escalation verbale per allontanare le critiche

Da «coronavirus» a «virus cinese»: così Trump si difende attaccando Pechino

Aumentano le critiche per la sua gestione dell’emergenza e il presidente Usa accentua la retorica contro Pechino: il coronavirus diventa il «virus cinese»

di Michele Pignatelli

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Donald Trump in conferenza stampa con i membri dell’amministrazione (alla sua sinistra, il vicepresidente Mike Pence)

Aumentano le critiche per la sua gestione dell’emergenza e il presidente Usa accentua la retorica contro Pechino: il coronavirus diventa il «virus cinese»


2' di lettura

L’immagine più emblematica della nuova escalation è stata catturata giovedì da un fotografo del Washington Post: le note del briefing ormai quotidiano con la stampa di Donald Trump su cui il prefisso “corona” era stato cancellato con una croce e sostituito dall’aggettivo “cinese”. Perché, nella retorica sempre più aggressiva del presidente americano (e del suo staff), non si tratta tanto del “coronavirus”, quanto del “virus cinese”, con origine nel Paese asiatico e da lì lasciato colpevolmente diffondersi.

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Sembrano lontanissimi i tempi in cui - ed era appena il mese scorso - Trump lodava la risposta del presidente cinese Xi Jinping all’emergenza sanitaria. Ora il presidente americano punta il dito contro Pechino: «Sarebbe stato molto, molto meglio - - ha detto giovedì - se avessimo saputo del virus qualche mese fa. Avrebbe potuto essere contenuto in quell’unica regione della Cina da cui è partito. Ma ora tutto il mondo, o quasi, è contagiato da questo terribile virus e paga un prezzo alto per quello che loro hanno fatto».

La svolta del tycoon
E dire che proprio Trump, nelle prime fasi dell’insorgenza del virus in territorio statunitense, aveva ampiamente minimizzato, paragonandolo a un’influenza che sarebbe finita con il caldo, forse già ad aprile; e aveva ritardato le misure di contenimento interno del contagio. Ora ha cambiato completamente registro, ma le polemiche e le critiche sulla gestione della crisi da parte della sua amministrazione non accennano a placarsi. E il presidente si difende attaccando, appunto, la Cina e il consueto bersaglio, i media, colpevoli a suo dire di nascondere o rappresentare in modo scorretto quanto lui sta facendo.

Il nazionalismo cinese
Certo anche la Cina, se si distingue per la decisa e finora apparentemente efficace risposta all’emergenza, non brilla per una comunicazione univoca o priva di tentazioni nazionalistiche; basti pensare che pochi giorni fa un portavoce del ministero degli Esteri ha rilanciato una teoria complottista, twittando che potrebbe essere stato l’esercito americano, tramite i suoi atleti presenti ai campionati mondiali militari dell’ottobre scorso, a portare il virus a Wuhan, primo focolaio noto del coronavirus.

La guerra dell’informazione Usa-Cina
A rendere più tesi i rapporti e più aggressiva la retorica contribuisce poi - e non è una sorpresa - la “guerra dell’informazione” tra Washington e Pechino che ruota sempre attorno al coronovirus. All’inizio di marzo gli Stati Uniti avevano annunciato un deciso ridimensionamento degli accrediti concessi a cinque media cinesi, motivata dall’amministrazione Trump come risposta alla sorveglianza e alle intimidazioni ricevute dai giornalisti Usa impegnati a raccontare l’emergenza virus in Cina; Pechino ha risposto con l’espulsione di una decina di reporter di New York Times, Wall Street Journal e Washington Post .

I rischi di una frattura permanente
Non c’è stata nessuna conseguenza diretta, almeno per ora, sulla fragile tregua commerciale raggiunta tra Stati Uniti e Cina in gennaio.

Quel che è certo, tuttavia, è che la disputa tra le due maggiori economie mondiali minaccia di rendere più complesso il coordinamento globale richiesto dalla pandemia per scongiurare i rischi di recessione.

Per approfondire:
Così il coronavirus sta diventando la Chernobyl di Trump

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