gli appelli sul coronavirus

Da Macron alla regina Elisabetta: sul coronavirus filo diretto dei leader con la nazione

Appelli straordinari o briefing quotidiani: con il coronavirus si moltiplicano gli appelli diretti dei capi di Stato e di governo ai cittadini

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3' di lettura

Appelli straordinari o briefing quotidiani. Ma anche interventi del tutto eccezionali, su tutti quelli della regina Elisabetta. L’emergenza coronavirus, oltre che dal dilagare dell'epidemia con curve tristemente simili tra i Paesi, è segnata da un altro minimo comune denominatore: l'intensificarsi degli appelli diretti dei capi di Stato e di governo ai cittadini, di cui sono emblema le diverse apparizioni televisive del premier italiano Giuseppe Conte: ben 16 tra dichiarazioni alla stampa e conferenze stampa. Questo il quadro di quanto è accaduto negli altri principali Paesi.
Francia

L'intervento televisivo di lunedì 13 aprile del presidente francese Emmanuel Macro n è il quarto dall’inizio dell’emergenza. Nel primo discorso alla nazione, il 12 marzo, il capo dello Stato aveva annunciato la chiusura di asili, scuole e università; nel secondo, il 16 marzo, Macron aveva disposto una prima chiusura del Paese per 15 giorni: «Siamo in guerra», aveva commentato, in un intervento di 20 minuti dall’Eliseo seguito da 35 milioni di persone. Terza allocuzione ai francesi il 25 marzo, questa volta da Mulhouse, in Alsazia, la regione francese allora più colpita dall’epidemia a cui il presidente aveva fatto visita.

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Germania
Due soltanto per ora gli interventi in cui la cancelliera tedesca Angela Merkel si è rivolta in tv alla nazione – e del resto non lo aveva mai fatto prima in 14 anni di mandato. Il primo è il discorso del 18 marzo in cui, pur limitandosi a dare consigli senza imporre di autorità un lockdown (deciso però di lì a poco), fa notare che il virus «è una cosa seria» e li invita di conseguenza ad «affrontarlo seriamente»; il secondo il 3 aprile in cui, insieme all’annuncio della fine della propria quarantena (decisa dopo essere entrata in contatto con un medico positivo al Covid-19), la cancelliera rinnova gli inviti alla prudenza e alle misure di distanziamento sociale in vista della Pasqua imminente.

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Spagna
Hanno invece una cadenza ormai pressoché settimanale gli interventi televisivi del primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, cinque finora. Il 14 marzo, dopo un Consiglio dei ministri durato oltre sette ore, il premier annuncia lo «stato di allarme» e il lockdown di fronte «a un’emergenza di salute pubblica che richiede misure straordinarie». Seguono un doppio intervento, il 21 e il 22 marzo, in cui oltre a un aggiornamento sul quadro sanitario peggiorato vengono annunciate misure per l’economia, uno il 4 aprile (con l’estensione delle misure straordinarie al 25 aprile) e quello del 12 aprile in cui, pur chiedendo agli spagnoli di continuare i sacrifici, illustra le prime, parziali riaperture di alcune attività produttive.

Gran Bretagna
Tra i leader mediaticamente più esposti durante l’emergenza coronavirus c’è sicuramente il primo ministro britannico Boris Johnson e non solo per essere stato poi coinvolto in prima persona, con il contagio da Covid-19 e il successivo ricovero in terapia intensiva. Sul premier si erano accesi i riflettori già il 12 marzo quando, durante una delle conferenze stampa quotidiane in diretta televisiva istituite per aggiornare i cittadini, aveva annunciato la controversa strategia dell’immunità di gregge per fronteggiare il virus, salvo poi fare dietrofront completo di fronte all’incalzare del virus. Briefing quotidiani a parte, tre gli appelli o annunci fatti direttamente alla nazione da Johnson: il 23 marzo la comunicazione del lockdown a cui alla fine anche Londra ha dovuto piegarsi, il 27 marzo la notizia della sua positività al virus e dell’autoisolamento, il 12 aprile quella delle dimissioni dall’ospedale Saint Thomas con ringraziamento allo staff.

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Ben più straordinari, per la tradizione e l’etichetta britannica, sono tuttavia i discorsi alla nazione – due in pochi giorni - della regina Elisabetta, abituali solo a Natale. Il 5 aprile la monarca, in un discorso televisivo, ha fatto appello all’unità, perché «uniti vinceremo» e «torneremo a incontrarci»; l’11, alla vigilia di Pasqua, in un messaggio registrato, ha ribadito un invito alla fiducia: «Il coronavirus non ci sconfiggerà».

Stati Uniti
Discorso a parte, infine, va fatto per il presidente americano Donald Trump. Partito con un approccio minimalista nella lotta al virus, Trump si è per la prima volta rivolto alla nazione l’11 marzo, giorno in cui l’Oms ha dichiarato ufficialmente la pandemia, per lodare – il tempo lo avrebbe drammaticamente smentito - l’efficiente risposta americana, che aveva consentito «molti meno casi negli Stati Uniti che in Europa». Successivamente il presidente ha affidato il suo filo diretto con la nazione, fatto di non poche giravolte, ai briefing quotidiani della task force per la lotta al virus., we have seen dramatically fewer cases of the virus in the United States than are now present in Europe.

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