festa del cinema

Da Hammett a Ellroy passando per Tarantino: Roma scommette sul noir

di Eugenio Bruno

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Jeff Bridges e Cynthia Erivonel film della Twentieth Century Fox's “Sette sconosciuti a El Royale.”


3' di lettura

Per le sue aperture la Festa del cinema di Roma continua a scommettere sui film di genere. Al western Hostiles che aveva inaugurato la dodicesima edizione della kermesse capitolina si è aggiunge quest’anno il noir, con più di una nota pulp, Bad times at the El Royale (che uscirà in Italia il 25 ottobre con il titolo di Sette sconosciuti a El Royale). Che attinge a piene mani dalla letteratura hard boiled, la mescola con il gusto del torbido e dell’eccesso rilanciato 40 anni dopo dalla penna di James Ellroy e la porta sullo schermo con il senso del tempo e dello spazio di Quentin Tarantino. In un gioco di specchi e di rimandi tra presente e passato, Est e Ovest, storie e Storia, redenzione e dannazione che riempie gli occhi dello spettatore. Anche troppo considerando le oltre 2 ore e 20 di

proiezione.

Un film che incarna a pieno lo spirito dei Sixties
Dopo un breve prologo ambientato nel 1958 la pellicola - in senso tecnico visto che il regista Drew Goddard, alla sua opera seconda, l’ha preferita al digitale oggi tanto in voga - va avanti di un decennio e ci porta alla fine degli anni Sessanta. A quel clima di «sensualità, clamore e celebrazione» evidenziate dallo stesso autore nelle note di regia. Siamo in piena presidenza di Richard Nixon. Con tutte le sue contraddizioni, a cominciare dalla sporca guerra in Vietnam e degli effetti che ha lasciato sulla pelle dei soldati di ritorno dal fronte. Come il portiere/barman/factotum Miles Miller (Lewis Pullman) che accoglie gli altri sei protagonisti del film. Tra cui spiccano un immenso e visibilmente divertito Jeff Bridges (nel ruolo del finto padre Daniel Flynn) - in una versione in abito talare del celebre Drugo portato sullo schermo dai fratelli Coen nel Grande Lebowski - e la pluripremiata attrice di Broadway Cynthia Erivo, che presta il corpo e soprattutto la voce alla cantante Darlene Sweet. Vera icona-eroina del film che in una sola battuta riassume decenni di lotte femministe.

La forza dell’ambientazione
A dispetto del suo titolo italiano i protagonisti del lungometraggio sono in realtà otto. Ai “sette sconosciuti” va aggiunta infatti l’ambientazione: l’hotel El Royale. Interamente ricostruito nei Mammoth Studies canadesi di Burnaby, a due passi da Vancouver, l’albergo viene invece posto esattamente al confine tra due Stati americani: la California e il Nevada. Con tutto quello che ne consegue. Con il caldo e il tramonto a Ovest e la speranza e l’opportunità a Est. Come non si stanca di cantilenare Miles all’arrivo degli ospiti. Ed è su quel crinale che si muove tra interni ed esterni l’intero cast. Che è completato nei ruoli principali dal venditore di aspirapolvere/agente segreto Laramie Seymour Sullivan (il Jon Hamm reso celebre dalla serie Tv Mad men) e dalle due sorelle Emily e Rose Summerspring (Dakota Johnson e Cailee Spaeny che ha accompagnato la pellicola a Roma insieme al regista). Entrambe adepte della setta di Billy Lee (il Chris Hemsworth noto a grandi e piccini per il Thor di Avengers: Infinity war) che ricorda molto da vicino Charles Manson e tutta la sua follia.

Sette sconosciuti a El Royale

Un senso del ritmo raro per un’opera seconda
Il cast all star è una delle fortune del film. Insieme alla colonna sonora a 24 carati e a un senso del ritmo raro per un’opera seconda. Le citazioni non si contano. A cominciare dall’alternanza di più punti di vista che ci rimanda direttamente al Jackie Brown di Tarantino. Un modello che torna di frequente negli occhi e nelle orecchie grazie a più di un’assonanza con Le Iene e The Hateful Eight. A cominciare dall’unità di tempo e di luogo scelta per l’intera vicenda - da cui Goddard si distacca solo per i flashback di presentazione dei vari personaggi - che per i suoi tratti spiccatamente noir sembra uscita dalle pagine di Dashiell Hammett e Ramon Chandler. Oppure del loro “figlioccio” James Ellroy che sul confine torbido tra vizi privati e pubbliche virtù dell’America degli anni Sessanta e Settanta ha fatto la sua fortuna. Alla fine il gioco riesce. Grazie anche ad alcune scorciatoie da “salto dalla poltrona” la sceneggiatura funziona e la tensione regge. Fino al falò delle vanità/opportunità finale. Una pira che da dannazione per tanti si trasforma in redenzione per pochi.

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