viaggio nell’anima dell’europa

Da Haarlem a Hull: l’Europa ci guarda

di Carlo Ossola


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5' di lettura

Uno è quello di Descartes ora a Copenhagen: intelligenza, mistero, disincanto; l’altro è quello della giovane donna, ora alla Ferens Art Gallery a Hull (Uk): dolcezza, retenue, malinconia. (Chissà cosa penserebbe oggi l’illuminato e generoso Thomas Robinson Ferens, 1847-1930, fondatore della collezione e filantropo, della stolida Brexit dei suoi concittadini presenti!) Vorrei convocarli qui, testimoni del nostro viaggio. Interrogarci sempre con Descartes, perderci sempre negli occhi della dama senza età di Haarlem.

Si può percorrere l’Europa come un cammino iniziatico, seguendo il Rilke del 1899-1900 da Bolzano a Vienna a Praga a San Pietroburgo, Mosca, Kazan, Novgorod – quasi un ultimo pellegrinaggio a Oriente tra tante altre vie del tempo a Occidente: per Compostela soprattutto; o si può imitare il Rilke del 1913, da Ronda a Madrid, a Weimar, a Berlino, a Parigi, a Duino, a Assisi: «Dov’è chi trasformò tempo e ricchezza / in povertà facendosi così forte / da toglersi le vesti al mercato / per recarsi nudo innanzi a quelle del suo vescovo? / […] / Veniva dalla luce a più profonda luce / e serenità era la sua cella» (O wo ist der, …dal Libro d’ore). Rilke è forse l’uomo del Novecento che più ha cercato l’anima d’Europa (a lui del resto fu dedicato un bel convegno della Fundación Marcelino Botín: «Las Fronteras de Europa: de Ronda a San Petersburgo», 2000, diretto da Francisco Jarauta).

Oppure si può pensare all’Europa come a un ricettacolo di sapienza: abbiamo iniziato con Erasmo e la sua casa a Anderlecht, vorrei concludere con Niccolò Cusano [Kues (Renania-Palatinato), 1401 – Todi, 1464] : un umanista pieno di curiositas: matematico e astronomo, filosofo, giurista e diplomatico, teologo e cardinale, principe-vescovo di Bressanone. La recente, e imponente, pubblicazione delle sue Opere filosofiche, teologiche e matematiche (a cura di Enrico Peroli, Bompiani-Giunti 2017) esalta ancor più la ricchezza del suo pensiero. Prendiamo semplicemente il suo trattato De aequalitate, L’uguaglianza: il suo argomentare è stringente, tiene insieme filosofia e politica, legge e princìpi etici: «Nell’unità, in effetti, non si vede che l’uguaglianza. Allo stesso modo, dal momento che il bene è diffusivo di se stesso, esso non ha una tale proprietà se non appunto dall’uguaglianza; ed il bene è ciò che è egualmente desiderato da tutti a motivo della sua eguaglianza. […] Ogni cosa dunque è in certo modo partecipazione dell’uguaglianza» (§ 28). Oppure percorriamo il De venatione sapientiae, A caccia della sapienza, un libro composto ad elogio del sapere e dell’immaginare, in modo che tutto ciò cui aneliamo debba essere più grande di noi: «L’intelletto, infatti, non sarebbe contento di se stesso, se fosse l’immagine di un creatore così piccolo e imperfetto che appunto potrebbe essere più grande e perfetto. Iddio infatti, che ha una perfezione infinita e incomprensibile, è certamente più grande di tutto ciò che è conoscibile e comprensibile» (§ 32). A sua immagine, anche l’«uomo è più grande dell’uomo»; Cusano lo dirà in un Dialogo sul gioco della palla (Dialogus de ludo globi), che riassume mirabilmente il pensiero umanistico: «Tutte le cose hanno la loro relazione e proporzione con l’universo. Esso risplende, tuttavia, in quella parte che è chiamata uomo più che in qualsiasi altra. Pertanto, poiché la perfezione della totalità dell’universo risplende più nell’uomo, l’uomo è un mondo perfetto, anche se piccolo […]. Di conseguenza, anche l’uomo possiede, in modo particolare, proprio e distinto, tutto ciò che l’universo ha in modo universale» (I, 42).

