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Da Grillo al “mandato zero” di Di Maio, la mutazione genetica del M5S

Da oggi a domani i 100mila iscritti alla piattaforma Rousseau potranno votare online la nuova organizzazione del M5S annunciata da Luigi Di Maio, che tanta ironia ha scatenato sui social. Un passaggio maturato dopo il tracollo alle elezioni regionali, prima in Abruzzo e poi in Sardegna, che cade nel momento più delicato per la creatura politica fondata nel 2009 da Beppe Grillo e da Gianroberto Casaleggio

di Manuela Perrone


C’era una volta il Movimento, dalla democrazia diretta al mandato zero

5' di lettura

“Mandato zero” per i consiglieri comunali, “facilitatori” nazionali e struttura regionale, possibilità di stringere alleanze con liste civiche a livello locale. Da oggi a domani i 100mila iscritti alla piattaforma Rousseau potranno votare online la nuova organizzazione del M5S annunciata da Luigi Di Maio, che tanta ironia ha scatenato sui social. Un passaggio maturato dopo il tracollo alle elezioni regionali, prima in Abruzzo e poi in Sardegna, che cade nel momento più delicato per la creatura politica fondata nel 2009 da Beppe Grillo e da Gianroberto Casaleggio. Creatura profondamente mutata: oggi subisce i contraccolpi di un'ascesa rapidissima - i Cinque Stelle sono entrati in Parlamento nel 2013 e sono arrivati a Palazzo Chigi nel 2018 - e soprattutto dell'alleanza con la Lega di Matteo Salvini. Sofferenza evidente anche se sono riusciti a coronare tre dei loro sogni: reddito di cittadinanza, taglio dei vitalizi e legge anticorruzione.

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C’era una volta un Movimento che tuonava contro la casta e i partiti tradizionali. Grillo era il megafono perfetto per veicolare la rabbia di tanti, grazie alla popolarità acquisita con gli spettacoli in giro per l’Italia, al blog aperto nel 2005 e al VDay del 2007. In un post dell'agosto 2009 spiegava così la genesi del Movimento: “È la voce di milioni di persone che non hanno voce nei telegiornali e in televisione, ma che saranno la voce dell'Italia di domani. L'Italia di persone oneste, trasparenti, pulite, che non vogliono centrali nucleari, inceneritori, discariche con rifiuti tossico-nocivi. Un'Italia di persone perbene”. E ancora: “Un movimento di democrazia diretta. Un virus che non si può fermare perché cammina attraverso le sue idee e i suoi programmi”. Da qui la necessità di dotarsi di un'organizzazione fondata sulla distinzione dalle forze classiche, anche linguistica: un “non statuto”, nessuna sede fisica, i meetup al posto delle sezioni sul territorio, la Rete (e il blog) come faro, il mito dell'”uno vale uno”, gli eletti chiamati “portavoce” per evitare l'odiato “onorevole”.

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C’era una volta un Movimento che si autodefiniva “orizzontale”. Ma la metamorfosi in partito ha proceduto per tappe fino a oggi, forse la più significativa. Già dal 2017 il M5S ha uno statuto vero e proprio, un capo politico (Luigi Di Maio), un comitato di garanzia, i probiviri. Il blog di Grillo è stato soppiantato dal blog delle Stelle come “voce” ufficiale e la piattaforma Rousseau, attiva dal 2016 dopo la morte di Gianroberto Casaleggio, funge da spazio “assembleare”. Ma nella sostanza la linea politica è da tempo decisa altrove. Paradossalmente nelle stanze dei palazzi romani che si prometteva di aprire “come scatolette di tonno” e lungo la direttrice con Milano, dove Davide Casaleggio presiede l’Associazione Rousseau. Questo centralismo così stridente con le promesse di orizzontalità delle origini ha di fatto impedito una vera crescita nei territori, come le regionali hanno dimostrato. Per questo adesso si cerca di correre ai ripari, sempre tentando di mascherare linguisticamente la trasformazione, al punto che qualche commentatore ha evocato la “neolingua” di orwelliana memoria. E così i componenti della segreteria nazionale - che saranno 12 responsabili di altrettanti temi, dall’economia alle infrastrutture - diventano “facilitatori”.

