LE INCHIESTE DI #IOVOTOPER

«Da Dossetti a Renzi: vi spiego perché voto ancora per il Partito democratico»

dall'inviato Paolo Bricco, foto di Fabrizio Annibali

Elezioni, niente più scheda nell’urna. Come si vota il 4 marzo - Guida

9' di lettura

Massimiliano Granieri, elettore del Partito democratico. Nella sua dimensione ipercinetica - di professore universitario e di business angel specializzato in startup - trovo qualcosa dell'immaginario appartenuto al primo Matteo Renzi, il rottamatore che andava veloce e che prometteva di cambiare il Paese, di sostituire una intera classe dirigente con le buone o con le cattive e di portare l'America in Italia. Esattamente come trovo qualcosa di simbolicamente renziano – nel senso di modernizzazione preventiva e retoricamente cavalcata – nella stazione mediopadana dell'Alta Velocità, qui a Reggio Emilia. Classe 1973, docente di proprietà intellettuale e diritto dell'impresa all'università di Brescia, Granieri però non è d'accordo. Né su di sé né sull'Alta Velocità.
Dice nella stazione dell'Alta Velocità, che per la sua attività professionale e per l'insegnamento conosce bene, su e giù fra Milano e Roma almeno una volta alla settimana: «Per quanto riguarda l'Alta Velocità, si tratta di un progetto che qui risale agli anni Novanta. Ha caratterizzato il periodo da sindaco di Graziano Del Rio, il ministro delle Infrastrutture uscente. Ma già l'amministrazione precedente aveva impostato e realizzato il progetto». Dunque, nessuna suggestione tardo marinettiana e proto renziana. Lo stesso vale per le sue ragioni al voto al Pd. «Voto il Partito Democratico perché rappresenta i valori con cui sono cresciuto e che ancora condivido. Non mi sento renziano. E non ho paura che il Pd divenga personalistico».

Il seme del Pd a Reggio Emilia
Nella Reggio Emilia del dossettismo e del Partito, della media impresa teorizzata dall'ufficio studi di Mediobanca e delle cooperative rosse, il Partito Democratico ha il suo seme originale, di ibrido della cultura cattolica e comunista. In questa provincia, alle elezioni politiche del 2013, il Pd ha preso il 40,93% alla Camera e il 43,3% al Senato. «La convergenza fra le due culture – riflette lo storico Alberto Melloni, che insegna all'Università di Bologna – è addirittura ottocentesca. E' del 5 febbraio 1888 l'articolo Gesù Cristo Rivoluzionario e Socialista pubblicato su La Giustizia da Camillo Prampolini». Questa convergenza è divenuta realtà fattuale nel secondo dopoguerra: «Questa convergenza – ragiona Vanni Codeluppi, sociologo dello Iulm – qui si è alimentata di una caratteristica quasi antropologica: il pragmatismo. Il fare le cose. Il trovare le soluzioni. Al di là delle visioni personali e delle personali appartenenze».

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Questo seme fondativo – l'ibrido della cultura cattolica e comunista – è stato posto in discussione dall'uscita della componente di sinistra, oggi confluita in Liberi e Uguali, che fra le diverse critiche verso l'attuale segretario annovera la trasformazione del Pd in un partito personalistico. «Il Pd non corre questo pericolo», sostiene Granieri, mentre ci spostiamo nella sua casa nella zona residenziale Mirabello, un ultimo piano borghese che dà su Parco Matteotti: «Ricordo una lezione di Giuliano Amato al Mulino di Bologna. Spiegò con lucidità che il Pd nasceva come entità organizzativa e come soggetto politico che si contrapponeva a una destra che si incarnava nel personalismo di Silvio Berlusconi. Quelle ragioni, per me, sono ancora valide. E, non a caso, oltre a Renzi il Pd esprime Graziano Del Rio, Paolo Gentiloni e Dario Franceschini. Sono tutti democristiani di sinistra. Certo, dispiace che un uomo come Pierluigi Bersani, che è stato presidente della Regione Emilia Romagna e che per me resterà sempre il ministro delle liberalizzazioni, abbia scelto di fondare Liberi e Uguali. Sono d'accordo con un altro reggiano, Romano Prodi: giudico incomprensibile la sua uscita dal Partito Democratico».

