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Da Gucci a Moncler, show trionfanti e indagini nel backstage

Le sfilate di Milano si aprono con il dietro le quinte che diventa protagonista per Gucci, Moncler con il terzo progetto Genius, il power dressing di Alberta Ferretti e l’eleganza sensuale di Jil Sander

di Angelo Flaccavento


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La sfilata Gucci

3' di lettura

Fumo negli occhi. La settimana milanese della moda si apre proprio così, da Gucci: con una fragrante zaffata di fumo artificiale, da effetto speciale, mentre la voce di Federico Fellini racconta della sacralità del cinema in quanto rito.

La tenda rosa cade per terra e un carosello circolare comincia a girare, in senso orario, sulle note del Bolero di Ravel che incalza senza sosta, ossessivo, e i modelli stanno fermi come belle statuine, guardando il pubblico che li guarda. Uno scambio di ruoli da vertigine. Ritmo marziale, circolarità temporale, quel che passa vicino si allontana e poi ritorna, all’infinito, mentre la giostra gira: la metafora è chiara, ed è in qualche modo autoreferenziale.

Alessandro Michele, il direttore creativo sempre più simile, nell’aspetto, a una rockstar indie losangelena, con i lunghi capelli, la camicia di flanella a quadri e le unghie smaltate di verde mela, parla del rito della sfilata, epifania modaiola per antonomasia e, invero, accadimento rituale ad alto potere ipnotico. Lo fa attraverso una macchina scenica che rivela il meccanismo di solito nascosto, trasformando i modelli da osservati a osservatori, mettendo sostanzialmente in scena il backstage: allo show si accede dalla sala trucco.

La sfilata Gucci per l’autunno-inverno-20-21

La sfilata Gucci per l’autunno-inverno-20-21

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Avrebbe detto Marshall McLuhan «il processo è il prodotto» e in effetti è proprio alla teatralizzazione del processo che si assiste, con la vestizione servita al posto della passeggiata sulla pedana e i modelli che alla fine di tutto stanno fermi, immobili, dietro uno schermo. Rivelare il dietro le quinte è un gesto che anche altri, nella moda, hanno adottato (Dries Van Noten, ad esempio, o Pierpaolo Piccioli), e che ha un immenso potere emozionale, ma Michele sceglie di contenere in una scatola, mostrando attraverso un filtro perchè, dice, «lo sguardo di ciascuno è il vero filtro». La verità è nell’occhio dello spettatore, insomma: accurato.

Così confezionato il rito appare un po’ freddo e offusca la moda che, invece, poco si evolve. È forse più asciutta e tesa, meno sfrenatamente decorativa del solito, ma anche meno convincente della svolta severa della scorsa stagione, con qualche concessione costumistica di troppo a crinoline e cappelli da padre pellegrino. Lo spettacolo, certo, è grandioso.

Pensa in grande anche Remo Ruffini, che per la terza puntata di Moncler Genius, il progetto titanico di affermazione identitaria di marca attraverso la frammentazione stilistica, occupa un intero edificio sgarrupato alle frange estreme della città e ci installa dentro altrettanti teatrini, uno per ciascuno dei suoi “geni”.

Moncler Genius, 12 nuovi progetti  di creatività multiforme

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La messe di visioni è invero confondente, e la situazione poco consona a una fruizione attenta, ma nel rutilare di grandiosità sceniche spiccano i piumini acuminati di JW Anderson - nuovo acquisto in scuderia - le sofisticatezze pragmatiche di Veronica Leoni, i graffiti di Sandro Mandrino e le stampe di Richard Quinn.

Da N°21, Alessandro Dell’Acqua celebra i dieci anni del marchio attraverso una ricapitolazione di temi per lui nodali- dal maschile alle piume alla lingerie - che coagulano in una forma di eleganza neo borghese venata di punk - catene e spille da balia per ogni dove - che emana perversione pradesca, ma è impeccabile.

Tailoring e femminilità, la nuova contemporaneità di Alberta Ferretti

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Alberta Ferretti punta sul daywear: immensi cappotti dalle spalle potenti e pantaloni a banana infilati dentro gli stivaletti, e poi un proliferar di rouche degne del miglior Ungaro rinverdiscono in maniera un po’ troppo letterale memorie anni Ottanta.

Jil Sander, la sensualità dell’eleganza

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Convince e tocca la purezza estrema di Calcaterra, che il suo less is more lo serve con una concisione piena di sentimento. Da Jil Sander, in fine, Luke e Lucie Meier svelano finalmente il fremito della sensualità dietro il rigore apparente. La precisione certosina del disegno è quella di sempre, ma ci sono anche morbidezza e carne, e molta eleganza.

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