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Da Melzo all’Italia: Galbani, una impresa e la storia del Bel Paese

Grazie a una fortunata pubblicità, la Galbani è entrata nella memoria collettiva degli italiani, forse ancora più che con i suoi vendutissimi formaggi

di Stefano Salis

 Una pubblicità Galbani degli anni 20

2' di lettura

Grazie a una fortunata pubblicità, la Galbani è entrata nella memoria collettiva degli italiani, forse ancora più che con i suoi vendutissimi formaggi (eppure sono tuttora tra i più commercializzati in Italia e all’estero), con una parola che connota un marchio: ovviamente, lo sapete tutti: «fiducia». Un’equazione, un sintagma («Galbani vuol dire fiducia») che anticipava le convenzioni dell’epoca e collocava l’azienda tra le più attente alla rivoluzione culturale della pubblicità di massa. Se c’è una cosa che serve a dire dell’avventura di un’azienda che si rinfrange, in controluce, in quella del Paese stesso (e viceversa), la mostra ospitata al Cinema di Melzo serve oggi da esempio e paradigma. L’intero archivio storico Galbani, recentemente, è stato messo oggi in sicurezza all’interno della biblioteca “Vittorio Sereni” del Comune di Melzo: una quantità importante di materiali di diverse tipologie. Si tratta di oltre 2.000 fotografie, più di mille negativi e diapositive, oltre mille unità archivistiche tra documenti amministrativi, inserti pubblicitari, manifesti, etichette, materiale relativo ai prodotti; più di 200 unità di materiale a stampa; circa 200 filmati e spot pubblicitari e circa 100 tra oggetti, quadri, cartelloni. Come è evidente, un archivio di questo spessore racconta una storia che è, per forza di cose, collettiva.

E lo sottolinea con precisione il curatore della mostra, Andrea Tomasetig, non nuovo a questo genere di imprese e fine indagatore dei tesori d’archivio delle aziende italiane.

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«Ci sono mostre che raccontano la storia di una città e dei suoi abitanti lungo le generazioni» spiega, «che scavano nella memoria e suscitano emozioni, ponendo anche domande sul futuro». Galbani: l’archivio ritrovato. Dal Bel Paese a Carosello (fino al 25) è una di queste, tanto più che dalla collaborazione del Gruppo Lactalis Italia (oggi proprietario del marchio) con il comune di Melzo viene una proposta di lungimiranza e attenzione alla storia lodevole. Da un paio d’anni, infatti, è in corso un accurato inventario, che trova ora una prima occasione di pubblica visibilità.

«È una lunga storia» continua Tomasetig, «che parte da Ballabio Inferiore nella Valsassina – terra di dinamici imprenditori caseari, come gli Invernizzi, i Locatelli, i Cademartori – quando il giovane Egidio Galbani fonda l’omonima società nel 1882 (ora si festeggiano 140 anni!), intestandola al padre Davide». E se con il formaggio a pasta molle di qualità, cioè il «Bel Paese» (un nome che riprendeva il titolo di un’opera divulgativa di successo del geologo e geografo lecchese Antonio Stoppani del 1906, data non casuale perché coincide con l’Esposizione Universale di Milano), l’azienda aveva proseguito un singolare processo di “identificazione” con i valori di un intero Paese, la storia di questo archivio, e i prossimi sviluppi che lo attendono, dicono anche che finché non ci sarà una maggiore attenzione alla storia delle imprese, il racconto del nostro progresso non potrà che essere monco. Di parti importanti e decisive: forse bisognerebbe avere davvero più fiducia in questo tipo di iniziative.

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