Opinioni

Da Draghi e Macron sferzata per rivedere le regole europee

di Giovanni Tria

(REUTERS)

7' di lettura

L’intervento di Mario Draghi e Emmanuel Macron, sul «Financial Times» del 23 dicembre non ha suscitato molto dibattito tra i partiti italiani. Eppure esso tratta il tema su cui si dovranno confrontare a breve tutte le forze politiche serie anche in Italia, cioè la riforma delle regole fiscali europee. L’intervento non delinea proposte concrete di riforma, molte sono in campo, ma afferma due cose fondamentali. La prima è che le regole attuali devono essere riformate, la seconda è che queste regole erano sbagliate da prima della pandemia e, per questo motivo, hanno causato danni per l’economia europea. In altri termini, non è l’esperienza della pandemia e il conseguente mutamento del contesto europeo e globale che suggeriscono l’aggiustamento di queste regole, ma esse erano sbagliate già da prima, soprattutto nella loro evoluzione dopo la crisi finanziaria del 2008.

Nell’intervento si afferma chiaramente che queste regole non consentono, e non hanno quindi consentito in passato, il volume di investimenti pubblici necessari ad accelerare la crescita di lungo termine, a favorire le transizioni digitali ed ecologiche, a difendere la competitività dell’Europa rispetto al resto del mondo. Quindi, si auspica che gli obiettivi di debito vadano interpretati distinguendo la spesa per investimenti da quella corrente, implicitamente richiamando la regola della golden rule, cioè la regola per la quale è da considerare metodologicamente corretto il finanziamento a debito degli investimenti. Infine, si afferma che la riduzione del debito in essere, cioè il rimborso del debito da parte degli stati indebitati, debito aumentato nel corso della pandemia, non deve passare attraverso tasse più alte o tagli alla spesa sociale, ma attraverso una maggiore crescita che deve essere sostenuta proprio con il tipo di debito che almeno uno dei due firmatari dell’intervento definirebbe “buono”.

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Non sono concetti nuovi, ma posti così in modo chiaro e sintetico sono dirompenti. Oggi a qualcuno sembrano quasi ovvi, ma non dimentichiamo che sono passati solo poco più di due anni da quando, in uno scontro drammatico durato un’intera notte in seno all’Eurogruppo, l’Olanda impose di eliminare perfino i termini “stabilizzazione economica” dagli obiettivi di un possibile “bilancio dell’eurozona” su cui si iniziava allora a discutere. Non sappiamo se Macron sarà ancora presidente della Repubblica francese quando si discuterà in Europa di questi temi in previsione della fine della sospensione del Patto di Stabilità e Crescita decisa per far fronte alla alla pandemia. E non sappiamo neppure, al momento, quale sarà allora il ruolo istituzionale di Mario Draghi in Italia, e quindi in Europa. Non sappiamo, quindi, quali saranno gli spazi di discussione in Europa sulle riforme auspicate e, soprattutto, su quali soluzioni tecniche sarà possibile convergere qualora venga accolta l’idea che delle riforme siano necessarie. D’altra parte il nodo politico, prima che tecnico, risiede nell’accettazione del fatto che possa esistere una politica economica europea, che come ogni politica implica discrezionalità e non regole automatiche. Questa è la vera materia del contendere e su questo punto si gioca il futuro dell’Europa. Il tema quindi è strettamente politico. Ma vi è un altro motivo per cui i concetti espressi nell’intervento dei due Presidenti dovrebbero essere considerati attentamente da tutte le forze politiche, soprattutto in Italia. Dire che le regole fiscali europee erano sbagliate, e sostanzialmente ideologiche, significa anche dire che coloro che attaccavano l’Europa per le sue regole avevano diritto di farlo, al di là delle specifiche tesi sostenute. Significa, in altri termini, dire che non ha più spazio la facile accusa di euroscetticismo o di antieuropeismo lanciata da parti politiche che, invece di ingaggiare un confronto politico e tecnico sui contenuti con chi da quelle politiche dissentiva, hanno a lungo trovato comodo porsi solo l’obiettivo di criminalizzare l’avversario politico del momento come nemico in sé dell’Europa. Oggi non vi sono forze politiche in parlamento che sostengono l’uscita dall'Unione europea o dall’Euro e si apre, quindi, una fase in cui deve essere possibile una vera convivenza democratica in cui si possa discutere di politiche alternative senza rozzi tentativi di delegittimazione dell'avversario. L’attuale governo di “quasi” unità nazionale ha permesso di approvare un Pnrr condiviso su cui tutti i partiti di governo hanno “messo la faccia”, impegnandosi di conseguenza, si suppone, a portarlo avanti nella prossima legislatura. Questo, in fondo, era il fine di questo governo, oltre quello di affrontare l’emergenza pandemica.

Il futuro dell’Italia non dipende però solo dal Pnrr, ma dal contesto globale, da cui deriva molta parte dei rischi energetici e di inflazione, e dalla futura governance dell’Europa, da cui discende sia la possibilità di evitare la sua implosione, sempre possibile, sia la sua capacità di affrontare squilibri interni e rischi esterni.

Se i leader politici si confrontassero oggi su questi temi, indicando qual è il futuro concreto in cui si riconoscono, darebbero un contributo concreto alla ricerca di una soluzione condivisa e una indicazione importante sulla forza di cui godrebbe chi, per l’Italia, dovrà contrattare con il resto dell’Europa.

