le sfilate di milano

Da Dolce&Gabbana sfilano i robot, ma non è fantamoda

Scambio creativo con l'Iit di Genova per approfondire l'intelligenza artificiale

di Giulia Crivelli

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2' di lettura

«La ricerca è un processo creativo, reso possibile dalla passione, dalla fantasia, dai sogni e dall'impegno delle persone». Non sono stati Domenico Dolce e Stefano Gabbana a pronunciare queste parole, mentre scorrevano le immagini della collezione donna per l'autunno-inverno 21-22 del marchio, sulle note di Save your tears for another day (risparmia le tue lacrime per un altro giorno) dell'artista canadese The Weeknd, fresco di performance al Superbowl.

Le parole sul significato della ricerca sono di Giorgio Metta, dal 2019 direttore scientifico dell'Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova e “papà” di iCub, un piccolo robot che ricorda, anche nei colori, l'astrodroide co-protagonista di Guerre stellari fin dal primo episodio, che uscì nel 1977. Metta è nato nel 1970 e ha dedicato la sua vita adulta alla ricerca scientifica e in particolare all'intelligenza artificiale. A Domenico Dolce e Stefano Gabbana l'Iit ha prestato tre iCub e un altro robot, apparsi nel video della sfilata, quasi un cortometraggio di fantascienza (non di fantamoda).

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«Tutti ci chiediamo cosa ci abbia insegnato questa pandemia. Forse è presto per capirlo – raccontano i due stilisti e imprenditori –. Possiamo dire cosa abbiamo fatto noi. Non riuscendo a viaggiare o incontrare persone e clienti, abbiamo visto il mondo attraverso i social network e abbiamo pensato a un next chapter per la nostra moda. Vista la sbornia digitale di questi mesi, non poteva che essere un capitolo intriso di tecnologia. La amiamo e la utilizziamo, ma non siamo degli esperti e per questo abbiamo contattato l'Iit di Genova».

Il risultato? Oltre ai robot in passerella, una collezione che a tratti ricorda i costumi di Blade Runner, un film del 1982 ma idealmente ambientato nel 2019 (!). «Sui tessuti facciamo ricerca da 40 anni, anche con l'aiuto delle aziende tessili con le quali lavoriamo e ricerche come quelle dell'Iit di Genova – ricordano Domenico Dolce e Stefano Gabbana, che per l'occasione si è tinto i capelli di azzurro –. Negli anni 80 usammo un tessuto fatto di lana, spugna e gomma piuma, per dire. Oggi siamo al raso di seta spalmato di lurex. Sulla comunicazione, come tutti, abbiamo fatto un tuffo nella tecnologia. Ma per immaginare il prossimo capitolo, cioè la moda che possa piacere anche ai giovani, è stato importante creare questo legame con l'Iit».

Parlare con Giorgio Metta e i suoi ricercatori, visitare, organizzare riunioni per vedere come funzionano i laboratori di Genova e far vedere come si lavora in un ufficio stile è stato illuminante per i due stilisti. «La ricerca, in primis quella medica, proietta nel futuro, sposta i paletti del nostro sapere un po' più in là. Siamo convinti che la moda debba e sappia leggere il mondo, sempre creando vestiti e accessori belli da vedere e il più possibile piacevoli da portare. Per questo è stato estremamente utile e divertente immaginare questo next chapter».

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