anniversari

Da David Bowie agli U2: la musica al di là del muro di Berlino

Pezzo imprescindibile di storia del Novecento, il muro di Berlino ha ispirato canzoni, album e concerti. Prima e dopo il suo crollo. Tra la trilogia del Duca Bianco, i 99 palloncini di Nena e il «vento» degli Scorpions

di Francesco Prisco


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Roger Waters dei Pink Floyd tra le rovine del muro di Berlino per «The Wall», evento speciale organizzato nel 1990 (Ap)

4' di lettura

Il crollo del muro ha fatto un rumore immenso. Più che rumore: musica. Quante canzoni, quanti album e concerti furono direttamente ispirati dai fatti del 9 novembre 1989? Allargando il discorso: quanta musica è in debito diretto con la Berlino del Novecento, divisa tra Est e Ovest, i russi e gli americani? Tanta, perché Berlino è stata e continua a essere una delle capitali europee della musica, oltre che un set vivacissimo per chi suona. Più che una città: un mondo. Che qui proviamo a raccontare.

David Bowie dal vivo a Francoforte nel 1978 (Afp)

Bowie e la trilogia berlinese
Dici Berlino e il pensiero va agli Hansa Studios, altrimenti noti come «Hansa by the Wall Studios», studi di registrazione che dal 1964 trovarono spazio nelle architetture del Köthener Strasse per volere dei fratelli Peter e Thomas Meisel. Location decadente di assoluta suggestione, a pochi metri da dove sorgeva il muro. Innumerevoli i mostri sacri del rock che ci lavorarono: il più celebre di tutti fu senza dubbio David Bowie che, a queste latitudini, concepì la cosiddetta trilogia berlinese, composta da Low (1977), Heroes (1977) e Lodger (1979). La title track del secondo album, storia di due ragazzi che si amano al di là del muro, è una specie di elegia scritta ai tempi della cortina di ferro: «We can be heroes/ Just for one day». Che alla fine è meglio che niente. Nel 1987 Bowie si esibirà a Berlino Ovest, davanti al Reichstag. Un concerto speciale che, in un certo senso, fu un anticipo di riunificazione: molti i berlinesi dell’Est che vennero ad assistervi.

Il concerto di Bowie a Berlino del 1987 davanti al Reichstag (Ap)

Gli U2 di «Achtung Baby»
Stessi studi di registrazione, altro album che ha fatto la storia: Achtung Baby (1991), quasi un commento in musica ai fatti del 1989, ultima grande opera degli U2. Bono abbandona l’estetica del predicatore «for love or money», indossa gli occhiali da mosca (The Fly) e insegue vie misteriose (Mysterious Ways) a bordo di una Trabant, l’utilitaria che, per chi abitava al di là del muro ed era un bravo compagno, era l’unica auto possibile. Tutto sta a essere pronti. E lui era pronto. «Ready for the Push».

Bono, cantante degli U2, in un concerto dello Zoo Tv Tour del 1993 (Afp)

La «Berlin» di Lou Reed
Berlino era città cara a Bowie e l’abbiamo visto. Ma era altrettanto cara ai sodali di Bowie: Lou Reed in primis che, dopo il grande successo di Transformer (1972) prodotto proprio dal Duca Bianco, risciacqua i panni nella Sprea, inventandosi Berlin (1973), concept album sulla crisi di una coppia di amanti nella Berlino del muro, tra droghe, violenze e tentati suicidi. A prescindere dai torti e dalle ragioni. Tanto alla fine: «You’re right, woah, and I’m wrong/ You know I’m going to miss you now that you’re gone».

I «99 palloncini» di Nena
Il pezzo simbolo della guerra fredda vissuta a Berlino è, in ogni caso, 99 Luftballons (alla lettera: «99 palloncini rossi») pubblicato nel 1983 dalla popstar tedesca Nena. Tratto da una storia vera cui ebbe modo di assistere l’autore del testo Carlo Karges: durante un concerto dei Rolling Stones a Berlino Ovest furono liberati migliaia di palloncini rossi che, una volta saliti al cielo, sembrarono assumere la forma di un’astronave. Con il rischio concreto che, al di là del muro, potessero pensare a un attacco da parte delle forze Nato. Nel testo del brano cantato da Nena si fa riferimento all’acquisto di 99 palloncini che vengono liberati in aria. Giocattoli poveri e innocenti che, intercettati da un radar, vengono scambiati per un attacco dal cielo da parte di una forza aliena. Fino all’ordine fatale di un generale che chiede l’abbattimento del bersaglio.

Nena, popstar tedesca dell’Est, in un’esibizione degli anni Ottanta (Ap)

Gli Scorpions e il «Vento del cambiamento»
Poi ci sono i pezzi direttamente ispirati dal crollo del muro. Il più celebre di tutti è una ballatona che porta la firma di una band hard & heavy di Hannover, gli Scorpions. Si intitola Wind of Change, è datato 1990 e incrocia l’arpeggio di chitarra al fischio del cantante (nonché autore del pezzo) Klaus Meine. Il testo è tutto un programma: «I follow the Moskva/ And down to Gorky Park/ Listening to the wind of change». La leggenda vuole che il brano sia stato scritto prima della caduta del muro. Figlio della perestrojka prima ancora che della riunificazione Est-Ovest. Quando si dice lo spirito del tempo.

«The Wall - Live in Berlin»
L’evento musicale simbolo della caduta del muro, però, porta la firma di Roger Waters, bassista e ideologo dei Pink Floyd, nonché autore del concept album floydiano The Wall (1979). Che del muro di Berlino, a ben guardare, non parlava affatto ma si prestava come metafora perfetta per i fatti del 9 novembre. Perché allora non mettere in scena un faraonico allestimento della concept opera laddove sorgevano le rovine del muro? Nacque così The Wall - Live in Berlin (1990), concerto evento con un cast stellare: dall’eroina locale Ute Lemper alla sublime Joni Mitchell, da The Band a Van Morrison passando Bryan Adams e gli immancabili Scorpions. Della serie: scriviamo assieme una pagina di storia.

«Alexander Platz»,il singolo di Milva scritto da Franco Battiato

Appuntamento ad Alexander Platz
Postilla necessaria. Qui in Italia, come sapete, quando si parla di popular music contemporanea siamo periferia dell’impero. Eppure, in quegli anni formidabili, non abbiamo rinunciato a mettere in musica l’epopea della Guerra Fredda e la sua fine. Per dire: Luca Barbarossa nel 1989 con tempismo perfetto tira fuori l’album Al di là del muro. Zucchero rilancia nel 1991 con il Live at the Kremlin, registrato nientemeno che nel cuore di Mosca. Troppo pop per voi? Perdonateci, sappiamo come farci perdonare: anno di grazia 1982. Milva canta Franco Battiato, ma il testo ha il sapore dei libri di Döblin: «Alexander Platz aufwiederseen/ C’era la neve/ Faccio quattro passi a piedi/ Fino alla frontiera». Dove? Ovvio: «A Berlino Est».

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