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Elezioni 2022, dal Pd al M5s e FdI: tutti gli scenari dopo il voto

Domenica 25 settembre gli italiani sono chiamati alle urne per il rinnovo del parlamento. Per le forze politiche sarà un importante banco di prova, che delineerà i nuovi equilibri

di Barbara Fiammeri e Emilia Patta

Elezioni 25 settembre, ecco come si vota: guida per non sbagliare

8' di lettura

Il conto alla rovescia per le elezioni politiche di domenica 25 settembre è iniziato. Si tratta di capire quali potrebbero essere gli scenari del dopo voto, partito per partito.

FdI, la sfida per Meloni: da leader dell’opposizione a guida della maggioranza

Nonostante il blackout dei sondaggi nessuno dubita che Fratelli d’Italia sarà il vincitore di questa tornata elettorale. L’interrogativo è a quanto si fermerà l’asticella. Sarà questo il termometro per decidere se si tratta di una vittoria schiacciante o inferiore invece alle aspettative (alte) e crescenti dentro e fuori il partito di Giorgia Meloni. Se la leader di Fdi le confermerà, sarà per lei più facile arrivare a Palazzo Chigi. La sua investitura a premier è infatti l’obiettivo e la forza parlamentare di Fdi sarà decisiva per mantenerlo. Per Meloni infatti il difficile comincerà il 26 settembre. Il verdetto elettorale segnerà il suo passaggio da leader dell’opposizione a guida della maggioranza. Le responsabilità ovviamente sono ben diverse e gli elettori non sembrano propensi a concedere tempo (Renzi, Grillo e Salvini sono pronti a testimoniarlo). Il rischio di consumare parte del consenso faticosamente raccolto in questi 4 anni è un’eventualità tutt’altro che remota. Meloni è la prima ad esserne consapevole. A maggior ragione in una fase complessa qual è l’attuale. Nessuno le farà sconti, per primi i suoi alleati, Lega e Forza Italia. La conferma l’abbiamo già ora. Le prese di posizione sulla guerra e il rapporto con la Russia ha visto in più occasioni Meloni e il leader della Lega distanti anche se in questa ultima settimana Salvini ha decisamente sterzato verso una posizione più in linea con quella euroatlantica. Il segretario del Carroccio continua però a battere sullo scostamento, sul ricorso al deficit per attenuare il caro bollette e assicura che arriverà la flat tax e quota 41 per le pensioni. Meloni invece predica prudenza e conti pubblici in equilibrio. Una postura da premier in pectore. Se si tradurrà in un successo nelle urne oltre le aspettative questo le fornirà l’ossigeno necessario per affrontare la difficile partenza del nuovo governo: il confronto con gli alleati per la formazione della squadra e soprattutto le scelte da incardinare immediatamente nella legge di Bilancio su cui sono puntati gli occhi degli italiani, dei suoi elettori ma anche di Bruxelles e dei mercati.

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Lega, dal risultato elettorale dipende il ruolo di Salvini nel partito e nel governo

Matteo Salvini ha deciso di concludere la campagna elettorale con una maratona no stop on line. Il leader della Lega attende con trepidazione i risultati dello spoglio. Per la prima volta infatti, in ballo c’è anche la sua leadership. Nel Carroccio che si fregia di essere “l'ultimo partito leninista”, il Capo non si discute. Non ora. Ma un attimo dopo la conclusione dello spoglio si aprirà la resa dei conti. I fedelissimi del segretario ricordano che prima del suo avvento alla segreteria di via Bellerio la Lega era a rischio scomparsa (alle politiche del 2013 raccolse appena il 4,1%) mentre con Salvini è arrivata a oltre il 17% nel 2018 e al 34% alle europee dell’anno dopo. Ma difficilmente queste considerazioni saranno sufficienti a placare le critiche. E la ragione è questa: non solo l’obiettivo di fare della Lega un partito nazionale arranca ma al Nord i consensi – come certificato anche nelle ultime amministrative - sono calati in modo preoccupante a favore di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli d’Italia. Non era mai successo. Significa che lo zoccolo duro del Carroccio si sta frantumando e questo potrebbe riflettersi anche sulla futura guida della Lombardia che andrà al voto la prossima primavera. Forse anche per questo in questa fase finale della campagna elettorale Salvini è tornato a battere con insistenza sul tema dell’autonomia differenziata delle Regioni. Basterà? Vedremo. Anche perché dal risultato elettorale dipenderà il suo ruolo non solo nella Lega ma nel Governo. Il leader del Carroccio non fa mistero di voler tornare al Viminale, come avvenne ai tempi del Governo giallo-verde. Allora però la Lega si presentò al tavolo della trattativa forte del suo 17,4%. Stavolta sarà più complicato. E non solo per il dato numerico ma perché dall’altra parte si ritroverà Giorgia Meloni e l’arma del “non ci sto” con un’alleata in cima alle preferenze del centrodestra è scarica, a maggior ragione se si è usciti indeboliti dalle urne e con la sessione di Bilancio aperta, ovvero con pochissimo tempo per mettersi d’accordo sulla squadra di governo.

