Le sfilate di Parigi

Da Lanvin a Givenchy show grandiosi, ma collezioni in cerca d’autore

Poco convincenti le prove di Sialelli e Williams, nuovo corso dopo il cambio di proprietà per Ann Demeulemeester

di Angelo Flaccavento

Un look Lanvin PE 2022

2' di lettura

Il giorno dopo il reset mediatico di Balenciaga - strategia dirompente che creerà presto infiniti epigoni, belli e brutti - le sfilate parigine continuano mostrando un po' la corda, la disperazione di esserci, lo sforzo di far qualcosa di rilevante, e la sostanziale inanità dello show tradizionalmente inteso. Sui contenuti moda meglio sorvolare.

Lanvin, ritorno ai ruggenti anni Venti

Lanvin, ritorno ai ruggenti anni Venti

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Convince poco la prova di Bruno Sialelli per Lanvin: deragliante e a tratti delirante, tutta sbrilluccichii ruggenti e stampe di Batman. Il giovane direttore creativo segue una linea di pensiero alquanto prevedibile: come gli anni Venti del Novecento sono stati momento di edonismo sfrenato dopo le brutture della guerra, così questi possono essere i nuovi roaring Twenties. E allora giù i glitter e le linee danzanti e l'eccesso festaiolo; e poi ancora i sentori Art Decò e da lì Batman, la cui Gotham ha molto di anni Venti. Nel mentre, la surreale e morbida giocosità di prove precedenti lascia spazio, nella collezione donna, a una più chiara ricerca di seduzione, di glamour. L'uomo, però, rimane bambino, e il messaggio finale è alquanto confuso. Ben venga l'evoluzione, ma che sia organica e armonica.

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Da Ann Demeulemeester il passaggio di proprietà a Dreamers Factory di Claudio Antonioli coincide con una riaffermazione del codice - spleen, decostruzione e tonnellate di nastri che pendono per ogni dove - ma anche con un ampliamento delle categorie. Compare, per la prima volta, il denim - bianco o nero, certo - che da Demeulemeester mai s'era visto. La prova è da manuale, lunga e lenta e di soli non colori, almeno quanto è priva di guizzi. Dare nuova rilevanza ad un marchio che ha profondamente segnato l'immaginario e l'estetica degli anni novanta richiede molto di più che un cast di supermodelle e uno stylist celebre. È da pensare, proprio, cosa sia Ann Demeulemeester oggi, e agire di conseguenza, senza nostalgie e manierismi.

Givenchy, esperimenti di sontuosità sovversiva

Givenchy, esperimenti di sontuosità sovversiva

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Da Givenchy, il primo show dal vivo del nuovo direttore creativo Matthew Williams - questa è la sua terza collezione - è la riprova che affidare il posto di guida a illustri non professionisti solo per il presunto cool factor è scelta non sempre illuminata, di certo poco lungimirante. Assunto per connettere Givenchy al mondo metropolitano - i famelici e mitologici giovani spendaccioni cui tutti ambiscono - Williams si limita a rispolverare l'immaginario gotico-urbano di Riccardo Tisci, senza averne il talento e le capacità.

La collezione ha molto di familiare: dai militarismi alle rouche spumeggianti, dai berretti al nero, dal decorativismo off allo spirito tagliente. Williams di suo rende tutto più aspro, del momento, ma la sintesi non regge. Gli abiti si materializzano in passerella come per capitoli e capsule, quasi a seguire un piano di merchandising, ma non c'è alcuna narrativa coesa. Lo show grandioso, paradossalmente, evidenzia le debolezze, invece di nasconderle.

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