DOPO L’INDICAZIONE DI GALLITELLI

Da Moratti a Parisi, le investiture del Cavaliere che non hanno mai portato alla successione

di Riccardo Ferrazza

(ANSA)

3' di lettura

Con l’indicazione di Leonardo Gallitelli, ex comandante dei Carabinieri, come possibile candidato premier per il centrodestra, si allunga la lista dei nomi (almeno 25) che Silvio Berlusconi ha fatto nel corso degli anni come possibili eredi della sua leadership. Sia in qualità di successori alla guida di Forza Italia, sia come possibili candidati premier. Tutti endorsement che non hanno mai prodotto nulla.Anzi, a vedere l’elenco che ha ormai più di venti anni (già nel ’96 il Cavaliere fece la sua prima investitura) si può dire che la “nomination” non ha mai portato fortuna ai diretti interessati. E, forse, ha ragione Luigi Di Maio, candidato premier per M5S, quando dice che l’ex generale è già stato «ammazzato politicamente».

I casi più recenti sono quelli per la candidatura a presidente del Consiglio, ora che l’ex premier non può presentarsi per effetto della sua condanna per frode fiscale. Prima del comandante dei Carabinieri, ma in contesti privati, Berlusconi aveva fatto altri nomi: la scorsa estate erano circolati i nomi di Mario Draghi, Sergio Marchionne e Carlo Calenda (il più veloce a smentire:
«ho già detto mille volte che non conosco Berlusconi»). Nomi, si affrettarono a precisare da Forza Italia, citati per indicare quelle che dovrebbero essere le caratteristiche di un ipotetico candidato ma che non si traducono in una nessuna investitura.

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Più esplicito era stato il Cavaliere in un’intervista a inizio luglio, quando disse che l’attuale governatore della Banca d’Italia «sarebbe un ottimo premier». Già in passato aveva indicato Draghi come suo candidato alla presidenza della Repubblica. È «stato il mio governo - rivendicò il Cavaliere - ad ottenere per Mario Draghi la guida della Banca centrale europea, e non mi sono mai pentito di quella scelta. Dunque, ho grande stima di lui, sarebbe un ottimo premier ma non credo sia interessato a lasciare il ruolo in Europa».

Dietro queste ipotesi c’è un ragionamento che Berlusconi affidò nel 2015 a un libro di Bruno Vespa. «Io sono percepito come un politico professionista» spiegò in quelle pagine. Ecco perché, secondo l’identikit fornito dall’ex presidente del Consiglio il candidato «una persona che ha dimostrato nella vita di saper fare molto bene e ha saputo conquistarsi la fiducia di un pubblico vasto con la sua attività fuori della politica». Come Marchionne. Quando uscì il suo nome l’amministratore delegato di Fca commentò un po’ divertito: «Berlusconi è un grande, nella sua uscita ha spiazzato tutti quanti, chapeau per lui». Chiarì subito dopo che lui alla candidatura come premier del centrodestra non ci pensa proprio «nemmeno di notte».

Quelli di Berlusconi, incluso l’ultimo episodio con protagonista un ex comandante dell’arma, sembrano dei nomi di candidati premier possibili citati per essere sottoposti al test di gradimento degli elettori. Variazione di quanto il Cavaliere compie ormai da anni quando si tratta di individuare un possibile successore alla guida del partito. Qui la lista si fa davvero estesa e potrebbe idealmente cominciare con una donna: Letizia Moratti, sindaco di Milano, ministro nel governo guidato dal Cavaliere, che lui stesso avrebbe visto bene come leader della sua creatura politica. Al femminile anche altre ipotesi: per esempio Michela Vittoria Brambilla che una decina di anni fa visse il suo momento di massima visibilità politica con la fondazione dei Circoli che dovevano dare radicamento territoriale a Forza Italia, salvo poi inabissarsi dopo una breve esperienza governativa. Anche per Mara Carfagna l’ex premier ha sempre dimostrato la propria stima anche se un’investitura vera e propria non c’è mai stata.

Altri nomi sembrano oggi infatuazioni temporanee del Cavaliere. Come Maurizio Scelli, già capo della Croce rossa italiana, la cui capacità di leadership venne subito messa in discussione dopo uno sfortunato raduno a Firenze. Nella lista dei “delfini” va inserito certamente Angelino Alfano, almeno fino a quando Berlusconi non arrivò a decretare che all’attuale ministro degli esteri manca il”quid”. Anche Giovanni Toti, da giornalista Mediaset cominciò una rapida ascesa che sembrava destinarlo a ereditare una posizione di comando dentro il partito. Progetto presto naufragato. Anche il manager Stefano Parisi ha fatto le spese di questo parabola: portato dentro la coalizione in qualità di candidato sindaco a Milano poteva aspirare al ruolo di federatore del centrodestra ma la sua traiettoria entrò resto in trotta di collisione con gli esponenti azzurri e di rimando con il loro capo.

Alla voce imprenditori compare anche Guido Barilla. Un nome che è sempre piaciuto al Cavaliere che già nel 2013 sognava di averlo perlomeno in squadra se addirittura come successore. L’anno prima Berlusconi notò Guido Martinetti, fondatore di Grom che però si disse non interessato perché politicamente vicino al centrosinistra.

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