cinquant’anni

Da Maggiolino a Maggiolone: un’auto entrata nella leggenda dei motori

Quasi introvabili in Italia le versioni con motore 1.6, ma anche le 1.3 sono un obiettivo da centrare per i collezionisti più attenti

di Vittorio Falzoni Gallerani

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Quasi introvabili in Italia le versioni con motore 1.6, ma anche le 1.3 sono un obiettivo da centrare per i collezionisti più attenti


3' di lettura

Nel 1970, nella consueta cornice del Salone di Francoforte, la Volkswagen presenta la modifica più importante che sia mai stata effettuata sulla sua Typ 1: l’auto che secondo noi, con i suoi ventun milioni e mezzo di esemplari costruiti, ne detiene ancora il primato. Il fatto che oggi risulti invece ufficialmente al quarto posto di quella classifica dimostra solamente la furbizia della Toyota, della Ford e della VW stessa nel continuare a battezzare con lo stesso nome modelli che dall’origine sono cambiati più e più volte tanto da essere irriconoscibili; come sostenere il contrario, rispettivamente, per la Corolla, il pick up F-150 e la Golf?

Il Maggiolino, invece, è rimasto sempre lui sia nella linea d’insieme sia nell’impostazione meccanica, tanto da trasformare trascurabili aggiornamenti come l’allargamento del lunotto o la variazione del voltaggio dell’impianto elettrico in pietre miliari della sua evoluzione. Quella di cui vogliamo parlare oggi è, invece, l’unica evoluzione abbastanza approfondita di questa vettura che però, si badi bene, non ne modificò di una virgola l’immagine e l’impostazione tecnica; stiamo parlando del passaggio da Maggiolino a Maggiolone 1302, sia berlina sia cabriolet: un evento che comporta nella sostanza il solo ripensamento della parte anteriore alla ricerca di maggiori economia costruttiva e spazio per i bagagli: uno dei maggiori limiti del progetto di base di questa macchina che, ricordiamolo, nasce essenzialmente per la famiglia.

L’idea fu quella di utilizzare, al posto dei bracci longitudinali sospesi da barre di torsione trasversali della Maggiolino, l’avantreno tipo Mc Pherson con molle elicoidali che aveva debuttato sulla grossa VW 411 del 1968; bastò questa mossa per allargare la carreggiata anteriore di ben sette centimetri e per consentire il montaggio della ruota di scorta in posizione orizzontale sotto il piano portabagagli liberando spazio per le valigie. Meno di quanto tentò di contrabbandare la VW attraverso una campagna pubblicitaria mirata ma comunque percentualmente apprezzabile; decisamente migliorata anche l’aerazione dell’abitacolo attraverso inedite bocchette regolabili sulla plancia e sfoghi sul terzo montante del padiglione.

Alla fine il Maggiolone risultò più pesante del fratello cui si affiancava di una cinquantina di chili, circostanza che suggerì alla VW di non proporre su di esso il classico 1,2 litri da 34 CV, di aumentare la potenza del 1.300 da 40 a 44 CV e di offrire per la prima volta un 1.600 da 50 CV con una robustissima coppia motrice per tenere a bada la quale i freni anteriori diventarono a disco. È evidente che sarebbe questo il Maggiolone da avere, soprattutto se cabriolet; purtroppo le solite questioni fiscali italiche imposero alla VW di continuare a montare il vecchio 1,2 sui Maggioloni a noi destinati con il prevedibile risultato di prestazioni mortificanti soprattutto nelle nostre frequenti salite affrontate a pieno carico.

Un’avvertenza da tenere oggi nel maggior conto possibile è dunque quella di cercare di evitare questo motore, in particolar modo sulle lussuose versioni 1303 che, nell'agosto del 1972, subentrarono alle precedenti: in questa fase una nuova plancia più imbottita e molto più elegante accompagna l’adozione di un nuovo parabrezza bombato in regola con le severe norme Usa sulla sicurezza mentre permane il volante a quattro razze con pulsante del clacson già presente da un anno sulle 1302. Altra novità, che venne immediatamente estesa sui Maggiolini, sono i fanalini posteriori di dimensioni molto più grandi tanto che poi vennero soprannominati a «zampa di elefante».

A questo punto, in Italia, questa anziana VW conobbe una nuova stagione di successi in particolare nella versione cabriolet che divenne, in quegli anni, un vero e proprio fenomeno di moda: di culto, per alcuni, nel colore nero con capote chiara, in altri colori molto più vivaci divenne uno straordinario strumento di seduzione per i giovani di ambo i sessi tanto da rimanere sul mercato fino al 1980, sempre costruita dalla Karmann, dopo che la produzione della berlina era cessata quasi da un lustro.

Modello talmente importante nella storia dell’auto da essere collezionabile in qualsiasi versione. Ci permettiamo di consigliare, oltre alle ovvie cabriolet che mai hanno abbandonato questo status, una versione speciale denominata Big: presentata a Francoforte 1973 è caratterizzata da vernice metallizzata (beige, verde o celeste), sedili in velluto con appoggiatesta e finiture in legno sulla plancia che ne fanno una versione molto particolare e distinguibile all’esterno per i cerchi sportivi e la banda nera sulle fiancate con la scritta Big; motorizzata 1.300 e valutata sotto i diecimila Euro anche se perfetta, ci pare da non perdere.

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