L’intervista a

Da Dolce&Gabbana la ricetta per sostenere i territori e le Pmi

di Nino Amadore

 I prodotti Fiasconaro “vestiti” da Dolce&Gabbana in occasione del Christmas Market di Milano del 2019

4' di lettura

«Quando parliamo di persone come Nicola Fiasconaro e della sua famiglia, o della famiglia Rallo (Antonio e José), o di Giuseppe Di Martino, parliamo di persone con una visione. Sono le persone che costruiscono la storia e rendono credibili e realizzabili i progetti. Oltre al leader c’è un lavoro di squadra».

È il punto di partenza di questa chiacchierata con Alfonso Dolce, fratello dello stilista Domenico, siciliano di Polizzi Generosa in provincia di Palermo, amministratore delegato del gruppo Dolce&Gabbana. Al centro del ragionamento non c’è la moda ma la strategia del grande marchio che investe il mondo dell’agroalimentare di qualità grazie al cobranding con alcune aziende che rappresentano l’eccellenza: «La nostra non è una vera e propria attività di carattere commerciale – dice Alfonso Dolce –. Il nostro obiettivo iniziale era quello di dare luce e visibilità a quelli che chiamiamo arti e mestieri non legati a tessile o moda ma a uno stile di vita. Dolce&Gabbana parte da concetti molto semplici: amore e passione per quello che si fa e le radici e la famiglia. Senza l’amore della famiglia, senza l’amore e l’affetto per le cose, non costruisci un progetto vero, reale e credibile. Costruisci un progetto di marketing, di comunicazione non un progetto di storie».

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Storie che possiamo ritrovare nella famosa vetrina di Natale di Dolce&Gabbana.
Esatto, la vetrina con la tavola imbandita: il messaggio non è l’abito ma stare insieme, unire la famiglia da qualsiasi parte del mondo si arrivi. Nel nostro messaggio il cibo diventa l’elemento di unione per vivere l’esperienza. In chiave contemporanea con il cobranding con i marchi del food diamo concretezza al racconto che la tavola è una parte social di come viene vissuta la famiglia: un piatto di pasta, un bicchiere di vino, un dolce come elementi che ci tengono insieme. Quando lavori con questo approccio sul territorio si apre il capitolo della responsabilità sociale: la possibilità di creare valore aggiunto con il vero rispetto etico. Si crea valore nei valori: valore umano nei valori economici quindi formazione, cultura. Si portano avanti le tradizioni e automaticamente si crea un territorio più effervescente e più ricco. Facciamo un esempio?

Prego.
Fiasconaro era un’azienda piccola e familiare, oggi è una realtà aziendale in Sicilia rilevante per la dimensione acquisita in termini di fatturato e ancor di più per la notorietà che nel mondo porta attraverso il panettone. Quando si parla di panettone si parla di Fiasconaro e di panettone Fiasconaro-Dolce&Gabbana con le luci accese da Dolce&Gabbana su un prodotto di qualità perché la nostra attività di cobranding è di vestire il prodotto, dare visibilità e raccontare la verità di quella storia, di quella famiglia. Di quel territorio.

Ma questo vostro approccio ha anche ricadute di rilievo sulle aziende e sulla cultura aziendale.
Non c’è dubbio. La nostra idea è di portare avanti il progetto di un nuovo modo di fare i mestieri: fai il pasticciere artigianale ma lo fai in maniera globale. Portare avanti il criterio artigianale e aumentare la linea produttiva attraverso il capitale umano. La tecnologia serve a umanizzare l’ambiente del lavoro: la tecnologia al servizio dell’uomo e non il contrario. Puntiamo a, oserei dire, risvegliare l’orgoglio umano e dire: io realizzo non per me ma per gli altri. Io faccio qualcosa non per gratificare me ma per far star bene gli altri.

Voi siete originari di Polizzi: avete fatto investimenti da quelle parti?
Abbiamo investito nel nostro territorio come riconoscimento silenzioso alla nostra origine ma soprattutto ai nostri genitori. Domenico Dolce ha investito in maniera privata e in seguito lo abbiamo fatto come famiglia: non c'è un meccanismo economico ma motivazionale, civico. L’anno scorso abbiamo dato vita a una Fondazione che si chiama PG (Polizzi Generosa) cinque cuori che sono le lettere della parola amore. Facciamo le cose non perché debbano essere visibili le facciamo perché ci crediamo e abbiamo il piacere di provare a risvegliare nelle persone quell’orgoglio provando a sconfiggere il sentimento di rassegnazione.

Se dovesse dare dei consigli agli imprenditori siciliani, o meglio meridionali, cosa direbbe?
Bisogna iniziare a scegliere cosa fare per il bene comune. Avere un dialogo costante tra pubblico e privato. A partire dalle infrastrutture. La prima cosa da fare è lavorare a un sistema pubblico-privato di facilitazione del sistema infrastrutturale: creare, per esempio, un efficiente network ferroviario. Non serve il Ponte di Messina ma serve una rete ferroviaria, servono porti turistici ogni 30-50 chilometri. Serve valorizzare il territorio perché credo che il contesto territoriale sia il primo seme per fare bene un prodotto. La Sicilia deve ritrovare e riscoprire questa sua identità di territorio che in parte ha già. Io credo sia necessario un tavolo di lavoro pubblico-privato che metta insieme l’esigenza infrastrutturale con quella di storia e di ricchezza di territorio e in mezzo una società al servizio di questi due anelli, un servizio di facilitazione e di export con un ufficio vero per artigiani e Pmi. Magari creare una forma di associazione di imprese specialistiche e per territorio che possono farsi conoscere meglio. Posso aggiungere una cosa?

Certo.
Si potrebbe lavorare per rivitalizzare il territorio utilizzando le caserme dismesse e altri spazi pubblici con tre obiettivi: riqualificazione immobiliare, sicurezza dei territori, creare ambienti dove inserire comunità civiche. Queste aree possono essere utilizzate come uffici di collocamento e di formazione. Diamo valore al denaro e diamo il denaro valorizzando la capacità umana con il riconoscimento del talento e dei mestieri.

Recentemente ha partecipato alla firma di un accordo con il Palermo Calcio per le scuole giovanili sulle Madonie. È passo di avvicinamento al Palermo calcio?Assolutamente no. È un impegno sociale.

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