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Da Milano al team di Colao, l'obiettivo digitale di Roberta Cocco rimangono i servizi ai cittadini

Per una buona trasformazione digitale è necessario coinvolgere tutti i cittadini. Ogni cittadino deve conoscere la tecnologia e servirsene, senza avere paura

di Biagio Simonetta

(IMAGOECONOMICA)

5' di lettura

Al 12 di via Larga, a Milano, il palazzo degli uffici comunali è un pezzo di storia della città. Fu costruito su idea dell'architetto Renzo Gerla, negli anni '20, gli stessi in cui edificarono la Stazione Centrale.

Oggi è da quel Palazzo che è partita la digitalizzazione della città lombarda. Ed è lì che abbiamo incontrato Roberta Cocco, assessore alla Trasformazione digitale della giunta Sala, che fra pochi giorni raccoglierà le sue cose per trasferirsi, probabilmente, a Roma, dove l'aspetta il team per la PA Digitale del ministro Colao.

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Quando le chiediamo proprio del suo probabile trasferimento a Roma, la Cocco non si sbilancia: «Non lo so ancora. Certo, in accordo col sindaco Sala, considero conclusa questa esperienza nell'amministrazione del Comune di Milano. Anche se, ovviamente, resterò a disposizione di quella che è la mia città. Però il mio mandato termina qua. E sono contentissima di ciò che ho fatto, per il semplice fatto che ce l'ho messa tutta».

E per il futuro?
«Diciamo che spero di poter continuare a contribuire alla sfida digitale che ha davanti il governo».
Ok, non ufficializziamo niente. Ma quale sarebbe il suo obiettivo, nel team del ministro Colao?
«Guardi, sono 31 anni che sono nel mondo dell'ICT, e ho sempre pensato che il digitale debba essere una leva, e che migliorare la vita dei cittadini debba essere l'obiettivo. E questo sarà quello che vorrò fare. Poi, chiaramente, c'è tutta una serie di step da seguire».

Ad esempio?
«Ad esempio, credo che per una buona trasformazione digitale sia necessario coinvolgere tutti i cittadini. Ogni cittadino deve conoscere la tecnologia e servirsene, senza avere paura. Dobbiamo lavorare affinché i diritti digitali siano uguali per tutti. Affinché ci sia un'interoperabilità che funzioni, così che si colmi il gap tecnologico fra regioni. Affinché l'identità digitale dei cittadini italiani sia efficiente come succede in molti altri paesi europei».E magari anche affinché i servizi siano pubblici, e non arrivino da aziende private… «Mah, questo è un tema complesso. Però voglio farle un esempio. Durante la pandemia, il centralino del Comune di Milano (020202, ndr) fu letteralmente preso d'assalto. Era diventato di fatto difficilissimo, per i cittadini, contattare qualcuno e avere risposte. In quel caso è subentrato l'aiuto di Facebook, che – gratuitamente - ci ha creato in poco tempo un canale WhatsApp con delle risposte automatiche. Ed è stato un successo. Questo è il classico esempio di cooperazione vincente fra pubblico e privato»

Cosa le rimane di questi 5 anni al Comune di Milano?
«Mi rimangono molte cose. Ad esempio la consapevolezza che il digitale debba essere un abilitatore per i servizi al cittadino. Un piano di trasformazione digitale, per una città, così come per un Paese, non deve essere il fine, non dobbiamo innovare per vincere un premio. Non è il nostro compito. Il nostro lavoro è quello di utilizzare il digitale affinché si possano costruire servizi più agili per i cittadini. Da inizio 2016 abbiamo cercato di interpretare le necessità dei cittadini. E siamo partiti da una semplificazione dei processi, perché ci siamo resi conto che non potevamo digitalizzare l'inefficienza. Quindi prima di trasformare i processi da analogici in digitale, molti andavano rivisti completamente. Ed è quello che abbiamo fatto».

È stato difficile?
«Beh, vede, c'è tutto un discorso di cultura digitale. Una pubblica amministrazione non può correre, accelerare la trasformazione digitale, senza che i cittadini siano in grado di seguirla questa trasformazione. E quindi abbiamo cercato di fare un salto di qualità anche in fatto di cultura digitale, cercando di aiutare i cittadini con corsi di alfabetizzazione e con studi tecnico-scientifici, come StemInTheCity. Perché una Pubblica Amministrazione non è un'azienda privata. E nel fare innovazione, l'obiettivo primario deve essere uno solo: nessuno deve rimanere indietro».

