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Da McDonald’s a Nike, record di uscite tra gli amministratori delegati Usa

Solo a ottobre sono usciti 172 chief executive. E, da inizio anno, il turnover ha raggiunto quota 1.332. Errori e scandali, di business come nei comportamenti personali, non vengono perdonati mentre aumentano incertezza economica e battaglie concorrenziali

di Marco Valsania


Bye bye Ceo, record di uscite tra gli ad Usa

5' di lettura

NEW YORK. In America è record di turnover e licenziamenti. Questa volta, però, non tra i lavoratori ai piedi della piramide occupazionale, o tra quadri dirigenziali più o meno intermedi. Il record è tra i rarefatti vertici della Corporate America. Una moria di quelle che si fanno notare tra i chief executive officer: il mese di ottobre è stato teatro di 172 partenze eccellenti - un dato senza precedenti e in rialzo del 15% sullo stesso mese del 2018. Che ha spinto a nuove vette anche cacciate e fuoriuscite totali da gennaio, per l’esattezza 1.332 in dieci mesi, il 13% in più dell’anno scorso e un numero che ha battuto del 6% il periodo “nero” della grande crisi economica e finanziaria del 2008.

Rapporto Ceo, gli addii mese per mese
Fonte: Challenger, Grey & Christmas
Rapporto Ceo, gli addii per settore
Fonte: Challenger, Grey & Christmas

Gli esodi, forzati o volontari che siano, nel loro insieme rappresentano un significativo contraltare ai bilanci trimestrali relativamente solidi e superiori alle attese sbandierati dalle aziende statunitensi. E, meglio dei conti, riflettono il crescente nervosismo che serpeggia tra al cospetto d performance comunque in frenata e al clima di maggior incertezza economica combinata con intense sfide concorrenziali e tecnologiche. È una realtà che difficilmente perdona errori, mancanze e tantomeno irregolarità, facendo tremare le poltrone nella cosiddetta C-Suite, vale a dire gli uffici di quei top executive il cui incarico comincia con la terza lettera dell'alfabeto - abbreviazione della parola “chief”.

Le decapitazioni finite in prima pagina
Alcune “decapitazioni” hanno conquistato le prime pagine dei giornali, da McDonald’s a Under Armour a Nike. Ma dalle statistiche emerge che non si è trattato affatto di casi isolati. «Abbiamo assistito a un numero di uscite di alto profilo - ha commentato il vice-direttore della società Challenger, Gray & Christmas che elabora i dati, Andrew Challenger - Molti executive sono stati considerati responsabili di una varietà di passi falsi, sia professionali che nel comportamento personale». Almeno sei Ceo in ottobre, in particolare, sono inciampati nei problemi più gravi, accuse o inchieste legate a una condotta inappropriata o illegale. Anche se Challenger ha aggiunto che la maggior parte dei passaggi di consegne è tuttora avvenuta nell'ambito di piani di successione. E la tendenza a “saltare” di sicuro continua: nei primi giorni di novembre è toccato a Art Peck del popolare retailer Gap farsi da parte, vittima di un titolo dimezzato in Borsa da quando aveva preso le redini nel 2015 e di spin-off di asset in arrivo.

Gli esempi più eclatanti sono anche tra i più seri. Nella vicenda McDonald’s, il Ceo Steve Easterbrook è stato liquidato dal re del fast food per una relazione con una dipendente, consensuale ma in violazione delle regole aziendali. Kevin Plank ha annunciato il proprio ritiro dalla guida di Under Armour alla vigilia di un diverso tipo di annuncio, quello da parte della Sec di un’indagine sulla contabilità del gruppo di abbigliamento sportivo che ha fondato.

La saga di Nike tra partenze e arrivi a raffica
Il vortice di partenze e arrivi in vetta a volte è stato addirittura frenetico, quasi un gioco di poltrone musicali, come nella saga di Nike. Bill McDermott ha lasciato il timone della tedesca Sap per prendere il comando della ServiceNow, il cui chief executive John Donahoe, ex eBay e tuttora chairman di PayPal, è stato reclutato da Nike per sostituire il veterano in partenza Mark Parker. Parker si è fatto da parte per consentire un’iniezione di hi-tech e Internet nelle strategie del gruppo. Ma è stato a sua volta sfiorato da uno scandalo legato a esperimenti per occultare l’uso di sostanze vietate su atleti da parte di un allenatore e d'un medico vicini ai vertici di Nike e al suo Ceo.

