PARIGI / GIORNO 4

Da Issey Miyake le linee astratte danzano intorno la corpo, il maestro è Yamamoto

di Angelo Flaccavento


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Parigi, da sinistra sfilata di Loewe, Issey Miyake, Yohji Yamamoto (Afp, Afp, Epa)

3' di lettura

Con i tempi che corrono, il rischio di diventar plumbei o addirittura millenaristi, e quindi di immaginare mode punitive e meste è alto. Come é alto il rischio, già concretizzatosi più volte in questi giorni iniziali di sfilate parigine, di puntare in direzione opposta e massimizzare l'escapismo per abbracciare il kitsch e il sexy esagerato. Isabel Marant lo fa da sempre, con una nonchalance tutta parigina che è la sigla di un duraturo successo.

Eleganza lieve e imprevedibile
È Jonathan Anderson a offire sollievo, da Loewe. Un sollievo fatto di eleganza lieve e preziosa, per nulla stucchevole, men che mai prevedibile. Ci vuole talento e un senso impeccabile del controllo, ovvero la capacità di dosare pesi e misure, di lavorare di dettagli e proporzoni, per usare perle, pizzi e ispirazioni lingerie evitando il romanticismo da libro Harmony, proponendo invece abiti dalla modernità senza tempo. La levità é un sentimento totale in questa sfilata che eleva Loewe e spinge il marchio un po' più avanti, lontano dall'estetica del pastiche e del collage, in un territorio di sofisticazione estrema nel quale l'artigianalità delle lavorazioni é segno pervasivo, ma intimo come una impronta digitale.

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Domina il bianco, dal set etereo al resto. Anderson porta all'esterno gli strati e l'intimo, crinoline incluse, che, nell'abbigliamento sei/sette/ottocentesco, davano struttura agli abiti. In questo movimento, ciò che in genere é sotto diventa esso stesso architettura, impalpabile. Il dialogo tra abito e corpo è condotto, per cosí dire, in punta di penna, ma ha anche una certa solennità. Piccole cappe e grandi mantelli suggellano la silhouette e il risultato è pura elevazione mattutina.

Linee astratte per Miyake
È pieno di gioia, intesa principalmente come leggerezza e mutamento, il debutto di Satoshi Kondo da Issey Miyake. Il repulisti è subito evidente: tornano le linee astratte che danzano intorno al corpo, e una certa concisione espressiva, vitale ed energetica, che poco concede ai lambiccamenti tessili del recente passato. Il lavoro da fare per ridare a Miyake la rilevanza che giustamente merita é molto, ma questo é un buon inizio. C'è da mettere a fuoco la donna, o le donne di riferimento; la gioia espressa attraverso le pur emozionanti coreografie di Daniel Ezralow, d'altro canto, é un cliché che ormai appartiene al passato della moda, e che andrebbe superato.

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Gli eccessi (interessanti) di Balmain
È una ricapitolazione massimalista di anni Sessanta, Settanta e soprattutto Ottanta la prova titanica di Olivier Rousteing per Balmain. Tra pantaloni con una gamba sola, mezze giacche, spalle giganti e stramberie assortite, sembra di assistere allo show di fine anno di una scuola di moda. L'ingenuità e l'entusiasmo si apprezzano, ma questa moda ha un che di impossibile. Tra gli eccessi e le cacofonie, peró, emerge anche un Balmain più fluido e leggero, che appare interessante.

La seconda prova dei giovani coniugi Botter da Nina Ricci é alquanto goffa. I codici, dal romanticismo infantile ad un senso quasi cartoon della couture ci sono tutti, ma l'esecuzione va messa a fuoco pensando a vestiti che le donne davvero vogliano mettere.

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Da Celine, Hedi Slimane continua ad esplorare una serie di cliché legati ad un modo francese di apparire. Dalla contestatrice alla signora borghese con l'abito da pastorella, di lurex, passando per il bianco e nero alla Chanel e il boho chic di Jane Birkin, c'é tutto, e tutto molto letterale, con un po' troppo Saint-Laurent (Yves, non Vaccarello) per non restare stupefatti.

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