Da dove bisogna partire per non lasciare indietro nessuno?

«Dai dati. L'aver lavorato sin dall'inizio sui dati, ci ha dato una grande mano. Abbiamo lavorato da subito sulla pulizia dei dati, sulla normalizzazione, abbiamo creato un piano per l'interoperabilità per mettere insieme tutti i dati che il Comune di Milano possedeva. Tutto questo ci ha consentito di creare le basi per costruire servizi digitali, come il Fascicolo del Cittadino, che è uno dei servizi che ha ottenuto maggior successo e che successivamente è diventato anche un'app».

Tutto filava liscio, poi è arrivata la pandemia…
«Durante la pandemia, aver lavorato precedentemente sui dati, è stato fondamentale. Se pensiamo a ciò che è successo, sembra incredibile. Se solo 10 giorni prima ci avessero detto che avremmo chiuso tutto, non ci avremmo creduto. Invece proprio la pandemia ci ha spinto ad accelerare ulteriormente verso la digitalizzazione. Perché una PA, in quel momento, doveva porsi un solo obiettivo: raggiungere i cittadini in modo semplice. E lo abbiamo fatto attraverso gli smartphone, lanciando servizi digitali e app, come MilanoAiuta che ha fornito ai cittadini tutta una serie di informazioni utili: quale fosse la farmacia aperta più vicina, come poter avere la spesa a casa, a chi rivolgersi in caso di emergenza e tanto altro ancora. Sembra banale, ma senza aver lavorato sui dati non ce l'avremmo mai fatta. Durante la pandemia siamo arrivati a oltre il 90% dei certificati scaricati digitalmente. Ma siccome, come le dicevo, non si può lasciare indietro nessuno, abbiamo pensato anche al restante 10%, creando un approccio fra analogico e digitale che arrivasse sotto casa dei cittadini, tipo nelle edicole, banche, tabaccai. Così che le persone meno digitalizzate potessero rivolgersi a un'edicola vicino casa per avere ciò che i cittadini più digitali erano in grado di ottenere sul proprio smartphone».

Come si misura il successo di queste iniziative?
«Per misurare il valore di tutta la digitalizzazione che abbiamo fatto, abbiamo creato un modello – che abbiamo messo a disposizione di tutte le amministrazioni in modalità open source – che va a quantificare, sia nella prospettiva dell'amministrazione, che in quella del cittadino, il risparmio di tempi, costi e l'impatto sulla sostenibilità dei singoli processi. E le faccio un esempio: la riduzione dell'utilizzo della carta grazie ai servizi digitali avvenuta in un anno all'Anagrafe di Milano, ha fatto risparmiare oltre 49 tonnellate di Co2, che vuol dire quasi 4mila alberi».

Torniamo all'inizio: ci va a Roma oppure no?
«Vede, già collaboro da qualche mese, con grande piacere, col team del ministro Colao. E sto lavorando per portare sul tavolo decisionale centrale quelle che sono le necessità e le istanze dei territori. Ed è importantissimo questo passaggio. Perché il lavoro del governo in tema digitale è fondamentale per il rilancio del Paese, ma è necessario che le decisioni vengano prese conoscendo quelle che sono poi le vere esigenze dei territori, di chi ogni giorno ha il cittadino davanti a sé coi suoi problemi, le sue criticità. Faccio un esempio: a Milano, durante la pandemia, abbiamo scoperto che c'erano ancora molti quartieri non coperti da una connessione a Internet decente. Ed è stato sbalorditivo, per me, scoprire che la stessa situazione era emersa in una città come Amsterdam. Nessuno lo avrebbe mai detto. E questo è un grande tema per l'Italia. Ora, non so ancora quale sarà il mio ruolo futuro. Per ora sono contenta di quello che ho fatto a Milano col sindaco Sala. Ma non mi tirerò indietro se ci sarà da affrontare la sfida digitale del governo. Sono pronta».

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