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Da Londra alla Toscana, le truffe delle fantomatiche «Capital Bank»

di Simone Filippetti


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3' di lettura

L’approccio era serio e professionale. Al telefono si presentavano sedicenti banchieri, italiani, che chiamavano da Londra. Promettendo guadagni stratosferici in tono pacato e affidabile. Centinaia di risparmiatori, tra Toscana e Lazio, hanno messo i loro risparmi in banche inglesi che promettevano guadagni facili, facendo trading su materie prime, derivati od opzioni binarie. E non manca, ovviamente, l’ormai onnipresente Bitcoin, il nuovo specchietto per le allodole nell’epoca delle truffe digitali.

Nel Regno Unito è un pullulare di Bernie Madoff italo-inglesi. Da Londra arrivano le ennesime storie di risparmio tradito: truffe nel consueto stile «Schema Ponzi», dove i soldi di ignari risparmiatori partivano dall’Italia alla volta dell’Inghilterra, e lì sparivano.

Il curioso caso di Capitals Banks
Sulle rive del Tamigi proliferano siti italianissimi di banche con nomi inglesi molto simili: Capitals Banks, Capital Markets Bank. Se l’ «italian sounding» è saccheggiato all’estero per alimenti italiani fake, nel caso della finanza personale vale il contrario. In Italia è tutto un «english sounding« per attrarre i risparmiatori nella più cassica delle trappole mangia-soldi.

La Capitals Banks, ma l’abbondanza di “s” che tradisce un inglese maccheronico avrebbe dovuto mettere in guardia, chiamava soprattutto persone delle province di Empoli, Pisa e Livorno. Alla cornetta si presentavano degli italiani, che chiamavano da numeri di telefoni italiani: le chiamate arrivavano dai promotori finanziari Marcello Paonessa, Olindo Genovesi e Federico Balducci. Tutto lasciava pensare, a prima vista, che fossero finanzieri italiani basati a Londra. Peccato però che fosse tutto falso, compresi i nomi dei supposti promotori: nomi rivelatisi inesistenti.

La catena di Sant’Antonio
L’offerta era seducente: per aprire un conto e investire bastavano appena 250 euro, una cifra alla portata di tutti; ma si arrivava fino al conto Prestige che richiedeva un minimo di 15mila euro. La truffa era la classica catena di Sant’Antonio. Il cliente veniva contattato da un promotore fantasma che si presentava in modo molto pacato: per poter operare, al risparmiatore venivano richiesti tutta una serie di documenti (per esempio estratti conto e bollette), cosa che induceva nel truffato la sensazione che la banca fosse molto rigorosa. Il chip d’ingresso, poi, era talmente basso che valeva la pena tentare: nella peggiore delle ipotesi la perdita sarebbe stata minima. In realtà, nessuno perdeva mai niente, anzi. Casualmente, ma nemmeno troppo, tutti coloro che avevano investito i 25o euro, in qualsiasi forma di trading (CFD, Forex, Bitcoin) dopo qualche giorno vedevano salire i loro guadagni (probabilmente manipolati ad arte). E qui, in realtà che iniziava la truffa vera e propria: i clienti erano contattati da un altro rappresentate della banca che si presentava come consulente personale e spiegava che se il cliente avesse voluto davvero fare i soldi avrebbe dovuto investire una somma più consistente per aumentare il capital gain. Molti, ingordi e sprovveduti ingredienti essenziali di ogni raggiro, hanno abboccato. L’amara sorpresa arrivava quando il malcapitato risparmiatore provava a incassare una parte o tutto il guadagno: impossibile. Comparivano tutta una serie di paletti che di fatto impedivano di ritirare i soldi. Non solo i guadagni: anche la cifra inizialmente versata era bloccata. Soldi finiti dentro le marroni acque del Tamigi, o chissà dove. Il sito della Aduc, l’associazione di consumatori, riporta la lettera di un cliente della Capitals Banks che aveva investito 13mila euro. E poi, aveva addirittura versato altri 2500 euro come imposta (per il 26% di ipotetiche plusvalenze). Oltre il danno, anche la beffa: tutto svanito.

Proliferano le truffe sulle rive del Tamigi
Sul sito, oggi sparito, della fantomatica Capitals Banks c'era scritto che si trattava di un marchio di proprietà di un’ancor più fantomatica Findbo Ltd, società finanziaria registrata nel Regno Unito. Dopo una serie di denunce, la banca è finita sotto i riflettori della FsA, la Financial Services Authority, la Consob inglese: la Findbo non risulta mai essere stata iscritta negli elenchi degli intermediari bancari. In autunno la società italo-inglese è stata bloccata dalla Consob. Ma i casi si moltiplicano: sempre a Londra si trovano altri siti italo-inglesi, come la Capital Markets Bank: il nome è simile, le assonanze ingannano. Anche questa banca offriva trading su investimenti altamente speculativi; e anche questa è stata chiusa dalle autorità.

Nella mente di piccoli risparmiatori di provincia, meno sofisticati, Londra è associata alla finanza e alle banche, dunque quasi un’automatica garanzia di sicurezza. Peccato però che queste sedicenti banche di inglese non abbiano nulla, l’indirizzo londinese è solo la classica foglia di fico per nascondere domicili più esotici e decisamente meno sicuri: la Bulgaria per la Capitals Banks; addirittura la sperduta e piccolissima isola di Dominica, nei Caraibi, per la Capital Markets Banks.

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