Il fenomeno

Da ex dipendenti a imprenditori Così i lavoratori salvano aziende

Il modello del Workers buyout è in crescita sul territorio veneto: garantisce l'occupazione
e il know how evitando la dispersione. Coop di addetti anche nelle Pmi prive di continuità generazionale

di Barbara Ganz

5' di lettura

Da risposta di emergenza, sull’onda della necessità di salvare una azienda quando ogni altra possibilità è sfumata, a vero e proprio strumento di politica industriale, utile a salvare occupazione, competenze e pezzi significativi di economia del territorio.

I Workers buy out - cioè i casi di imprese costituite da dipendenti o ex dipendenti di realtà fallite o in fallimento, a volte cadute sotto i colpi della crisi economico finanziaria scoppiata nel 2008 - si stanno ritagliando in Veneto un ruolo sempre più centrale. Quando di parla di salvataggi, l’ultimo in ordine di tempo sul quale si sta lavorando potrebbe essere quello della Acc di Mel, Belluno, che produce compressori per frigoriferi con un ruolo chiave nella filiera del freddo italiana e occupa circa 300 persone: dopo una storia più che travagliata, per l’ex Zanussi - che a gennaio ha ripreso la produzione - sono arrivate tre manifestazioni di interesse: e una fa capo a Legacoop.

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Proprio Legacoop Veneto ha accompagnato finora otto Wbo nella regione nell’ultimo decennio, codificando un modello regionale sia nel complesso processo, dall’analisi alla valutazione fino all’avvio, che nel sistema di attori coinvolti: cooperazione, sindacati, istituzioni, attori bancari-assicurativi e strumenti finanziari. Solo un cWbo non è più in attività: è la Cooperativa Berti di Tessera (Venezia), nata nel 2016 dall’omonima azienda del settore vetrocamera e serramenti, colpito da una nuova crisi legata anche alla pandemia.

Complessivamente in tutto 160 ex lavoratori e lavoratrici sono diventati imprenditori di se stessi con la costituzione in cooperative. Oggi le persone occupate sono 221, a fronte dei 470 che allora avevano perso (o erano a forte rischio di perdere) il proprio posto di lavoro: «Questo significa non solamente quasi la metà dei posti di lavoro salvati o recuperati - spiega il presidente di Legacoop Veneto Adriano Rizzi -, ma molto di più. Perché si traduce anche in un patrimonio di competenze e know how salvaguardato, quote di mercato mantenute, occupazione preservata per un territorio e una comunità di riferimento. Sono pezzi di economia e di imprenditorialità veneta messi in salvo, nello specifico pezzi del manifatturiero, ossia del suo settore trainante: dalla termoidraulica ai modelli per le fonderie, dalla produzione di macchinari agricoli agli arredi per il settore navale, dalla stampa alla confezione tessile».

Come si diventa imprenditori? Mettendosi in gioco, anche dal punto di vista economico: superano i 2,4 milioni le risorse messe a capitale sociale delle imprese dai cooperatori fondatori al momento della costituzione delle cooperative, tramite l’anticipazione della propria indennità di disoccupazione, la Naspi (ex indennità di mobilità). Risorse a cui si sono aggiunti, fin da subito e in alcuni casi anche in seguito, altri 3,4 milioni, per lo più provenienti dal sistema finanziario e creditizio cooperativo, in parte come finanziamento e in altra come partecipazione alla capitalizzazione: 1,7 milioni da CFI-Cooperazione Finanza Impresa (investitore istituzionale delle centrali cooperative e del ministero dello Sviluppo economico), oltre a 1,4 milioni da Coopfond (il fondo mutualistico di Legacoop) e 350mila da Veneto Sviluppo, attiva solo fino al 2015 per operazioni di questo tipo; infine Banca Etica ha garantito la disponibilità di liquidità.