E l’uomo non soltanto è in questa perfezione, ma è chiamato a produrla: «Avendo infatti la libera facoltà di concepire, la mente trova in se stessa l’arte di rendere manifesto ciò che essa ha concepito» (I, 44), anche qui seguendo il modello del suo Dio il quale «voluit pulchritudinem conceptus sui manifestare et visibilem facere». L’uomo diventa uomo, a sua volta, rendendo visibile la bellezza del creato.

Per questo dobbiamo al mondo Devozione: «Alle cappelle delle isole. / A Galla Placidia. I muri stretti portando misura alle nostre ombre. / Alle statue nell’erba; e, come me, forse senza volto. / […] / A Santa Marta d’Agliè, nel Canavese. / Il rosso mattone che è maturato pronunciando la gioia barocca. / A un palazzo deserto e conchiuso negli alberi. / (A tutti i palazzi di questo mondo, nell’accogliere la notte)» (Yves Bonnefoy, Dévotion).

* * *

La vecchia Europa è il rugoso manto di secoli che hanno palpitato di vita e di arte; sotto ogni nostro passo vibra l’eco di un desiderio sepolto, di un arco ancor teso, di una mano che dipinge; tanti scrittori l’hanno evocato da Keats a Brodskij; ma vorrei suggellare questo viaggio con le parole di Julio Cortázar, verso per verso, e lentamente: «Un’ultima vanità trattiene le figure / la terracotta intirizzita che i tumuli / hanno protetto dai venti e dalle orde. / La sposa e lo sposo / il cane fedele, l’anfora, / le offerte per il lento itinerario / […] // Fuori, o vita sotto il sole, albero di nuvole! / Come piegarsi al peso vischioso dell’ombra, / consegnare tanto marmo, tanto sangue schiumoso / ai fili spezzati dell’oblio? // Ecco perché il policromo simulacro e la vita in sospeso, / la tomba che è anche casa, / la morte divenuta consuetudine e rito. / Una ciclica festa gira sulle pareti / con i suoi rossi, i suoi verdi, le terre ordinate. // Non si allontana la donna dal talamo infinito, / vigila il cane, spariscono i demoni. / […] / (Soli assenti – il loro nome può mancare - / gli anni, i mesi, i giorni, / le diastole, le sistole. Appena / un tremolio nelle tuniche perfette / di ordinata finezza) // Il banchetto immobile continua, il viaggio continua sotterraneo, / in salvo dal cambiamento, nulla bagna / le guance brunite dal fuoco, / ignorate dal tempo nella sua corsa / in superficie, negli alberi che passano e si alternano. // Sul tumulo un pastore / canta per la brezza» (Tombe etrusche, da Ultimo round, 2007).

Da Civita di Tarquinia, dalla Tomba del Triclinio, sempre ci precede il suonatore etrusco modulando per noi la cetra, «in salvo dal cambiamento» …

* * *

Torno infine al mio villaggio. Della millenaria Europa che abbiamo percorso, qui non c’è nulla, se non la Crêuza , che scende – scavata nel tufo e coperta a cappella da alberi e arbusti – da secoli verso il piano. Bisognerebbe scavare e scavare en creux, nel profondo, se si vuole evitare il deserto della natura e della mente. L’ha raccontato in canto Fabrizio De André in Crêuza de mä, 1984: «umbre de muri, muri de mainæ / dunde ne vegnî, duve l’é ch’anæ?»; e, non meno “scavando”, Seamus Heaney: «Between my finger and my thumb / The squat pen rests. / I’ll dig with it» (Digging: «Tra il mio indice e il pollice / quatta e pronta è la penna. / Con quella io scaverò»). Qui non ci sono muri, né torbiere, solo un viottolo che si perde tra i grappoli a raggiera del sambuco, e la stessa coscienza – nel tufo e nella vita – che solo scavando a fondo si trova il fondamento.

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