Forza Italia, la partita si gioca sui voti al Sud e sul consenso dei moderati

Anche i suoi avversari gli riconoscono di essere bravissimo a fiutare l’aria, a capire come muoversi in campagna elettorale. Per questo bisogna prestare particolare attenzione alle dichiarazioni di Silvio Berlusconi, che ha cominciato parlando di pensioni minime a mille euro, ha poi sterzato sul reddito di cittadinanza sostenendo che non andava abrogato ma riformato fino al tam tam giornaliero su Forza Italia unico partito centrista saldamente ancorato al Ppe, all’Europa e al Patto Atlantico. Partiamo da qui, da questa estrema sintesi della campagna elettorale del Cavaliere per capire quale sia la posta in gioco per gli azzurri. La risalita al Sud del Movimento 5 Stelle confermata da tutti gli ultimi sondaggi pubblicati, ha fatto scattare l’allarme ad Arcore. Il Mezzogiorno infatti resta il principale bacino elettorale di Forza Italia che deve guardarsi le spalle oltre che da Giorgia Meloni anche da Giuseppe Conte. Di qui la presa di posizione sul reddito di cittadinanza per marcare anche la differenza con Fdi e non consegnare consensi a M5s. L’altra sterzata invece è probabilmente indotta dal rischio sorpasso del cosiddetto “Terzo polo” guidato da Calenda e Renzi e nel quale sono confluiti anche una serie di ex forzisti (tra cui Mara Carfagna e Mariastella Gelmini). La scommessa di Azione-Italia viva è quella di attrarre il voto dei “moderati”. Di qui le accuse a Berlusconi di aver contribuito a far “cadere Draghi” e di non assumere posizioni nette contro Putin. Difficile fare previsioni ma è evidente che se davvero i “terzopolisti” dovessero ottenere un buon risultato elettorale sorpassando Forza Italia per gli azzurri sarà dura perché sarebbe la prima volta che una nuova formazione politica “centrista” scavalca Forza Italia. Decisivo però come sempre sarà il numero di seggi raccolti. Solo se saranno indispensabili alla partenza e al mantenimento del probabile governo di centrodestra, il Cavaliere avrà ancora uno spazio di manovra.

Per il Pd la soglia psicologica al 20% e Congresso già avviato

La soglia psicologica per il segretario Enrico Letta e per le varie anime del Pd è il 20%: sotto sarebbe un bagno di sangue, che farebbe il paio con quel 18,9% di Matteo Renzi del 2018 più volte rimproverato all'ex segretario («il peggiore risultato della storia del Pd, Renzi ha provato a distruggere il partito», ha rilanciato recentemente lo stesso Letta). Sotto il 20% è prevedibile immaginare le immediate dimissioni di Letta, il passaggio della transizione alla vicesegretaria gregaria Irene Tinagli e l’indizione del congresso. Congresso che comunque si dovrà tenere con qualsiasi risultato: la scadenza è il marzo del 2023, quattro anni dopo le ultime primarie che incoronarono nel 2019 Nicola Zingaretti, e secondo statuto va convocato sei mesi prima. Ma il 20% a Letta non basterebbe per restare in sella. Il segretario ed ex premier potrebbe pensare di correre alle primarie dem solo se il Pd si avvicinasse agli avversari di Fratelli d’Italia e staccasse di vari punti il rivale Giuseppe Conte, presidente del M5s. In caso contrario, anche se il Pd dovesse tenere senza sprofondare, ci sarà nei prossimi mesi un cambio di leadership: è noto che in pista c’è da molto, ormai, il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini. Ex Ds, Bonaccini è tuttavia schiettamente riformista e per questo ha l’appoggio della minoranza degli ex renziani di Base riformista, la corrente del ministro della Difesa Lorenzo Guerini che però non ha una rappresentanza forte nel partito. Il governatore emiliano pensa non a caso di costruire la sua campagna elettorale appoggiandosi sulla rete dei sindaci e degli amministratori tra cui i primi cittadini di Milano e Bergamo, Beppe Sala e Giorgio Gori. La sinistra ha i suoi rappresentanti in Andrea Orlando e Giuseppe Provenzano, ma in casa lettiana si sta pensando di contrapporre a Bonaccini proprio la vicepresidente della Regione Emilia Romagna, Elly Schlein: giovane, donna, proveniente dalla sinistra (era con Giuseppe Civati e la sua formazione Possibile), potrebbe essere la candidatura giusta per unire la sinistra e la società civile parlando al mondo giovanile. Ma al congresso del Pd parteciperanno di fatto anche due convitati di pietra, ossia il M5s e il Terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi. Allearsi con il primo o con i secondi? È chiaro che se Conte dovesse ottenere l’atteso successo al Sud e arrivare a livello nazionale a una percentuale vicina a quella del Pd il tema della ricostruzione dell’asse giallorosso con i pentastellati, da sempre sostenuta dalla sinistra del partito, si imporrà. Ma è anche chiaro che in questo caso il Pd tornerebbe ad una posizione di sudditanza rispetto al M5s, aprendo la strada a un futuro alla Mélenchon e mettendo in crisi i riformisti del Pd, europeisti e atlantisti convinti. I quali avrebbero più chance di far prevalere le proprie posizioni in caso di buon successo del Terzo polo. Bonaccini, i cui rapporti di amicizia politica con Renzi sono noti, in qualche modo ha messo le mani avanti per evitare l’accusa di “renzismo” sostenendo nei giorni scorsi la necessità del dialogo con il M5s a partire dalle regionali della primavera del 2023. Ma tenere tutti insieme è pressoché impossibile: il Pd dovrà giocoforza definire una volta per tutte la propria identità, proprio a partire dalle alleanze.

