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Da Kudlow a Pompeo: perché la nuova linea di Trump è un’incognita

di Angela Manganaro

4' di lettura

«Mi ha chiamato domenica mentre giocavo a tennis, ero in campo, quando ho risposto ho pensato: mi urlerà perché l’ho criticato per le tariffe su acciaio e alluminio, invece mi ha offerto un lavoro». Così Larry Kudlow, 70 anni, nuovo consigliere economico del presidente racconta la telefonata di Donald Trump. La Casa Bianca ha confermato oggi l’incarico, il nominato ha mostrato fiero su Twitter l’appoggio del Wall Street Journal. Kudlow sostituisce Gary Cohn, il banchiere che si è dimesso proprio perché non era d’accordo con la politica sui dazi del presidente Trump.

Kudlow ha lavorato nell’amministrazione Reagan, stimato funzionario dell’ufficio budget, è un conservatore e autore di «JFK and the Reagan Revolution: A Secret History of American Prosperity» e di altri libri in cui da sincero repubblicano loda le incommensurabili virtù del taglio delle tasse, sola strada che assicura libertà e prosperità. Da giovane è stato democratico, attivista impegnato in campagne elettorali con i quasi coetanei Bill Clinton e John Podesta. Ma da anni, e questo avrà pesato se ormai si conosce un poco Trump, è una television personality, è commentatore per Cnbc con una sua trasmissione The Kudlow Report.

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Poche ore dopo la nomina, e le diverse telefonate che ha avuto col presidente, Kudlow dice che «la Cina merita una dura risposta perché per molto tempo sul commercio non ha rispettato le regole del gioco». Dalla sera alla mattina è nato un protezionista? No, tanto che il neo consigliere economico sottolinea che ha idee diverse da Trump. A Kudlow come a Cohn i dazi non piacciono, eppure la Cina, è il pensiero del neo economic advisor, «deve essere arginata non solo dagli Stati Uniti ma da altri Paesi» dice al canale tv presso cui è stato commentatore per venticinque anni.

Nella sua prima intervista insomma detta la linea, non protezionismo generico ma un obiettivo specifico: «Penso che gli Stati Uniti - dice - dovrebbero guidare una coalizione di altri partner commerciali contro la China, e dire loro che hanno infranto le regole a destra e a manca. Mi piace paragonare questa coalizione commerciale a una coalizione dei volenterosi» e chiaro è il paragone con i paesi alleati dell’America nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein.

Kudlow cerca di non smentire se stesso riconoscendo che è sempre stato contrario ai dazi ma ha ammorbidito questa sua posizione quando ha capito che la Casa Bianca era pronta a fare eccezioni per Canada, Messico e gli altri Paesi che hanno posizioni commerciali U.S.-friendly. Insomma se non danneggi gli Stati Uniti va bene.

Sarà Kudlow un fedelissimo di Trump? Kudlow e Mike Pompeo, nuovo capo della diplomazia, saranno davvero gli uomini del presidente? Difficile dirlo, anche perché abbiamo capito che la prima regola del Trump club è che non esiste un Trump club. Chiunque può essere sbattuto fuori in qualsiasi momento. I critici dicono che il presidente Trump vuole lealtà e obbedienza ma è anche vero che siamo in America, siamo alla Casa Bianca e Trump non può scegliere dei Signor Nessuno al suo fianco: se non sei un Signor Nessuno, di solito hai una storia e un minimo di reputazione e idea di te da difendere oltre che un ego da gestire, non puoi giurare totale fedeltà al capo come un vassallo. Da qui i guai con Tillerson, Cohn, le indiscrezioni che i prossimi nella lista nera sono il capo dello staff Kelly, il Consigliere per la sicurezza nazionale McMaster, l’Attorney General Jeff Sessions (un falco ma colpevole di non aver difeso il presidente dal Russiagate). Ormai non è tanto una sorpresa chi va via, incuriosisce chi arriva, cosa farà, quanto durerà.

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Si vedrà se Kudlow entrerà in sintonia con Trump, lui pensa di sì: «Il presidente mi ha più volte detto “Credo nel commercio globale. Vedo me stesso come un globalista ma il libero commercio deve essere corretto per proteggere l’America”. Io sono d’accordo, personalmente spero che non si arrivi a un diffuso e generalizzato uso dei dazi».C’è chi ricorda che neanche Reagan fu un sincero free tader quando denunciò i danni che il Giappone arrecava all’industria automobilistica americana, in generale per dire che l’idea secondo cui i repubblicani dell’era moderna sono sempre per il libero commercio è un mito. Ma visto che ora Kudlow dice di avere «idee diverse da Trump», qualcuno gli ricorderà quanto il presidente ha detto di Tillerson dopo che lo ha licenziato: «Mi stava simpatico ma avevamo idee diverse, ad esempio sull’Iran».

Nelle ore in cui si nomina Kudlow, i giornali parlano di Pompeo, nuovo segretario di stato. Sull’Iran l’ex direttore della Cia, la pensa come Trump ma assicurano alla Casa Bianca « potrà essere in disaccordo con il presidente se farà bene il suo lavoro, non è invece OK se non è d’accordo con il presidente e non lavora bene» riporta il Financial Times che non trascura un vantaggio importante dell’italoamericano, il suo buon rapporto col genero del presidente, Jared Kushner.

Nella pagina opinioni il New York Times - giornale che dà ragione al Trump sullo stop alla fusione Broadcom-Qualcomm - promuove la scelta di Pompeo come anti-Tillerson: «non ha bisogno di imparare come muoversi a Washington, è stato un direttore della Cia competente. Ha la fiducia del presidente di conseguenza apparirà credibile e autorevole ai governi stranieri. Ha già contraddetto Trump quindi potrà controllarlo». Il fatto che Pompeo enfatizzi la sua contrarietà all’Iran è per distinguersi dall’influente capo del Pentagono Mattis, dicono alla Casa Bianca, che invece spinge per mantenere il dialogo con Kim Jong Un e l’accordo con Teheran. E quindi ancora, di nuovo, non esattamente un Signor sì. Uno che dice che bisogna essere duri anche con la Russia ma anche uno che pensa che il potere a vita del presidente Xi Jinping non sia poi una cosa così negativa «sarà nella posizione e avrà un potere tale da fare del bene al mondo» (sì, il presidente della Cina, la stessa che Kudlow vuole colpire a colpi di dazi come l’Iraq di Saddam Hussein). A ben guardare Pompeo non è un isolazionista, chimera elettorale di Trump, come Kudlow non è un protezionista. Più che America First una Casa Bianca day by day.

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