In molti casi l’impresa cooperativa parte avendo formalizzato un contratto dʼaffitto o di acquisto di un ramo dʼazienda, con particolare riferimento ai macchinari e ai contratti commerciali. E si contano i casi di successo: fra i più significativi in termini di consolidamento e sviluppo quelli delle cooperative Zanardi, Kuni, Sportarredo e Cfd (si veda pagina a lato). Ma c’è un altro contesto nel quale i Wbo potrebbero fare la differenza: non si parla di imprese in crisi, ma di aziende piccole e medie, prevalentemente artigiane, nelle quali manca la continuità generazionale. Confartigianato Vicenza ha affrontato la questione partendo dai numeri: il risultato è che anche tra gli imprenditori artigiani vicentini si assiste a un invecchiamento. Negli ultimi 10 anni la quota di over 60 aumenta di 8 punti percentuali arrivando al 19,4%, cioè un imprenditore su cinque corrispondente a 6.005 persone, mentre gli imprenditori con meno di 35 anni sono calati di 7 punti percentuali. Nel prossimo decennio una impresa familiare veneta su cinque sarà interessata da passaggio generazionale: nel solo Vicentino saranno 3.508. Partendo dai dati raccolti ed elaborati da Università di Padova e Ufficio studi di Confartigianato Vicenza, si è cercato di capire come offrire alle imprese, per le quali si avvicina il passaggio di testimone, una valida opportunità di trasmissione d’azienda. «Queste imprese si dimostrano robuste, consapevoli, hanno la volontà di crescrere e investire - spiega Paolo Gubitta, Università di Padova & Osservatorio professioni digitali e lavori ibridi) - Ma non ne hanno l’orizzonte: il leader ha spesso oltre 55 anni, i vertici anche. In azienda però spesso c’è il dipendente o i dipendenti validi, capaci, ai quali si potrebbe affidare il futuro». Una questione anche di mentalità, visto che cedere l’impresa è in molti casi come cedere parte di sé: «Eppure il 37% di queste realtà ci dice di essere disponibile a valutare il trasferimento della proprietà a un collaboratore che ha contribuito a costruire il successo dell’impresa: un approccio moderno alla proprietà che va oltre il puro possesso». Quello che serve sono gli strumenti, di supporto e normativi.

La Regione Veneto ha già creato un tavolo per far incontrare e dialogare imprese, sindacati e centrali cooperative e promuovere lo strumento in situazioni anche diverse dalle crisi: «In questi casi non c’è una Naspi da mettere in gioco: siamo in attesa del quadro di agevolazioni che sarà definito dai decreti attuativi previsti dalla Legge di Bilancio 2021», avverte Mattia Losego, dirigente dell’Unità di crisi aziendali di Veneto Lavoro. E la Regione ribadisce la volontà di supportare in ogni modo i Workers buy out: «Una ‘buona via' all’attuazione della art 46 della Costituzione, che oggi, attraverso la partecipazione piena dei lavoratori nello strumento Wbo può realizzare una economia responsabile, socialmente sostenibile, locale e di comunità. Certo servono cultura e formazione, strumenti dedicati da attivare e non può essere la soluzione estrema alle crisi. Coesione interna e territoriale, dimensioni aziendali, accompagnamento specialistico, tempo di realizzazione di un piano industriale dedicato sono le caratteristiche per realizzare questa ‘via' nelle crisi ma anche per le trasformazioni e il trasferimento aziendale», commenta l’assessore al Lavoro del Veneto Elena Donazzan.

in attività
D&C Modelleria Società Cooperativa di Vigodarzere (Padova)
2010 - modelli e attrezzature per fonderie, in legno, resina, alluminio, ghisa e acciaio

Cooperativa lavoratori Zanardi (Padova) 2014 - stampa di volumi di pregio

Kuni Società Cooperativa – Castagnaro (Verona) 2014 - arredi in legno su misura per la casa e il settore navale

Sportarredo Group sc di Gruaro (Venezia) 2015 - settore cosmesi, estetica e macchinari per l'estetica

Cooperativa Fonderia Dante di San Bonifacio (Verona) 2017 - caldaie a basamento, radiatori e dischi freno in ghisa

Centro Moda Polesano, Stienta (Rovigo) 2018 - alta moda femminile

Cooperativa Meaat (Gazzo Veronese) 2019 - attrezzature e macchinari agricoli

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