece intascava attraverso un sistema d false fatturazioni. Nel dicembre 2017 Lusi è stato condannato in via definitiva a sette anni per appropriazione indebita e lo scorso febbraio il suo tesoro è stato confiscato dallo Stato. È stato riconosciuto colpevole anche di calunnia nei confronti dell’allora segretario del partito Rutelli.

Belsito, «il tesoriere più pazzo del mondo »
I guai di Lusi iniziarono nel 2012, lo stesso anno che vide l’ascesa nelle cronache non più politiche ma giudiziarie del suo omologo leghista, Francesco Belsito, già autista-collaboratore dell’ex ministro della Giustizia, il forzista Alfredo Biondi, capace di una stupefacente ascesa nel partito di Umberto Bossi, al quale però la fiducia riposta in quel giovane genovese è costata la guida del movimento da lui stesso fondato. Con Belsito che si definiva il tesoriere «più pazzo del mondo» fanno la loro comparsa gli “investimenti creativi” dei rimborsi pubblici: titoli e diamanti impiegati a Cipro e in Tanzania con una truffa ai danni dello Stato da oltre 40 milioni di euro. Soldi utilizzati per le spese private della famiglia Bossi. L’ex tesoriere e il Senatùr sono stati condannati (in secondo grado), rispettivamente a tre anni e nove mesi e a un anno e 10 mesi. Belsito (nel frattempo passato a gestire un bar a Genova, città dove prima della politica aveva lavorato come pr nei locali notturni) è stato condannato anche in appello per evasione fiscale a nove mesi.

Nuovi veicoli: associazioni e fondazioni
Lusi
e Belsito hanno sfruttato a scopo illecito il denaro che, grazie al finanziamento pubblico, copioso affluiva nelle casse dei partiti da loro amministrati. Un sistema che è stato abolito progressivamente a partire dal 2013 lasciando in vita la possibilità di donazioni da parte dei contribuenti-elettori attraverso la destinazione del due per mille. Anche in questo nuovo scenario, però, i tesorieri dei partiti si sono ritrovati in situazioni simili a quelle dei loro predecessori, recenti o più antichi. La nuova coppia è formata dal leghista Giulio Centemero e dall’iper-renziano Francesco Bonifazi, entrambi indagati dalla Procura di Roma per finanziamento illecito per aver ottenuto soldi da parte del costruttore Luca Parnasi, arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulla costruzione del nuovo stadio della Roma (la stessa che ha portato in carcere il presidente del Consiglio capitolino Marcello De Vito, esponnete M5S). Una vicenda “a specchio” in cui emerge il ruolo svolto in ambedue i casi da un nuovo fenomeno: le fondazioni politiche che possono svolgere il ruolo di veicoli per far transitare fondi ai partiti di riferimento. Nel caso leghista nel mirino degli investigatori è finita l’associazione vicina al Carroccio Più voci e i 250mila euro versati dal costruttore romano nel 2015, destinati formalmente a sostenere Radio Padania; sul versante Pd (di cui Bonifazi non è più tesoriere, sostituito da Luigi Zanda su decisione del nuovo segretario democratico Nicola Zingaretti), invece, ci sono i 150mila euro versati a Eyu, fondazione vicina al Partito democratico per uno studio (“Rapporto tra gli italiani e la casa”) commissionato dallo stesso Parnasi alla vigilia delle elezioni politiche del 2018 che, secondo l’ipotesi dei magistrati, sarebbe in realtà un finanziamento non registrato al partito. Per questo a Bonifazi è contestato anche il reato di emissione di fatture per operazioni insistenti. Per Centemero e Bonifazi la Procura romana potrebbe chiedere a breve il rinvio a giudizio. Sarebbe un altro capitolo di una lunga storia.

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