il caos nel movimento

M5S in rivolta, il senatore Grassi verso la Lega. Spunta l’idea di un «cordone» intorno a Di Maio

Il capo politico reagisce: «Chi è interessato al gioco degli altri e del sistema può accomodarsi in un partito, basta polemiche inutili». Ma i malumori non si placano. Il senatore Ugo Grassi verso l’addio. Alla Camera continua l’impasse sul presidente dei deputati: la partita potrebbe restare congelata fino a gennaio

di Manuela Perrone


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(Ansa)

5' di lettura

La bomba sociale dell’ex Ilva è stata l’ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo. Rendendo plasticamente evidente ciò che covava da tempo sotto la cenere: la difficoltà di Luigi Di Maio di controllare i suoi gruppi parlamentari. Lacerati in bande e mini-correnti, tra filoleghisti (pochi), insofferenti della gestione dimaiana (molti), critici “responsabili”, delusi dalle scelte nella formazione del nuovo Governo giallorosso, semplici disorientati. Una polveriera rafforzata dalla latitanza di Beppe Grillo, cui molti guardano con speranza, e dalle proteste sotterranee contro Davide Casaleggio e il ruolo dell’Associazione Rousseau.

La mediazione su Ilva affidata a Patuanelli
La cesura tra Di Maio e gli eletti M5S ha ricadute dirette sulla tenuta del Governo e preoccupa non solo gli alleati, Pd in testa, ma anche il premier Giuseppe Conte, che ha toccato con mano le divisioni durante l’incontro di martedì mattina con i parlamentari pugliesi, fermi sul “no” all’immunità penale per ArcelorMittal. Da qui la trovata: la delega del dossier, fronte Movimento, al ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, che è riuscito a strappare prima ai senatori, martedì sera, e poi ai deputati, il giorno successivo, almeno un mandato a tornare a riferire all’assemblea se dovesse emergere l’esigenza di proporre lo scudo su richiesta di Conte e il “sì” alla continuità dell’impianto di Taranto nell’ambito di un percorso di decarbonizzazione. Prime timide aperture.

L’idea di un «cordone» intorno al leader
Ma c’è un aspetto politico dell’operazione che fonti pentastellate di Governo invitano a non sottovalutare: la creazione di una sorta di “cordone” intorno a Di Maio che possa sorreggerlo nella guida del M5S, dove ormai è quasi in minoranza, e al tempo stesso mettere in sicurezza l’Esecutivo da tentazioni di rottura. Un fronte che naturalmente ha il suo terminale in Conte, i suoi bracci operativi in tanti ministri e sottosegretari pontieri, e un obiettivo: ridurre lo scollamento tra i vertici e i parlamentari. Senza per ora essere finalizzato a “spodestare” Di Maio: secondo lo statuto (articolo 7, comma e), peraltro, la mozione di sfiducia al capo politico potrebbe essere promossa soltanto da Grillo, in qualità di garante, oppure con una delibera assunta a maggioranza assoluta dei componenti del comitato di garanzia, e in entrambi i casi occorrerebbe la ratifica del voto online. A nulla servono i documenti che stanno circolando, come quello redatto dal deputato siciliano Giorgio Trizzino, che invocano la separazione tra il ruolo di leader e l’assunzione di incarichi di Governo. Anche perché - per ammissione di molti critici - al momento non c’è un’alternativa a Di Maio.

La reazione del leader
Come sempre nei momenti di difficoltà, Di Maio in un post su Facebook attacca la stampa, ma soprattutto i dissidenti accusati di alimentare «retroscena su qualche giornale compiacente». Senza curarsi però del fatto che ormai non si tratta più di sparuti gruppetti. «Qui nel Movimento si lavora per cambiare il Paese», avverte: «Chi è interessato a fare il gioco degli altri e del sistema può accomodarsi in un partito. Chi di fronte alle vittime di Venezia e al dramma dell’Ilva preferisce guardarsi gli affari suoi conosce la strada. Il Movimento non lo piangerà».

Il senatore Grassi verso l’addio (e la Lega)
Non sono proprio le parole che deputati e senatori si aspettavano. Poche ore dopo ecco che Ugo Grassi, giurista partenopeo eletto a Palazzo Madama all’uninominale da tempo annoverato tra i pentastellati con la valigia, ammette all’AdnKronos di essere a un passo dall’addio: «La contraddizione tra ciò che mi era stato prospettato, che era oggettivamente il programma M5S, e ciò che sta accadendo è diventata così aspra che abbandonare il Movimento diventa legittima difesa». Casus belli, l’istituzione in manovra di un’Agenzia nazionale per la ricerca. «Volevo contrastare lo strapotere dell’Anvur», spiega. «Non ci sono riuscito perché il M5S non si è proprio attivato, anzi ha fatto l’opposto. E non contenti creiamo un’altra Agenzia che costa 4 milioni di euro». Prima di Grassi, che veleggerebbe verso la Lega, avevano abbandonato la nave Paola Nugnes (ora in Leu), Silvia Vono (approdata a Italia Viva) ed Elena Fattori (nel Misto). Altri sarebbero tentati.