Il parlamento sembra aver raggiunto un accordo di massima sulla legge delega per la riforma fiscale. Il punto più condiviso è quello che riguarda la necessità di ridurre la pressione fiscale diretta, cioè l’Irpef, sulle classi di reddito medio basse. Ma per ciò che riguarda la dimensione possibile di questa riduzione, un tema che sembra dimenticato nel dibattito è quello del possibile spostamento del prelievo dalle imposte dirette (Irpef) alle imposte indirette (Iva), cioè dai redditi dei fattori produttivi, che nel caso dell’Irpef sono sostanzialmente i redditi da lavoro, oltre che da pensioni, alla tassazione dei consumi. Il ministro Tremonti definiva questo spostamento “dalle persone alle cose”. Una dimenticanza che è molto strana perché, in un periodo di europeismo condiviso, si elude proprio una raccomandazione tradizionale della Commissione europea. Una raccomandazione il cui fondamento sta nel fatto che questo spostamento del prelievo favorisce la crescita a parità di pressione fiscale complessiva. La ragione è che si ridurrebbe il cuneo fiscale, che entra nei costi di produzione, determinando un aumento delle remunerazioni al netto delle tasse. Ma questo spostamento di prelievo sarebbe anche utile alla crescita perché determina una “svalutazione fiscale”, poiché l’Iva non grava sulle esportazioni, mentre colpisce i consumi di beni e servizi importati in egual misura rispetto a quelli prodotti sul territorio nazionale. In tal modo si recupera competitività internazionale. Non è un caso, inoltre, che nell’economia globalizzata, per tassare localmente i profitti delle multinazionali, si stia valutando di prendere come riferimento le loro vendite nei vari Paesi. E anche nelle discussioni sulla tassazione delle ricchezze si mette in rilievo che quelle personali, in vario modo legalmente o non legalmente occultate, si riflettono nel livello di vita dei beneficiari
al momento del consumo.

Il fatto rilevante è che seguire questa strada permetterebbe oggi una riduzione del prelievo Irpef sui redditi medio-bassi doppio o anche triplo rispetto a quello di cui si discute e ciò faciliterebbe la definizione del “metodo” con il quale ridurre in misura percepibile l’imposizione diretta sulle classi di reddito medio e medio-basso. C’è da decidere, infatti, “come” operare la correzione e le sue dimensioni. In altri termini, vi è da una parte il problema di come finanziare la riduzione del prelievo Irpef e dall’altra il problema di definire la struttura del prelievo, il grado di progressività e come applicarla. Su questo secondo punto, il dibattito politico si è concentrato su due possibili alternative ben descritte, come hanno ricordato Paladini e Visco sul Sole del 30 giugno, nell’ottimo rapporto presentato in una audizione al Parlamento dal direttore generale del Dipartimento delle Finanze del Mef, la professoressa Fabrizia La Pecorella, e ben studiate nello stesso Dipartimento fin dal 2019. La prima alternativa consiste essenzialmente nella riduzione, da 5 a 3, del numero di aliquote applicate per scaglioni di reddito. La seconda ipotesi è quella di passare al cosiddetto modello tedesco, cioè disegnare una curva continua di aliquote marginali, che coinciderebbero sostanzialmente con quelle medie effettive, da applicare per ogni singolo livello di reddito. Avendo già preso posizione su questa rubrica a favore di questa seconda alternativa (15 agosto 2020), ne richiamo i motivi fondamentali. Le maggiori attrattive del modello tedesco risiedono nella sua trasparenza e nella sua flessibilità. Trasparenza perché ogni percettore di reddito saprebbe, senza fare calcoli personali, quale percentuale del suo reddito deve versare allo Stato, che è ben diversa da quella che si legge nella sua aliquota marginale. L’argomento di chi parla di complicazione “algoritmica” o matematica per la determinazione della curva delle aliquote è fuorviante perché il compito del calcolo è dell’amministrazione fiscale, e non è complicato perché basta decidere quale debba essere, mentre al contribuente verrebbe solo comunicata la percentuale effettiva del suo reddito che deve pagare. Quanto alla flessibilità, va considerata da un duplice punto di vista. Permette di decidere in modo mirato i livelli di reddito da beneficiare oggi con una riduzione di prelievo, disegnando con precisione la curva della progressività, ma permette anche con facilità di appiattire progressivamente, in futuro, la curva delle aliquote fino al livello desiderato di reddito. In altri termini, sarebbe facile spostare verso livelli superiori di reddito la progressività del prelievo dettato dalla Costituzione, man mano che l’equilibrio della finanza pubblica lo permetterà e secondo le scelte politiche discrezionali che sono alla base della democrazia. In ogni caso, deciso il metodo, l’importante è ridurre progressivamente in misura significativa la pressione fiscale sui redditi medi e medio-bassi. Lo si dice da decenni, almeno da quando l’inflazione alta fece lievitare i redditi nominali, ma non quelli reali, con la conseguenza che le aliquote concepite per redditi medio-alti finirono per colpire anche i medio-bassi. Il dibattito sul fiscal drag, come venne chiamato il fenomeno, fu intenso ma senza effetti rilevanti. La fame di gettito fiscale a fronte di spesa pubblica crescente, purtroppo non per investimenti, ha fino a oggi sempre collocato questa esigenza di correzione del prelievo nella cartella dei buoni propositi.

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