È ancora fresca inoltre la memoria di una delle vicende più scottanti: in settembre, quasi a simbolo della nuova stagione di caccia al Ceo irresponsabile, era stato silurato tra polemiche su valori gonfiati, modelli di business incoerenti e conflitti d’interesse l’ad e ideatore di quella che era stata la startup dei record WeWork, Adam Neumann. WeWork, un tempo valutata oltre 47 miliardi, oggi non ne strappa neppure otto.

Il boom di uscite dell’hi-tech
È proprio sulla frontiera frenetica dell’hi-tech, dove si alternano spirali di innovazione e rapide trasformazioni a controversie etiche e di business, che le partenze eccellenti spiccano. Sono state ben 181 quest’anno, il secondo settore in assoluto per fuoriuscite al vertice, aumentate del 24% rispetto allo stesso periodo del 2018. Includendo tlc e elettronica abbandoni e licenziamenti salgono a 188. Davanti al tech c’è solo il comparto che comprende aziende pubbliche e non-profit, cioè «enti governativi, Camere di Commercio, società dell’istruzione, gruppi di beneficienza, fondazioni».

Da qui sono partiti 35 amministratori delegati in ottobre e 281 da inizio anno, in aumento del 25 per cento. Una spinta cruciale però dovrebbe essere in questo caso arrivata dal volatile clima politico americano nell’era di Donald Trump. «In alcuni casi i gruppi governativi hanno avuto a che fare con nuove leggi o cambiamenti politici che influenzano le posizioni di leadership - ha sottolineato Challenger - Le non-profit a loro volta devono spesso lavorare con funzionari governativi per il loro finanziamento e le priorità potrebbero essere cambiate».

ll turnover negli altri settori
Al terzo posto per turnover sul ponte di comando sono le società finanziarie, con 13 partenze in ottobre e 104 da gennaio, in calo del 12% dall’anno scorso. Un calo però raro: opposta è stata la tendenza quasi ovunque. Nelle case farmaceutiche, dove in dieci mesi i Ceo usciti di scena sono aumentati del 45% a 55. Come nei settori manifatturiero (+68% a 52), alimentare (+69% a 54) e dell’energia (+109% a 48).

Challenger è specializzata nell’intero pallottoliere dei licenziamenti, anche quelli non ai vertici. E nonostante una disoccupazione al 3,6%, vicina a mimimi storici, e una continua creazione di buste paga, tagli generalizzati si fanno sentire e rispecchiano a loro volta oggi le sfide aperte soprattutto in alcuni settori chiave. Il mese scorso i licenziamenti tra i lavoratori sono stati 50.275, in aumento del 21% da settembre. Sono calati del 33,5% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso ma da gennaio le imprese americane hanno ormai annunciato piani per eliminare 515.441 impieghi, un incremento del 16,6% rispetto ai primi dieci mesi del 2018. E il numero più elevato dal 2015.

Da gennaio a oggi le aziende tech, che solo in ottobre hanno annunciato l’eliminazione di 15.898 impieghi, hanno reso noto il taglio di 56.155 buste paga. Alle spalle del manifatturiero, che ha visto un incremento del 183% nei tagli a 63.500, il massimo dal 2009, con oltre 43.000, +200%, nel solo segmento auto.

E del leader assoluto di questa speciale classifica, il travagliato retail dove sono svanite 71.485 posizioni. Le aziende Usa nel loro insieme hanno contemporaneamente annunciato quest’anno piani per assumere un numero a sua volta record di 1,1 di persone. Oltre un terzo di queste assunzioni appare tuttavia legato alla stagione delle festività di fine anno. E resta vivo il rischio che, nell’economia odierna, qualità e condizioni dei nuovi impieghi siano spesso inferiori a quelle delle posizioni eliminate.

Riproduzione riservata ©
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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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