modelle a peso

Da Elena di Troia a Jill Kortleve: anche la bellezza ha i suoi difetti

di Anna Li Vigni


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4' di lettura

Si chiama Jill Kortleve la novella Afrodite social. Ebbene sì, la realtà in carne e ossa fa capolino dagli schermi degli smartphone, lasciando stupefatti i followers di mezzo mondo: la giovane Venere in bikini che posa per la campagna della collezione dell'imminente stagione estiva H&M mette in bella mostra i suoi rotolini adiposi al ventre. Un segnale importante, che con un'astuta mossa di marketing, invita le future clienti della linea mare a rivalutarsi e riconsiderare la propria bellezza “normale”, includendovi quelli che il feroce mondo della moda reputa vergognosi difetti: chili di troppo, cellulite, pancetta.

Si tratta di una scelta etica della popolarissima casa di moda prêt-à-porter, che avrebbe – e si spera avrà – una nobile influenza sulle giovani clienti? Oppure – e sarebbe anche meglio -, questo servizio fotografico è frutto di un'attenta analisi di una controtendenza espressa dalle ragazze global sul web? Comunque sia, questo è un bel colpo inferto alla tirannia della magrezza estrema. Una battaglia che può considerarsi vinta, come quell'unica battaglia vinta dal programma americano America's next top model, che nella sua decima edizione vide trionfare una rarità: la modella curvy Witney Thompson. Ma la guerra è ancora lunga da combattere.

Era il 2007 quando Oliviero Toscani, con una campagna fotografica di sensibilizzazione, ritraeva la pelle e le ossa della modella anoressica Isabelle Caro, deceduta qualche anno dopo. L'anno prima, lo scultore inglese Marc Quinn idolatrava la bella e magra Kate Moss rappresentandola nella famosa posa yoga in oro: simulacro della dea stessa della moda, taglia 34 per un'altezza di 1.73.
Chi lavora con le adolescenti vittime di disordini alimentari, sa bene che la psiche di queste splendide giovani viene letteralmente schiacciata, oggi più che mai, dal peso del web: alla proposta di modelli di bellezza lontani anni luce dalla realtà quotidiana – in quanto sempre più simili a corpi virtuali per via dei ritocchi effettuati con gli strumenti digitali -, si aggiunge anche l'aggressività dell'interazione social, per cui anche il minimo difetto fisico rappresentato in un'immagine postata può scatenare una pioggia di critiche feroci. Innumerevoli sono le adolescenti, e sempre più giovani, affette da dismorfofobia, una patologia psichica che altera la percezione della propria immagine somatica facendo sì che ci si veda sempre grasse anche quando si dimagrisce fino allo stremo. E' la mente che distrugge il corpo. E' l'applicazione totalitaristica di un modello mentale che penalizza il lato squisitamente sensibile – e nobilmente animale - della nostra identità, per rispondere agli input di una cultura, quella della società occidentale contemporanea, che è irriducibilmente dualistica e disincarnata. Le giovani menti vivono metà del loro tempo proiettate in uno spazio virtuale, finendo col considerarlo reale a tutti gli effetti, con ovvie conseguenze sulla loro vita quotidiana e sul loro corpo.
Certo, già nell'antichità il corpo femminile era oggetto di una visione idealizzata: l'arte classica proponeva un modello ideale e universale che in qualche modo “correggesse” la natura. Si pensi al pittore greco Zeusi (V sec. a.C.) che, dovendo ritrarre Elena, copiò le parti migliori delle cinque più belle ragazze di Crotone non riuscendo a trovare nella realtà una sola donna che in sé contenesse ogni bellezza. Non sappiamo quale fosse il risultato ultimo del dipinto di Zeusi, siamo però certi di una cosa: che a quella pittura di Elena non sarà mancata né la grazia, né la carne.
La figura femminile, sin dalle prime rappresentazioni della Grande Madre, come la cosiddetta Venere di Willendorf (26.000 anni fa), presenta i caratteri preponderanti della fertilità e dell'abbondanza: grandi i seni e il ventre. Perché la femminilità veniva riconosciuta nel ruolo innanzitutto naturale della donna, quello di procreatrice. Che male c'è? Si pensi all'Afrodite Cnidia di Prassitele (IV sec. a. C.) e, ancora meglio, all'Afrodite accovacciata dello scultore greco Doidalsa (II sec. a. C.), di cui una splendida copia romana in marmo è conservata a Palazzo Massimo a Roma: la dea che emerge dal mare si accovaccia sulle gambe e torce il busto rivolgendo il dolcissimo viso a un osservatore dietro di lei e, in questo movimento pieno di grazia, ecco comparire i rotolini del ventre, identici a quelli della modella di H&M. Non a caso, la donna latina era detta “formosam”, perché il bello del suo corpo consisteva proprio nel suo essere rotondo e morbido. E che dire delle donne di Tiziano e di Rubens, pittori che hanno ritratto entrambi Veneri allo specchio in pose discinte a evidenziare con orgoglio la cellulite? Per il filosofo inglese Edmund Burke (XVIII secolo), il bello risiede in generale nelle forme curvilinee. Pertanto le curve delle donne sono sintomo e simbolo di grande bellezza, al punto che nel XVII secolo venivano accentuate fino all'esasperazione da crinoline e strutture sottogonna, come il guardinfante - che compare nel ritratto di Velasquez della Infanta Margherita – usato nientemeno che per triplicare quasi ridicolmente l'ingombro dei fianchi.
Dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, dopo la breve parentesi della gloria delle “maggiorate”, con la comparsa della minigonna e del mito della modella ragazzina Twiggy, è stata una discesa in picchiata. Le taglie hanno cominciato a ridursi fino al parossismo, complice il diffondersi dei mezzi di comunicazione di massa e dei sempre più invadenti modelli pubblicitari.
Certo, si è trattato di un positivo fenomeno di progressiva liberazione del corpo femminile dallo scomodo stereotipo di madre e moglie imposto dalla cultura borghese. Tuttavia, per sfuggire al luogo comune, si è giunti a negare e a reprimere quegli aspetti estetici che rinviano all'ineludibile condizione della fertilità. Due le strade percorse: o l'androginia o l'infantilizzazione dell'immagine donna; comunque magrissima se non ossuta. Oggi, forse, l'aspetto più esorbitante è quello della donna perennemente adolescente, che fa di tutto per promuovere la propria immagine in pose da bambola. E la rotondità? Che fine ha fatto? Ha traslocato dai fianchi alle labbra, che ormai, vere protagoniste dei social, vengono contratte in modo parossistico in selfie ritoccati all'inverosimile.

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