emergenza coronavirus

Coronavirus, da Fincantieri ad Amazon, nelle fabbriche parte la protesta. Conte convoca le parti sociali

I sindacati della meccanica chiedono una momentanea fermata produttiva per creare condizioni di maggiore sicurezza negli stabilimenti

di Cristina Casadei


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(AFP)

6' di lettura

Da Taranto, passando per Bologna e arrivando fino a Brescia, Torino e Susegana. La protesta di sindacati e lavoratori sta iniziando ad allargarsi soprattutto nelle aziende della meccanica dove, già nei giorni scorsi, le sigle Fim, Fiom e Uilm, avevano chiesto misure di sicurezza per i dipendenti in modo da poter fronteggiare l’emergenza sanitaria senza rischi per la salute dei dipendenti. Adesso i sindacati tornano a dire che «è necessaria una momentanea fermata di tutte le imprese metalmeccaniche, a prescindere dal contratto utilizzato, fino a domenica 22 marzo, al fine di sanificare, mettere in sicurezza e riorganizzare tutti i luoghi di lavoro».

In attesa che venga trovata una soluzione si sono già verificati una serie di scioperi, dovuti soprattutto al fatto che in alcuni casi mancano le mascherine, in altri non si riescono a mantenere le distanze, in altri ancora per il fatto che i locali dove avviene il cambio tuta sono adeguati a una situazione normale ma hanno spazi troppo piccoli per questa emergenza e non consentono il mantenimento delle distanze. Intanto
arriva la convocazione per industriali e sindacati da parte del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per domani mattina alle 11 una videoconferenza da Palazzo Chigi. Saranno in collegamento anche i ministri Catalfo, Gualtieri, Speranza e Patuanelli, per discutere dell’attuazione delle previsioni contenute nell’ultimo dpcm riguardanti i protocolli di sicurezza nelle fabbriche a tutela della salute dei lavoratori.

Lavoratori mobilitati
Sono in stato di agitazione dei dipendenti del sito Amazon di Torrazza Piemonte dopo la conferma del caso di positività coronavirus di una lavoratrice e la verifica dei casi da porre in quarantena. «Dall’azienda non sono arrivate, dopo rassicurazioni solo informali dei giorni scorsi, comunicazioni chiare sulle misure messe in atto per il rispetto di quanto previsto dai Dpcm del 8 e del 9 marzo per la tutela della salute di lavoratrici e lavoratori del sito. È necessaria da parte nostra la segnalazione immediata allo Spresal. L’azienda è tenuta a garantire la distanza e i dispositivi di sicurezza per lo svolgimento della normale attività lavorativa e per l'utilizzo di luoghi comuni come mensa e spogliatoi, oltre che la sanificazione dei luoghi di lavoro», spiegano Filt e Nidil Cgil.

Alla Ast di Terni sono state proclamate otto ore di sciopero, a partire dalle 6 di domani, per ogni turno di lavoro per i diretti e per l’indotto, fino al terzo turno del 13 marzo compreso, in segno di protesta per la mancata adozione da parte dell’azienda di misure ritenute “idonee” per il contenimento del coronavirus. Fim, Fiom, Uilm, Fismic, Ugl e Usb spiegano di aver chiesto “impegni concreti”, come l’anticipo della Cassa integrazione già avviata per consentire una sanificazione dei locali e l’organizzazione al meglio della produzione, che “non vogliono fermare”, ed in ultimo “una risposta allo stress psico-fisico dei lavoratori, che è arrivato al limite”. Di fronte alla “intransigenza dell’azienda che ha negato tutte le opportunità” - dicono i sindacati - le segreterie hanno dichiarato lo stato di agitazione e quindi lo sciopero. L’ad Massimiliano Burelli ricorda le iniziative a tutela della salute intraprese e chiede senso di responsabilità ai sindacati: «Serve un approccio sistemico, eventuali iniziative assunte da una singola azienda potrebbero creare perturbazioni alla filiera». Quindi «qualora dovesse essere necessario prendere ulteriori provvedimenti - aggiunge il manager - si dovrà fare in un’ottica europea».

