Parigi, giorno 2

Da Margiela a Rochas abiti come sculture, monocromatiche e rigorose, per reagire al caos estetico

di Angelo Flaccavento

3' di lettura

Basta. Il turbinare di segni e la sovrastimolazione visiva del presente altamente informato e tragicamente informatizzato chiamano a gran voce il repulisti, ovvero il rigore assoluto della forma che annulla tutto il resto. Lo invocano in modo particolare nella moda, dove ultimamente ha imperato una metodologia postmoderna di assemblaggio impazzito che poco convince e molto confonde: l'idea che il corpo sia un foglio di carta sul quale appiccicare abiti e parti di abiti componendo collage, meglio se del tutto insensati. Che l'appello al rigore arrivi da un istrione scatenato, nonché creatore di rango, come John Galliano è particolarmente significativo.

Le sfilate Mugler e Margiela per l'autunno-inverno 2019-20

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La fashion week parigina entra nel vivo dell'azione, laddove si dipana il pensiero che porta al progresso autentico, con lo show di Maison Margiela: un esercizo di esplorazione sartoriale della forma - scultoreo, inventivo, al di sopra della distinzione dei generi sessuali e vestimentari. In passerella è una colata di nero dall'inizio alla fine, al massimo di beige e di neutri con esplosive concessioni finali a broccati coloratissimi, per abiti che ridisegnano la figura dilatando parti di altri capi, inglobando maniche come ombre, distorcendo pantaloni in tubini a clessidra, suggerendo persistenze con labili imbastiture.

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L'effetto è potente, perché l'immaginazione plasma il far vestiti, ma sono i vestiti a valere da soli, certo accompagnati dalla roboante messa in scena, dal cast di uomini e donne tutti in calzette di nylon e scarpe con tacco e cinturino, dal trucco e parrucco senzazionale. Però, sono creazioni che parlerebbero anche su un manichino, perché l'urgenza creativa che le impregna è autentica . Questa è la prova più forte di John Galliano dall'arrivo al timone della Maison, di certo la migliore sfilata della stagione fino a qui.

Dries Van Noten (Photo by Thomas SAMSON / AFP)


Anche Dries Van Noten, poeta della stampa e del colore, opta per il rigore assoluto del monocromo. Lo show apre e chiude con lo stesso completo maschile, di flanella grigio fumo all'inizio, di raso blu notte alla fine, a segnare un nuovo desiderio di rigore. È la giusta cornice di una sfilata in realtà coloratissima, piena di stampe floreali: rose vicine allo sfacimento, fotografate nel giardino anversese di casa Van Noten. Rose per nulla zuccherine, o romantiche; al contrario, caduche e pittoriche. Ci vuole una grande spirito di sintesi per trattare i fiori in modo moderno, e a Van Noten l'esercizio riesce a perfezione.

La sfilata Rochas per l'autunno-inverno 2019-20

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Da Rochas, Alessandro Dell'Acqua concentra tutta l'attenzione sulla silhouette, che è una trasposizione moderna, letterale quel tanto che basta e comunque stravolta dal garbato gigantismo dei volumi e dalla scelta dei materiali, delle linee couture di Marcel Rochas: dorsi gonfiati, tubini aggraziati, tailleur appropriati. È ridotta anche la scelta dei colori: crema, nero, grigio e tocchi di cuoi e di verde. La signora in questione è borghese, con le scarpe piatte, ma qualche pensiero peccaminoso se lo concede: porta stivali a stiletto che sono calze di pelle, e tubini di vernice. In ogni caso, è molto elegante, ed è un sollievo.

Lanvin, un Rinascimento degli archivi per Millennials

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A Parigi è tempo di esordi, e di conferme. Bruno Sialelli porta nuova aria da Lanvin: una ventata di leggerezza e di astrazione, uno spirito nomade venato di vaga surrealtà. Dall'abbandono di Alber Elbaz, avvenuto nel 2015, in un tempo abbastanza lontano da sembrare un'era geologica, la storica maison francese ha continuato a deragliare, alla ricerca di una identità. Bouchra Jarrar ci era andata vicina, ma la sua lingua era troppo fredda. Olivier Lapidus non aveva messo a fuoco nessun codice. Sialelli ha le idee chiare, e molto talento. Al momento è ancora impigliato tra le maglie dell'idioma Loewe - dove fino alla scorsa ha rivestito il ruolo di design director della collezione uomo - e l'effetto copia carbone è fin troppo evidente, ma nella sua idea c'è del potenziale, ovvero una visione di stile lieve fatta di metissage e tocchi tattili.

Da Mugler, Casey Wallander percorre una strada futuristico-metropolitana che è più vicina all'attuale Paco Rabanne che non alla femminilità esacerbata del Mugler originale. La collezione ha una sua coerenza, ma non molta originalità, ed è un peccato: Mugler, nella persona di Thierry, non é mai stato blando. Da Courreges, in fine, Yolanda Zobel punta su un misto di futuro galattico e primitivismo caotico che diverte, ma convince solo in parte.

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