l’america di trump e le sanzioni alla russia

Da Nord Stream a Sakhalin, a rischio 8 progetti europei

di Roberto Bongiorni


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(AFP)

4' di lettura

Il fine? Punire la Russia per le sue gravi interferenze a favore di Donald Trump durante la campagna elettorale, oltre che per l’annessione di fatto della Crimea. Il mezzo per conseguirlo? Colpire le compagnie straniere coinvolte in progetti energetici, e non solo, a cui partecipano aziende russe. Uno degli obiettivi finali? Non è un segreto che gli Stati Uniti ambiscano in futuro a vendere il loro gas naturale liquefatto(Lng) in Europa.

Siamo ancora alle prime fasi, ma se il nuovo pacchetto di sanzioni americane contro la Russia dovesse essere attuato, così come è stato concepito, l’industria energetica europea accuserebbe danni ingenti. Sarebbe uno tsunami energetico capace di danneggiare, se non affondare, progetti da miliardi di euro. Non solo quelli nuovi, da sviluppare. Verrebbero danneggiate anche compagnie europee impegnate a potenziare, o a mantenere gasdotti già in funzione.

I progetti a rischio, seppur in grado diverso, sono almeno otto. La vittima illustre sarebbe il Nord Stream 2, il raddoppiamento del gasdotto che trasporta il gas russo in Germania attraverso il Mar Baltico. Un progetto da 55 miliardi di metri cubi l’anno a cui il Governo tedesco tiene molto e che vede coinvolte le tedesche Wintershall e Uniper, la major anglo-olandese Shell, l’austriaca Omv e la francese Engie (tra le aziende europee a rischio sanzioni in altri progetti figurano anche Eni e Bp). Certo, Nord Stream non piace ad alcuni Paesi. Soprattutto alla Polonia. Per una ragione semplice: rafforzerebbe la dipendenza energetica dalla Russia, che già oggi fornisce all’Europa il 70% del gas importato. Non è peraltro un segreto che il Cremlino sia poi capace di usare il gas per realizzare i suoi interessi geopolitici.

I PROGETTI NEL MIRINO DEL CONGRESSO USA

Fonte: elaborazione Il Sole 24 Ore

I PROGETTI NEL MIRINO DEL CONGRESSO USA

Ma non si tratta solo del corridoio Nord. Le nuove sanzioni potrebbero - anche se vi sono ancora dei dubbi - rallentare o fermare i progetti per rafforzare il corridoio Sud. Sia quelli relativi al Southern Gas Corridor (in costruzione), che fornirà all’Europa il gas azero del Mar Caspio, sia quelli del Mediterraneo orientale. Attraverso una nuova rete di gasdotti, i giacimenti scoperti nelle acque di Israele, Cipro ed Egitto potrebbero in futuro contribuire (insieme alla pipeline dal Caspio) a rendere l’Italia un hub energetico per l’Europa.

Non che manchi gas in questo periodo di consumi anemici, ma da tempo la diversificazione delle rotte di approvvigionamento è una priorità per Bruxelles, desiderosa di alleviare la dipendenza da Mosca. In questo caso il giacimento egiziano di Zhor, il più grande del Mediterraneo scoperto da Eni nel 2015, vede la partecipazione della russa Rosneft,che nel dicembre 2016 ha pattuito con Eni la cessione di una quota del 30% nella stessa concessione di Shorouk, dove si trova Zhor (le sanzioni non dovrebbero comunque colpire il “gas secco”di Zohr) . L’Europa è riuscita a persuadere Washington ad alzare dal 10% al 33% la soglia di partecipazione della Russia ai progetti a cui si possono applicare le sanzioni. Ma Rosneft ha un’opzione per portare la sua quota al 35 per cento.

Nell’area del Mar Nero sono invece a rischio il gasdotto Turkish Stream (in costruzione per fornire la Turchia) e l’oleodotto Cpc, che trasporta greggio dal Kazakhstan ai terminali russi. Anche il gasdotto Blue Stream, che collega le coste russe alla Turchia, potrebbe accusare dei contraccolpi. Questo progetto già in funzione, in cui Eni e Gazprom detengono ciascuna una quota del 50%, trasporta 16 miliardi di metri cubi l’anno. Il capitolo 232 del pacchetto di sanzioni potrebbe colpire i lavori di manutenzione o il riparo di guasti nei tratti in territorio russo. Per lo stesso motivo è a rischio anche il Nord Stream 1, che di gas ne porta molto di più: 55 miliardi di metri cubi, e in cui figurano Wintershall (15,5%), Engie (9%), Gasunie (9%) e Gazprom, (51%). In entrambi i casi -precisano gli esperti - non si tratterebbe però di danni rilevanti.

«Ma al di là dei gasdotti - precisa Davide Tabarelli - presidente di Nomisma energia - le sanzioni potenzialmente danneggerebbero le nostre aziende specializzate che operano nell’upstream. Come Saipem, Bonatti, Cosmi, eccellenze italiane già protagoniste nella difficile posa dei tubi del Blue Stream, a 2mila metri di profondità. Se e quando saranno indette le gare per il Nord Stream 2, hanno buone possibilità per aggiudicarsi i contratti».

Sarebbe poi ingenuo ignorare che dietro a questo round di sanzioni vi sia anche una ragione commerciale. Grazie alla rivoluzione dello shale gas, gli Stati Uniti si apprestano a divenire il terzo se non il secondo esportatore mondiale di Lng entro il 2020-2021. Lo stesso Trump ha già offerto il gas made in Usa a Polonia e altri Paesi.In teoria è una guerra che l’America faticherebbe a vincere. I costi di trasporto fino in Europa si ripercuoterebbero sui margini, rendendoli davvero esigui. E Mosca, con piccoli sconti sui prezzi, potrebbe facilmente prevalere.

Questo in futuro. Nel breve termine le aziende europee si troverebbero davanti a un dilemma: continuare con i progetti (potrebbero esserci contraccolpi anche nei settori ferroviario, finanziario, della navigazione e delle miniere) e subire le sanzioni,oppure ritirarsi per non incorrere nelle scure americana?

L’Europa affila le armi e prepara possibili contromisure. Ma sarebbe una guerra senza vincitori.

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