BOOM DI INIZIATIVE TECNOLOGICHE

Da fabbrica del mondo a potenza hi-tech. L’ascesa globale della Cina

di Lello Naso


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(XINHUA)

4' di lettura

L’asticella l’ha alzata la Cina. Nel 2016 ha presentato 1milione 338mila richieste di brevetti, più della somma dei cinque Paesi che la seguono nella classifica globale: Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Germania. Rispetto al 2015, la Cina ha quasi raddoppiato le richieste (+46%), mentre i concorrenti sono fermi o in calo. Ma soprattutto ha spostato il fuoco dei campi di applicazione verso le discipline connesse alla manifattura ad alto valore aggiunto. I dati puntuali dei campi in cui sono stati chiesti i brevetti nel 2016 non sono ancora disponibili. Quelli più recenti, che arrivano al 2015, segnalano la Cina già al primo posto nelle macchine utensili e nelle prime tre posizioni negli apparati elettrici e nell’energia, nelle tecnologie digitali e informatiche, nelle misure, nelle biotecnologie, nella chimica di base e nelle scienze alimentari. Non è difficile prevedere che il raddoppio delle richieste del 2016 porterà la Cina in testa alle classifiche dei brevetti in tutti i campi legati alla manifattura.

«Il motivo della svolta è semplice», dice Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano con delega al distaccamento cinese dell’Università. «Il Piano China Manifacturing 2025, ha spostato le risorse per lo sviluppo sulla manifattura. L’obiettivo è la totale trasformazione del tessuto industriale cinese. Da fabbrica a basso costo a industria ad alta tecnologia. Nel 2049, nel centenario della Repubblica Popolare, Pechino vuole essere la prima manifattura globale. Per questo verranno tagliati gli investimenti nell’immobiliare e nella soft economy e aumentati quelli nella manifattura».

Una scelta che cambia lo scenario della concorrenza globale. China Manufacturing 2025 cercherà di traghettare Pechino nel primo livello della tecnologia industriale. L’Europa metterà a regime i Piani di Industria 4.0 approvati in Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia per digitalizzare la sua manifattura. Gli Stati Uniti, la Silicon Valley in primis, proveranno a consolidare la leadership nelle tecnologie legate a Internet e a difendere il territorio con il rientro delle imprese rilanciato dalla leva fiscale e dall’America First di Trump. Con il rischio che l’abbandono del piano di riconversione sostenibile della manifattura di Obama possa tarpare le ali all’innovazione.

La tecnologia digitale al servizio della manifattura sarà lo strumento con cui si giocherà la partita della competizione sui mercati. China Manifacturing 2025 parla esplicitamente di azioni per la creazione, acquisizione e riconversione della tecnologia applicata all’industria. I brevetti e gli investimenti diretti in ricerca e innovazione sono il dato più eclatante. Ma non meno importante è la politica di acquisizioni all’estero. Dei 170 miliardi di dollari di investimenti in uscita nel 2016, il 19,42% è destinato alla manifattura (era il 13,72% nel 2015). Un cambio di passo per acquisire aziende ad alta tecnologia per utilizzarne il patrimonio di conoscenze. L’esempio più eclatante è l’acquisizione della tedesca Kuka, colosso della robotica, da parte del conglomerato cinese Midea, nonostante l’opposizione esplicita del cancelliere Merkel. Ma anche l’Italia e la sua manifattura sono al centro delle attenzioni cinesi. Nel 2016 lo stock di investimenti è stato di 12,8 miliardi di euro, il terzo in Europa. Le imprese italiane controllate da Pechino erano 398 e il processo è continuato fino a oggi. È di lunedì scorso la notizia, emblematica, che la cinese Guangzhou Kdt Machinery ha acquisito il 75% della riminese Masterwood, storica azienda produttrice di macchine per il legno. Un’azienda in difficoltà finanziaria, ma con tecnologie d’eccellenza. Che saranno utilizzate in Cina.

Anche nella formazione la strategia di Pechino è coerente con il progetto. Gli studenti che seguono corsi universitari e master all’estero sono 544mila, molti finanziati da borse di studio del Governo. I cinesi sono i più numerosi tra gli studenti stranieri negli Usa e in Gran Bretagna. In Italia sono 4.792 e seguono soprattutto corsi legati al made in Italy. Il 90% dei 544mila studenti cinesi all’estero torna a Pechino e va ad alimentare il nuovo management industriale.

Fondamentali sono anche gli accordi per la creazione di piattaforme tecnologiche in joint venture con Università europee. Il Politecnico di Milano ha appena annunciato che l’hub della ricerca in partnership con la Tsinghua University di Pechino sorgerà nel quartiere di Bovisa. A Milano sbarcherà il braccio operativo TsuStar, un incubatore che ha già avviato 5mila start up, una trentina già quotate in Borsa. «In Cina - esemplifica Noci - è finita l’era del Guandong, del tessile a basso costo. I nuovi distretti industriali sono sullo stile di Chongqing, il più grande polo globale per lo smart manufacturing. O di Xian, l’insediamento aerospaziale più innovativo, impegnato nelle missioni su Marte e in cui l’Italia ha ampi margini di collaborazione».

Sarà una partita lunga e i brevetti sono la spia che si è accesa in maniera più evidente. «Ma non arriviamo a conclusioni affrettate», dice Alfonso Gambardella, professore di economia e gestione delle imprese alla Bocconi. «I numeri cinesi sono impressionanti, ma le economie occidentali fanno molta più selezione e brevettano solo scoperte davvero utilizzabili. Inoltre, l’economia dei servizi migliora i processi, ma non sono invenzioni che possono essere protette. Penso alla sanità e al welfare, per esempio, su cui in Europa e negli Stati Uniti si fa vera innovazione che crea margini e valore sociale. Le statistiche raccontano poco questo trend».

La Ue, la Germania e anche l’Italia nello specifico, restano sui livelli consueti di registrazione dei brevetti. Negli Stati Uniti la crescita, fin dagli anni Novanta, è stata costante e indirizzata sull’It e sui farmaci. «In Occidente», dice Isabella Leone, direttore del master della Luiss in Open Innovation, «i criteri per l’approvazione, che condizionano la presentazione di un brevetto, sono molto rigorosi. Non c’è l’effetto quantità. Negli Stati Uniti si è affievolita la vena It degli anni Novanta e il cambio di rotta dell’amministrazione Trump sulle tecnologie a basso impatto ambientale avrà un effetto negativo sull’innovazione. I brevetti – conclude Leone - sono la porta di comunicazione tra le start up e le multinazionali. Se si chiude, il sistema industriale negli Usa e in Europa, alla lunga pagherà dazio».

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