Le sfilate di Parigi /2

Da Margiela a Lanvin un antidoto di eccessi festaioli e femminilità voluttuose

Dries Van Noten stupisce con un nuovo massimalismo, debutto promettente per Oliveira-Baptista da Kenzo. Malinconia per l’ultima collezione firmata Dell’Acqua per Rochas

di Angelo Flaccavento

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La sfilata Lanvin

Dries Van Noten stupisce con un nuovo massimalismo, debutto promettente per Oliveira-Baptista da Kenzo. Malinconia per l’ultima collezione firmata Dell’Acqua per Rochas


3' di lettura

Escapismo festaiolo: che sia questo l’antidoto a tempi assurdi che stanno cancellando ogni parvenza di umanità sotto tonnellate di terrore misto a insipienza? Boccaccio il suo Decameron lo ambientò fuori Firenze, in una villa-ritiro in cui una brigata di giovani canta, balla e racconta.

Dries Van Noten, l’eleganza diventa estrosa

Dries Van Noten, l’eleganza diventa estrosa

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Mai punitivo, ma sempre misurato, per una volta Dries Van Noten esagera, addirittura sbraca, e immagina una party girl, crazy girl con i capelli punk, il trucco pesante e il vestimento delirante. Lo fa con eleganza somma e una capacità unica di amalgamare gli elementi più diversi - dai broccati alle lane a quadri, dalle velluti stampati alle frange frementi - creando armonie vive e dissonanti. Il filo del racconto parte proprio dal trucco innaturale ed eccessivo che ridisegna il volto. «Mi sono ispirato alle immagini di Serge Lutens (fotografo e make-up artist che ha forgiato un immaginario artificioso e indimenticabile, ndr) e da lì ho costruito il resto, aggiungendo invece che togliendo». Il risultato è un’orgia di texture e di colori dal potere libertario: un vero toccasana, per spiriti afflitti.

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La sfilata Maison Margiela (Photo by FRANCOIS GUILLOT / AFP)

John Galliano è anche lui un sublime funambolo dell’eccesso, e la Maison Margiela in suo territorio d’azione. Affetta, buca, sovrappone, stratifica, colora, ritaglia, ibrida, ricicla forme prese dal vestire borghese e dalle uniformi, assemblando collage che stanno sempre in bilico, pronti a disfarsi in un secondo per poi ricomporsi in nuovi accrocchi. È questa qualità metamorfica a renderlo unico anche se la collezione, troppo vicina alla couture di gennaio, segna un momento di stallo invece che di ulteriore evoluzione.

La sfilata Kenzo (Photo by Anne-Christine POUJOULAT / AFP)

In confronto a tanto festare, il rigore nomadico e un po’ cupo di Felipe Oliveira-Baptista, al debutto come direttore creativo di Kenzo, sorprende non poco, in primo luogo perché uno dei principi fondanti della maison è un rutilante, coloratissimo multiculturalismo. Certo, gli anni Settanta di Kenzo Takada sono ben lontani, e quel tipo di ingenuità è tramontata da lungo tempo. Non l’ottimismo, invece, che però in questa collezione, con i volumi monastici, i tagli generosi e il molto nero non è gran che percepibile. Senza dire che l’uso delle stampe, altro elemento fondante, convince poco. Però è un debutto, di grande stile, quindi c’è solo da attendere.

Lanvin, abiti come viaggi nel tempo

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Come già a Milano, anche a Parigi protagonista sulle passerelle è una femminilità voluttuosa e convinta che si riappropria con orgoglio di tutto un armamentario considerato fino a poco tempo fa vetusto, retrogrado, noioso e assurto invece adesso a simbolo di progresso. La moda gira, dopo tutto. Da Lanvin, gira particolarmente bene. A un anno dalla nomina, il direttore creativo Bruno Sialelli si libera finalmente dalla sudditanza estetica verso Loewe - suo precedente datore di lavoro - e afferma una sigla personale che è leggera e giusto un po’ naif. La collezione si intitola “conversation piece” ed è un dialogo immaginario con Jeanne Lanvin, imprenditrice che anticipò i tempi, interessata alla personalità delle donne, e Sialelli stesso, preso a rivelare «aspetti poco noti di questa maison».

La sfilata Lanvin AI 2020-2021 (Photo by FRANCOIS GUILLOT / AFP)

In un excursus che spazia dai languori degli anni Venti e Trenta, alle linee giovani e svelte dei Sessanta, abbracciando categorie che vanno dall’abito liquido al suit dal disegno architettonico, Sialelli ricapitola una serie di figure muliebri, dalla donna bambina alla femme fatale, che veste con creazioni per nulla nostalgiche o letterali, pervase da una facilità morbida e nonchalant che fa le differenza.

La sfilata Mugler (EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON)

Da Mugler la femminilità è predace, totalizzante, disinibita: un tratto che è parte stessa del dna della maison, e che il direttore creativo Casey Cadwallader adatta all’oggi, irruvidendo l’enunciato, estremizzandone gli aspetti street e club, puntando su un cast multigender di ogni taglia che è l’esatto contrario delle divine inarrivabili del buon Thierry. Il risultato ha energia, ma la moda è poca cosa.

Rochas, una sofisticata  leggerezza

Rochas, una sofisticata leggerezza

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La superfemminilità di Alessandro Dell’Acqua per Rochas è di tutt’altro genere: perbene, ma non noiosa, pervasa dalla grandeur che ben si adatta ad una maison francese. Questa è l’ultima prova come direttore creativo per Dell’Acqua, che ricapitola sei anni di collaborazione con silhouette in color block, tessiture sontuose e zatteroni glam di velluto. Come ogni addio, immalinconisce un po’.

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