Chi difende Di Maio
Ma c’è anche chi è sceso in campo in difesa del capo politico. Come la viceministra all’Economia, Laura Castelli, rimasta tra i fedelissimi dell’inner circle: «Contro Di Maio accanimento mediatico maniacale. Sta portando avanti processo gigantesco per innovare il MoVimento». Si è esposto poi il capogruppo vicario alla Camera, Francesco Silvestri: «Su di noi fake news per dividerci, nel Movimento si discute ma è chiaro a tutti chi detiene la leadership e Di Maio non è in discussione». L’ex capogruppo oggi questore alla Camera Francesco D’Uva è sulla stessa lunghezza d’onda: «Luigi il nostro appoggio lo ha sempre avuto e lo dimostrano i fatti». Da Palazzo Madama si sono levate le voci di Ettore Licheri e Sabrina Ricciardi.

A Montecitorio M5S ancora senza capogruppo
Mercoledì 13 alla Camera c’è stata la quarta fumata nera per l’elezione del capogruppo: primo è arrivato l’ex sottosegretario allo Sviluppo economico Davide Crippa con 85 voti, secondo il “fichiano” Riccardo Ricciardi con 73. Le schede bianche sono state 17, le nulle 15. E non si è raggiunto neanche stavolta il quasi impossibile quorum della maggioranza assoluta dei componenti del gruppo. La paralisi è tale che potrebbe decidere di tornare in pista lo stesso Silvestri, che a questa tornata aveva voluto fare un passo indietro per capire se fosse il suo nome a impantanare l’elezione, e anche Raffaele Trano, l’outsider espressione della nuova guardia pentastellata che aveva scelto di ritirarsi alla terza votazione lasciando il campo a Ricciardi, che aveva proposto come vice nella sua squadra. È la riprova del caos che regna sovrano. Tanto che si ragiona sulla possibilità di congelare la partita fino a gennaio.

Riorganizzazione, arma a doppio taglio
Perché gennaio? Semplice: entro dicembre dovrebbe decollare la riorganizzazione interna del M5S, con l’arrivo dei dodici «facilitatori» (uno per tema, dall’energia all’ambiente, gli equivalenti dei componenti della segreteria negli altri partiti) e dei sei coadiuvatori di Di Maio nella gestione del Movimento. Le candidature per il team dei dodici sono aperte sulla piattaforma Rousseau fino al 22 novembre: ciascuno degli aspiranti deve presentare una squadra e un progetto, sostenuto da cinque esperti della materia e da almeno tre eletti (uno nazionale, uno regionale e uno locale). Percorso non semplice, che punta a rendere più collegiale il Movimento. Ma che potrebbe anche andare a ingrossare l’esercito degli scontenti.

Le regionali e i “bachi” nei territori
L’altro punto interrogativo sono le elezioni regionali. Le nubi sono dense sugli appuntamenti previsti a stretto giro: Emilia Romagna e Calabria, dove Di Maio preferirebbe evitare di presentarsi. Ma le tensioni sui territori, dove tradizionalmente i Cinque Stelle sono deboli, sono fortissime e il leader incontrerà a giorni, probabilmente lunedì 18, gli eletti per sopire i malumori. Non è un caso che mercoledì 13 siano stati nominati i referenti regionali solo in vista del voto di maggio, dunque in Campania (dove Di Maio sarà nel fine settimana), Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto. I prescelti - tra cui l’ex ministra Barbara Lezzi in Puglia, in prima linea contro l’immunità a Mittal - saranno affiancati da un referente del gruppo parlamentare e dovranno «proporre il percorso da seguire per le elezioni» entro il 10 dicembre, come «sondare» o «contattare» liste civiche con cui fare una «eventuale coalizione» ed esplorare la possibilità di «candidature esterne». Anche qui percorsi, architetture e tentativi spesso contorti di smarcarsi dallo stereotipo dell’“uomo solo al comando”. È l’ambiguità costitutiva del Movimento che, una volta diventato forza di governo, sta deflagrando. Mostrando la contraddizione tra l’utopia dell’orizzontalità e la realtà del verticismo, che Rousseau non ha risolto. Anzi.

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