Cattolici a sinistra, da Dossetti a Renzi
Nelle parole di Granieri, trovi la cifra più cattolica dell'attuale Pd. E, non a caso, passiamo davanti alla Chiesa di San Pellegrino, dove lui e la moglie Fabiola, ingegnere gestionale, hanno fatto battezzare lo scorso settembre il piccolo Filippo. Una parrocchia guidata da Don Giuseppe Dossetti, nipote omonimo di quel Giuseppe Dossetti, dove ogni domenica mattina prende parte alla messa Graziano Del Rio. Poi – dopo essere passati davanti al Centro Oncologia di Reggio Emilia, inaugurato due anni fa da Renzi – ci fermiamo a bere un caffè al Bar l'Incontro, gestito da un amico di Massimiliano, Michelle, un ragazzo del Maghreb che ha la fame che avevamo noi italiani negli anni Cinquanta e Sessanta, ogni mattina apre il bar alle quattro e tira dritto fino alle otto di sera. Quindi, passiamo davanti a uno dei Reggio Children, gli asili della Fondazione Loris Malaguzzi che periodicamente stupiscono il mondo anglosassone cancellandogli il cipiglio vagamente neocolonialista con cui osserva quello che capita «laggiù in Italia». «Dopo un articolo di Newsweek – ricorda Granieri – quelli di Google vennero fino a Reggio per studiare i nostri asili nidi. E, a Mountain View, replicarono esattamente questo modello, i laboratori della luce e dell'acqua con cui i bimbi sono introdotti all'esperienza delle cose e del mondo».

Questa Reggio, che nel secolo scorso è stata così cattolica e così comunista, ha prodotto un ambiente sociale fondato sull'integrazione e su un tessuto produttivo vitale. Reggio Emilia è un territorio ricco, che non ha conosciuto la deriva demografica che invece rappresenta – forse – il principale deficit strutturale del Paese. Basti dire che, secondo i dati elaborati dall'Istat per il Sole 24 Ore, dopo gli anni Settanta e Ottanta all'insegna della stabilità (nel 1971 i residenti erano 128.789, nel 1981 erano 130.376 e nel 1991 erano 132.030), gli anni Novanta e gli anni Duemila sono stati segnati dalla crescita: nel 2001 i residenti sono diventati 141.877 e, nel 2011, sono saliti a 162.082. Una integrazione tumultuosa e non sempre facile, per esempio, con la comunità calabrese originaria di Cutro che, a fronte di una maggioranza di cittadini onesta e impegnata nelle fabbriche e nei cantieri dell'edilizia, ha avuto alcuni carcinomi ‘ndranghetisti a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta. E che, oggi, appena fuori Porta Roma, a Reggio Emilia ha una sua espressione più da sberleffo nella scritta sul muro «Io sono calabrese, voi no!».

Più capitale umano, più qualità
Al di là di questa particolarità tutta italiana, appare interessante il miglioramento generale della qualità del capitale umano: nel 1991, anno in cui inizia l'ultima fase della globalizzazione che tanti vantaggi ha arrecato a questo tessuto imprenditoriale e a questa comunità, solo il 5,6% della popolazione aveva una laurea e il 23,7% possedeva un diploma; vent'anni dopo, nel 2011, i laureati sono saliti al 13,8% e i diplomati al 32,8 per cento.
Questa espansione demografica e questo miglioramento del capitale umano fanno il paio con la crescita economica. Reggio Emilia è uno dei territori simbolo della saldatura – non semplice ma comunque proficua – fra l'economia italiana e la globalizzazione. Basta osservare che cosa è successo al suo tessuto imprenditoriale fra il 1991 e il 2001.

Secondo i dati elaborati dall'Istat per il Sole 24 Ore, nel 1991 le unità locali delle imprese erano 11.011 con 53.706 addetti. Dieci anni più tardi, nel 2001, sono diventate 15.725 con 64.137 occupati. Nel 2011, sono salite a 17.187 con 67.060 occupati. E, questo, nonostante un incremento del tasso di disoccupazione: basti pensare che, se nel 1991 il tasso di disoccupazione era pari al 5,9%, nel 2001 esso è sceso al 4%, mentre nel 2011 è schizzato al 9,48 per cento. Un incremento che mostra la tendenza alla bipolarizzazione dell'economia italiana che, qui a Reggio, assume un valore paradigmatico. Perché nonostante l'incremento di questo indicatore, nei vent'anni che hanno cambiato il mondo facendo diventare la globalizzazione il codice di funzionamento del capitalismo internazionale, il numero delle unità locali delle imprese di Reggio è comunque aumentato del 56% e il numero degli occupati è in ogni caso cresciuto del 25 per cento.

Tra globalizzazione e imprenditoria locale
Dunque, Reggio Emilia è stata una interprete coerente – e virtuosa - dei due principali fenomeni economici che ha sperimentato la nostra economia negli ultimi 25 anni: non solo la globalizzazione, che ha portato crescita occupazionale e miglioramenti tecno-produttivi alle imprese italiane più capaci di connettersi alle Global Value Chains (le catene globali del valore) e ai Global Production Networks (le piattaforme manifatturiere globali), ma anche la proliferazione del tessuto imprenditoriale. Che, qui, funziona bene. E che, qui, ha un solido ancoraggio nelle imprese medie e nelle imprese medio-grandi. Secondo l'ufficio studi di Mediobanca, infatti, sono 70 le medie imprese – ossia quelle che non hanno superato i 499 addetti e i 355 milioni di euro di fatturato annuo – attive a Reggio e nella sua provincia. A livello consolidato hanno quasi 12mila addetti, il loro fatturato netto sfiora i 4 miliardi di euro, il loro capitale netto supera gli 1,6 miliardi di euro e il loro margine operativo netto i 266 milioni. Esportano il 45% dei loro ricavi e hanno un Roi del 9,7% e un Roe del 9,8 per cento. Sono 21 le imprese medio-grandi censite da Mediobanca, quelle che oltrepassano queste soglie dimensionali senza superare i 2,99 miliardi di euro di ricavi.