La trasformazione del M5S nel partito personale di Conte

Dato per morto nei giorni della caduta del governo Draghi, di cui è stato l’artefice, e inseguito dai ricorsi davanti al Tribunale per contestare la sua elezione a presidente del M5s, Giuseppe Conte potrebbe essere la vera sorpresa di queste elezioni, con un risultato secondo gli ultimi sondaggi pubblicati vicino al 15% (sopra la Lega) e che con l’avvicinarsi del voto potrebbe ancora crescere, soprattutto al Sud. Dopo aver mantenuto la regola del limite del doppio mandato e dopo essersi “liberato” del suo più pericoloso competitor interno Luigi Di Maio, che ha deciso proprio nei giorni della caduta di Draghi di uscire dal movimento per fondare Impegno civico, Conte ha condotto in solitaria una campagna elettorale tanto spregiudicata quanto fortunata: l’unico ministro uscente ricandidato è il fedelissimo Stefano Patuanelli, e il Garante Beppe Grillo si è defilato fino a rinunciare - per la prima volta - a partecipare al comizio finale della campagna elettorale. Se le previsioni del successo per la lista del M5s dovessero essere confermate, e aver invertito il declino dei mesi scorsi sarà comunque un successo, Conte si ritroverà un partito quasi personale dove potrà regnare incontrastato. E l’Opa sul Pd è già partita: «Non ci alleeremo mai con il Pd finché resta questa dirigenza», ha chiarito il presidente del M5s puntando il dito contro il segretario dem Enrico Letta per la sua decisione di rompere l’alleanza dopo la caduta del governo Draghi. Conte, che ha tra i suoi consiglieri più ascoltati l’ex leader dei Ds Massimo D’Alema, punta dunque a un cambio di leadership democratica che porti il Pd su posizioni più schiettamente di sinistra, alla Melènchon, per la costruzione di un polo di cui il M5s sarebbe il perno. I rapporti di forza tra Pd e M5s nel voto di lista saranno determinanti per il successo o meno di questo progetto, a conferma del fatto che per l’ex centrosinistra queste elezioni hanno anche e soprattutto il valore di “primarie” di coalizione.

Il Terzo polo punta ad avvicinarsi al 10% e guarda all’evoluzione del Pd

Anche la lista Azione-Italia Viva-Calenda degli ex dem Carlo Calenda e Matteo Renzi, ossia la terza gamba emersa dalle macerie del “campo largo” lettiano, è pronta come il M5s a lanciare la sua Opa sul Pd in caso di sconfitta di Letta. L’asticella vera per i due leader del cosiddetto Terzo polo è il 7%: sopra, il matrimonio tra i due piccoli partiti, Azione e Italia Viva, sarà considerato un successo e dunque durerà. La scommessa, per prossima legislatura, è fare l’ago della bilancia in Parlamento per arrivare - se non subito, dopo il previsto fallimento dell’eventuale governo di destra guidato da Giorgia Meloni - a un governo di larghe intese che salvi il Pnrr, la collocazione atlantica e il tradizionale europeismo dell’Italia. Con una percentuale vicina al 10%, inoltre, il Terzo polo sarebbe attrattivo per i riformisti del Pd, facilitando la corsa di Stefano Bonaccini alla guida dei dem rispetto al candidato o alla candidata di sinistra e pro M5s che lo sfiderà. Diversamente, con una percentuale vicina al 5% l’esperimento Terzo polo sarebbe di fatto fallito e prenderebbe il sopravvento la rivalità interna tra Calenda e Renzi.


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