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Da Milano a Cremona, tutti i fortini della mafia

Nel mirino anche Como e Monza e Brianza. Dalla ristorazione di alta classe alle gioiellerie e al carburante i settori di maggiore interesse

di Michelangelo Bonessa

Grandi eventi. I grandi eventi ripropongono il tema, evidenziatosi in occasione di Expo 2015, della centralità della prevenzione antimafia (foto, l'acclamazione dei Giochi)

3' di lettura

L’ultimo report regionale sulla presenza della criminalità mafiosa restituisce un quadro mutato delle attività illecite in Lombardia: se è confermata la presenza di tutte le organizzazioni italiane come mafia, camorra e ‘ndrangheta, a cui si sono uniti sodalizi malavitosi stranieri, i settori di interesse ora spaziano dalla ristorazione di alta classe alle gioiellerie, al commercio di caffè e carburante, ma anche alle Asl.

Per rendere l’idea di quanto i criminali si siano inseriti nella società basti pensare che in alcune province i clan hanno più imputazioni per reati fiscali che per narcotraffico. L’unica certezza ormai è che, se si parla di ’ndrangheta, la Lombardia è stabilmente la seconda regione italiana per presenza e radicamento.

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Sono dati che emergono dalla Relazione sullo stato di attuazione della legge regionale del 24 giugno 2015, n. 17: Interventi regionali per la prevenzione e il contrasto della criminalità organizzata e per la promozione della cultura della legalità (biennio 2020/2021), presentata da Polis Lombardia. Un report che delinea un quadro cambiato rispetto all’ultima rilevazione datata 2018: se Milano resta il centro delle attività criminali, per la prima volta si segnala una «crescente (e ancora sottovalutata) vivacità della provincia di Cremona», sottolinea la Relazione.

Parlando di numeri, il report assegna un punteggio da 1 a 5 al livello di penetrazione, dove 1 è il massimo. In questa classifica Milano, Como e Monza e Brianza detengono il triste record di essere in fascia 1. Subito dopo vengono Varese, Lecco e Pavia con 2, poi Cremona, Mantova, Bergamo e Brescia con 3 e infine Sondrio e Lodi con 4. Per Sondrio il peggioramento è causato soprattutto da un aumento delle attività dei clan nel movimento terra. Ampliando lo sguardo a livello regionale, l’espansione e il radicamento delle organizzazioni criminali si basa su tre fattori chiave: la crisi economica che ha colpito gli imprenditori a seguito delle chiusure, l’ampia disponibilità di capitale da parte della criminalità organizzata e la rapidità di esecuzione garantita dall’agire al di fuori di ogni regola.

Ogni zona sembra avere una prevalenza di diversi interessi, anche a seconda dell’organizzazione malavitosa: a Milano, ad esempio, investono tutti in droga, ma dal 1958, data dell’arrivo del primo mafioso Joe Adonis, le strade si sono diversificate. La ’ndrangheta si è dedicata, oltre al movimento terra, anche alle farmacie. Mentre Cosa Nostra si è diretta su gioiellerie e commercio di caffè. La camorra invece viene segnalata soprattutto per truffe agli anziani e la ristorazione di fascia alta. Gli stranieri, come il clan marocchino Mansouri, si dedicano al traffico di stupefacenti, dove i cinesi si sono ritagliati il monopolio della droga sintetica shaboo e dei reati legati all’immigrazione.

In Brianza accanto ai tradizionali settori del movimento terra, usura ed estorsione, sono stati registrati investimenti malavitosi in aziende che si occupano di servizi funebri e cimiteriali o di attività di pulizia e sanificazione, di produzione dei dispositivi di protezione individuale e anche di smaltimento dei rifiuti di tipo ospedaliero. La provincia si segnala anche per una massiccia presenza di clan albanesi focalizzati soprattutto su traffico di stupefacenti e prostituzione.

Nella zona di Como invece prevalgono gli investimenti sul turismo, anche se la compenetrazione del tessuto imprenditoriale è tale che è difficile contestare il 416 bis. Nel lariano ormai la malavita organizzata «utilizza fatture false ed evasione fiscale per sbaragliare la concorrenza degli imprenditori onesti». Le province di Varese e Lecco vengono segnalate soprattutto per un’accentuazione del dinamismo mafioso in parte per un consolidato radicamento generazionale dei clan e in parte «per una nuova funzione di cerniera operativa da esse svolta verso la Svizzera: meta, quest’ultima, di nuovi e rapidi spostamenti da parte dei clan», precisa il report.

Nella provincia di Pavia invece il fenomeno più importante sembra essere quello dello spostamento verso i centri più piccoli dei clan, definito come «una ritirata strategica finalizzata a creare nuovi “fortini” meno controllabili ed espugnabili dalle forze dell’ordine». Nelle province come Brescia lo scenario è sempre più particolare, come ha notato Nando dalla Chiesa, direttore dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università degli Studi di Milano che in collaborazione a Polis ha redatto il monitoraggio: nel bacino del Garda «gli stessi clan cutresi hanno poche imputazioni per narcotraffico, ma molte per reati fiscali». Una tendenza a una criminalità più dedita all’usura e a reati economici valida anche nell’ambito della provincia di Bergamo.

Nelle province di Cremona e Mantova, quasi immuni fino a pochi anni fa da infiltrazioni mafiose, si segnala invece una nuova vivacità favorita soprattutto dal settore edilizio. Le due province con il tasso di criminalità più bassa restano Lodi e Sondrio, anche se quest’ultima ha visto una crescita del fenomeno soprattutto nel settore del movimento terra.

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