C’era una volta il Movimento, dalla democrazia diretta al mandato zero

C’era una volta un Movimento basato sul divieto di due mandati, proprio per marcare la differenza tra sé e tutti gli altri. Ancora a marzo 2017 in un post , Grillo assicurava: “Il Movimento è una comunità di cittadini fondata su delle regole. Sono poche, chiare e semplici. Proprio per questo inamovibili. Una delle regole fondanti è quella dei mandati elettivi a qualunque livello. Consigliere comunale, sindaco, consigliere regionale, parlamentare nazionale ed europeo. Questa regola non si cambia né esisteranno mai deroghe ad essa. Ogni volta che deroghi a una regola praticamente la cancelli, diceva Gianroberto”. Oggi cambia eccome, anche se per ora riguarderà solo i consiglieri comunali. Una giravolta talmente eclatante che Di Maio è stato costretto a inventare l'espressione “mandato zero”. Le battute si sono sprecate. E sono in pochissimi a scommettere che la regola reggerà davvero, specie se si dovesse andare al voto a breve. Spazzerebbe via praticamente tutti i big del M5S, Di Maio compreso.

C’era una volta un Movimento che vietava ai suoi di andare in Tv e garantiva lo streaming sempre e comunque. Prestissimo la televisione, insieme ai social, è diventata invece il mezzo prediletto dai Cinque Stelle. Veicolo di notorietà per l’attuale classe dirigente, motivo di fortissime gelosie interne da parte degli esclusi. Perché è da sempre la comunicazione del Movimento, insieme ai vertici, a scegliere chi va e chi no. E il controllo è ferreo: a lungo i pentastellati hanno chiesto e ottenuto che non ci fosse contraddittorio in studio. Lo streaming si è perso subito, dalle prime assemblee dei gruppi parlamentari.

C’era una volta un Movimento che diceva no alla Tav e no al Tap, e che prometteva di chiudere l’Ilva. Come è finita si sa. Sono in sé retromarce comprensibili per un partito di Governo responsabile, se non fosse che tutto succede fuorché giustificarle in questi termini. Sul Tap si sono evocate fantomatiche “penali”, sulla Tav si vanta ancora netta contrarietà, sull’Ilva si cancella l’immunità penale ad ArcelorMittal. Il risultato è lasciare in toto alla Lega la bandiera di partito pro crescita e pro sviluppo. Mentre non si conquistano i voti dei moderati e del ceto produttivo si perdono quelli degli attivisti che si sentono traditi. Un capolavoro.

C’era una volta un Movimento fiero di correre da solo che attaccava ogni alleanza come “ammucchiata”. Ma poi ha proposto di mutuare dalla Germania la strada del “contratto di governo” e ha stretto il patto con il Carroccio, nonostante Roberto Fico (e non solo lui) avesse giurato: “Mai con la Lega”. Un passo azzardato: difficile, con un'organizzazione tanto evanescente e una classe dirigente spesso non all'altezza, competere con il partito di Salvini, nato nel 1989 e più che rodato sui territori. Alle europee la Lega ha doppiato il risultato delle politiche, il M5S lo ha dimezzato.

C’era una volta il Movimento di Grillo. In questi giorni la battuta più amara è stata la sua. Parodiando la canzone di Julio Iglesias “Se mi lasci non vale” ha scritto: “Il mandato ora è in corso, è il primo di un lungo viaggio... ma di andarmene a casa proprio non ne ho il coraggio”. L'accusa è pesante: essere attaccati alle poltrone. Proprio loro, che dovevano essere “biodegradabili”.

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