Priorità alla sanificazione
Nello stabilimento di Leonardo di Grottaglie il segretario organizzativo della Fim Cisl di Taranto Brindisi, Angela Sansonetti, dice di non riuscire «a capire l’atteggiamento e il comportamento di Leonardo Company di Grottaglie, né delle aziende controllate che non hanno esperito alcuna azione atta a contrastare il Covid-19. In questo ambito lavorativo sembra tutto normale: emerge una sorta di incapacità ad affrontare il problema o, ancora peggio, un menefreghismo totale», ma dice la sindacalista «o l’azienda si impegna a far seguire i fatti alle parole o proclameremo lo sciopero sino a quando lo stabilimento non garantirà la sicurezza delle maestranze. L’azienda non ha messo in atto le azioni richiamate per cercare di sconfiggere il virus: la sanificazione e la igienizzazione degli ambienti, non hanno creato un criterio per non fare coincidere le presenze negli spogliatoi tra primo e secondo turno, non c’è stato uno studio accurato e sistematico sul cercare un modo per lavorare più distanti sullo scalo e le mascherine, che assicuravano di avere in magazzino, faticano ad arrivare in tempi celeri in tutti i reparti». Dalla società però spiegano che «in linea con le indicazioni rilasciate delle autorità italiane, Leonardo ha adottato una serie di misure mirate al contenimento di rischio di contagio. Ha sospeso le trasferte internazionali e nazionali dei propri dipendenti», con rarissime eccezioni, mentre «ogni unità organizzativa di Leonardo ha attivato un piano di smart working che interessa tutte le sedi italiane. Nel caso in cui lo smart working non fosse applicabile per la peculiarità delle attività lavorative svolte e per le esigenze legate alla continuità del business, sono previste altre misure di flessibilità oraria nonché tutte le misure precauzionali per garantire un ambiente di lavoro sicuro».

Tensioni in Emilia
Situazione di forte tensione anche in Emilia Romagna. «C’è forte pressione e tensione: ci sono aziende dove le condizioni minime di sicurezza sono difficilmente applicabili - sostiene il segretario regionale della Fiom dell’Emilia-Romagna, Samuele Lodi -. C’è molto malcontento da parte nostra, perché il Governo deve garantire le condizioni di sicurezza e di salute anche dentro le aziende». Sul territorio ci sono stati casi isolati di sciopero, come alla Bonfiglioli di Bologna, mentre in alcuni casi, come alla Dieci di Montecchio, nel Reggiano, la protesta è rientrata dopo un confronto con l’ azienda. Scioperi spontanei anche in alcune fabbriche di Brescia che non hanno chiuso la produzione, con gli operai che chiedono maggiori tutele dal punto di vista sanitario alla luce dell’emergenza da coronavirus. «Stiamo discutendo con le aziende per capire come affrontare questa situazione. Registriamo scioperi in quattro o cinque realtà», spiega il segretario della Cgil di Brescia Francesco Bertoli.

Produzione in stallo
Sciopero di 8 ore nello stabilimento Fincantieri del Muggiano (La Spezia) e di Ancona dove i dipendenti diretti e dell’indotto hanno incrociato le braccia dopo che è arrivata la conferma del contagio da coronavirus per un lavoratore. Decisione condivisa tra le parti di astenersi dal lavoro per due giorni per verificare la possibilità di lavorare in sicurezza alla Toyota Material Handling Manifacturing di Bologna, realtà dove lavorano circa 580 dipendenti, impegnati nella produzione di carrelli elevatori. «C’è stato un incontro a seguito delle misure emanate e si è ritenuto non rispettabile nell’immediato la distanza di un metro tra un lavoratore e l’altro - spiega Mario Garagnani, della Fiom -. Si è deciso così di tenere ferma la produzione, ci rivedremo lunedì per capire se lunedì si può ripartire. Si tratta di una realtà virtuosa dove è in atto un percorso unitario». In sciopero invece i lavoratori delle aziende delle Riparazioni navali di Genova per chiedere più sicurezza a causa del coronavirus. «Pur riconoscendo gli sforzi fatti dalle aziende, riteniamo che non ci siano le condizioni di sicurezza necessarie per lavorare. Per questo proclamiamo lo sciopero», affermano in una nota Fiom, Fiom e Uilm, chiedendo alle istituzioni la convocazione di un tavolo tecnico per decidere cosa fare. Alla Electrolux, i lavoratori dello stabilimento di Susegana hanno proclamato una giornata di sciopero per contestare la scelta del governo di escludere dalle imprese obbligate a chiudere per i rischi di contagio da coronavirus quelle rientranti fra le attività produttive.

Le Rsu chiedono che il lavoro sia interrotto anche nelle fabbriche e che il reddito per i dipendenti sia assicurato attraverso gli ammortizzatori sociali. Una scelta analoga è stata assunta dalle rappresentanze sindacali interne di Irca (gruppo Zoppas Industries) di Vittorio Veneto, che ritengono “insufficienti e divisive” le misure restrittive decise dal governo per contenere la diffusione del virus nei luoghi di lavoro.

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