Queste 21 imprese hanno 8,5 miliardi di euro di fatturato consolidato, 5,6 miliardi di capitale netto e un margine operativo netto di 624 milioni. Il Roi è dell'8,9% e il Roe è del 7,4 per cento. Questa storia arriva al Quarto Capitalismo di Mediobanca. Ma parte dalla chiusura delle Officine Meccaniche Reggiane nel 1951. Proprio alle Officine Meccaniche Reggiane, nel Tecnopolo, ha avuto la sua prima sede – ottenuta partecipando a un concorso di Unindustria Reggio Emilia e di Luiss Enlabs – MDLab. Una società partecipata, come business angel, da Granieri e fondata da Luca Larcher, docente di ingegneria elettronica all'Università di Modena e Reggio Emilia, e da due suoi allievi di dottorato, Luca Vandelli e Andrea Padovani. Questa società sviluppa un software simulatore per materiali e dispositivi per l'industria dei semiconduttori. Oggi la società è in mano, per il 25%, a business angels americani guidati da Dipankar Pramanik, un ex manager di Intermolecular e Synopsis. MDLab, che quest'anno dovrebbe fatturare 1,5 milioni di euro, ha fra i suoi clienti Samsung e Hynex.

«Venti anni fa – spiega Larcher, nella nuova sede di Reggio Emilia Innovazione – i materiali per i chip erano una ventina e le architetture a due dimensioni. Adesso il mainstream è sempre il silicio. Ma i materiali, anche di diverso tipo, sono 120 e le architetture sono a tre dimensioni. Abbiamo otto addetti. E abbiamo tre posizioni libere, che non riusciamo a colmare. Scontiamo il fatto che, nonostante la nostra sia una realtà ricca, i salari medi sono bassi rispetto agli standard internazionali e che, anche per questo, in generale Reggio Emilia non è attrattiva. Basti pensare agli indiani e ai cinesi: prima guardano alla Silicon Valley e poi a Londra, quindi al Nord Europa e soltanto come quarta scelta all'Italia».

Reggio Emilia fra politica e industria, cattolicesimo e cooperative rosse

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Le assunzioni grazie al Jobs act
In questa startup, nei primi otto mesi nessuno ha guadagnato. «Grazie al Jobs Act realizzato dal mio Partito Democratico – sottolinea Granieri – abbiamo fatto quattro assunzioni». Proprio il mercato del lavoro è, insieme alla giustizia sociale, uno dei campi politici e semantici in cui il Pd subisce più la concorrenza delle destre. Nota Massimiliano Panarari, politologo che insegna alla Bocconi e alla Luiss: «Il Pd di Renzi, come già prima la leadership di Veltroni, si rifà alla terza via clintoniana e blairiana, che però ha dimostrato di funzionare soltanto con un ciclo di sviluppo economico espansivo. Con la recessione del 2008, è cambiato tutto. E lo spazio del lavoro e della giustizia sociale è stato occupato dalle destre, che hanno virato verso il populismo».Con Massimiliano Granieri ci spostiamo in centro, per andare a mangiare al Canossa, un ristorante in cui per mezzo secolo i comunisti e i cattolici reggiani – gente tosta, accomunata dalla bonomia che grondava da tutti gli artigli – hanno celebrato la religione del carrello dei bolliti e degli arrosti. «Questa estate, ho portato qui il mio testimone di nozze Andrea De Michelis, un economista che dopo il dottorato con il premio Nobel George Akerlof alla University of California è andato a lavorare alla Federal Reserve con sua moglie Janet Yellen».

Di fronte alle tagliatelle, il pensiero torna alle assunzioni fatte con il Jobs Act: «Mio padre a 50 anni perse il lavoro. Fu un momento molto duro. Come business angel ho investito in cinque società. In tutto ho contribuito a creare 30 posti di lavoro molto qualificati. Penso che il Jobs Act sia stato utile. Non riesco a capire le posizioni di conservazione e di difesa dei diritti degli insider a scapito degli outsider. Penso che siano antidemocratiche». Quando usciamo dal Canossa, gli indico la Camera del Lavoro di Reggio Emilia, che vuol dire i morti del 7 luglio 1960 e tante altre cose, fino alla Fiom militante, ai fratelli Rinaldini (Tiziano e Gianni) e all'ultimo capo popolo della sinistra operaia, Maurizio Landini. «Ah ecco, non sapevo che quella fosse la Camera del Lavoro» dice Granieri. E, allora, capisco perché non ha funzionato la fusione culturale, sentimentale ed emotiva delle due culture – la cattolica e la comunista – nel Partito Democratico.

@PaoloBricco

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