UNO SCRITTORE E IL SUO LUSSO

Da oggetti del desiderio a collezione: la mia passione per i teschi

Alcuni sono pezzi d'arte, altri follie e curiosità da bric-à-brac : dopo averli raccolti per anni, adesso hanno trovato casa nel castello spaventoso

di Chuck Palahniuk

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Chuck Palahniuk, foto di Allan Amato.

Alcuni sono pezzi d'arte, altri follie e curiosità da bric-à-brac : dopo averli raccolti per anni, adesso hanno trovato casa nel castello spaventoso


4' di lettura

La mia collezione di teschi ha finalmente trovato un luogo in cui riposare in pace. Ho comprato i primi nel deserto, sotto un sole cocente, in un cortile isolato dove una donna vendeva decorazioni da giardino. Cinque teschi umani modellati dal calcestruzzo se ne stavano lì, mezzi sommersi in una pozza di acqua salmastra, scuriti dalla melma e con lo sguardo rivolto al cielo. La donna che li aveva creati mi disse che i suoi Buddha e gnomi in calcestruzzo vendevano bene, ma questi teschi non li voleva nessuno e aspettavano lì da anni. Quindi mi propose un affare: tutti e cinque per venti dollari in totale. Non avevo nemmeno un capello bianco in testa. All'epoca andava di moda il cosiddetto “giardino gotico”: con piante erbacee legnose, ciuffi di trifogli e quadrifogli spezzati a comporre aiuole o a spuntare tra una mattonella e l'altra. I gargoyle sbirciavano dalle pagine delle riviste di garden design. Non potevo permettermi una casa con giardino, ma potevo accumulare teschi.

Alcuni arrivavano da un artista convinto che le sue opere si sarebbero decomposte più in fretta se avesse mischiato il cemento con aggregato e la sua urina (sapete, grazie ai batteri). Così questi pezzi maleodoranti entrarono a far parte della mia collezione sempre più nutrita. Altri teschi li comprai da un'artista senzatetto che ne modellava pochi alla volta nella sua vecchia auto e li vendeva per strada. A quel punto potevo permettermi di sborsare venti dollari ciascuno e gli esemplari creati da questa donna erano ricchi di dettagli, fino alle suture e alla forma precisa dei bicuspidi. Ormai una casa ce l'avevo, avevo scritto Fight Club e una decina di altri libri, oltre a graphic novel, libri da colorare e una guida di viaggio.

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Gran parte dei miei guadagni erano finiti nell'acquisto di una casa diroccata su un pezzetto di terra rocciosa (nell'Oregon, ndr). Solo Bram Stoker o Edgar Allan Poe avrebbero potuto immaginare un posto simile. Il precipizio è sospeso sul fiume Columbia, che in questo punto è largo oltre un chilometro e mezzo, e proprio di fronte, sull'altra sponda del fiume, si vede uno strano piccolo castello di nome Vista House, abbarbicato su un ripido promontorio di basalto chiamato Crown Point. Cercatelo su Google. Secoli fa, ingenti inondazioni limarono le pareti del dirupo e ora una serie di monoliti di pietra sterile – Rooster Rock, le colonne delle Bridal Veil, Beacon Rock – sovrastano la riva del fiume, ricoperti di muschio e felci. Le cascate abbondano. Per circa sei mesi all'anno qui soffiano venti forti come uragani, finché gli abeti secolari vengono denudati sul lato orientale e le enormi querce bianche piegano le fronde a precipizio sul dirupo. È un paesaggio degno di Wagner o Lovecraft: arcadico, con mura di pietra erette da pastori baschi oltre un secolo fa e un palazzo a imitazione del Rinascimento italiano chiamato Maryhill, costruito e abbandonato da un magnate delle ferrovie. Lo stesso che fece realizzare una riproduzione a grandezza naturale di Stonehenge, come memoriale ai caduti della Prima guerra mondiale. Questi richiami romantici sono i miei vicini di casa, mentre i primi corrispettivi umani sono a oltre due chilometri di distanza.

Qualche anno fa, mi sono ripromesso di dare il mio contributo a questo scenario. Su una piccola collinetta, che rimane nascosta finché non ci si arriva a ridosso, sospesa sul fiume, ho costruito le fondamenta di due muri che si intersecano. Nella mia visione ci sono due alti muri di pietra e alcune finestre gotiche di vetro colorato, insomma una rovina che invogli le persone a camminare anche a lungo per arrivarci vicino. La vista dalla rovina – sul fiume, i monoliti, i castelli – sarebbe incorniciata dalle mie finestre e opere di pietra. Ho trascorso l'infanzia ripulendo mattoni usati e mescolando malta per mio padre e mio nonno. L'odore di calce viva che emana il calcestruzzo umido equivale a quello che per molti altri è il profumo dei biscotti nel forno. Degli autocarri scaricano la roccia che mi serve, in gran parte blocchi di basalto, io poi lavo, seleziono, trascino e infine assemblo le pietre, per creare muri di delimitazione che racchiudono cortili e offrono nicchie per le statue. D'inverno qui trovano rifugio i cervi. In estate il posto è animato da chipmunk striati, dai miei cani e da me, che costruisco altre fondamenta e altre stanze. Incastonati tra le pietre, i miei teschi hanno finalmente trovato pace. Scuriti dal tempo, resi verdi dalla muffa, sbirciano dalle fessure e dalle cornici delle finestre. Alcuni rimangono completamente nascosti dietro le pietre. Altri sono raggruppati vicini, per dare l'idea di un ossario. Rampicanti e arbusti locali spuntano dappertutto.

Lo scorso Halloween una classe della scuola d'infanzia ha tenuto una festa tra le vetrate colorate e i teschi illuminati dalla luce tremolante di un falò. Altrimenti, i boschi intorno sono così fitti e talmente bui che le costellazioni sembrano illustrazioni di un libro. Sono stati i bambini a chiamarlo “il castello spaventoso”. Di recente, mio marito Mike ha fatto una passeggiata nella foresta e ha osservato le rovine, i teschi, la vista gotica. Mi ha detto, senza mezzi termini: “Penso che il castello spaventoso sia ormai grande abbastanza”. Ma sono già posate le fondamenta per la costruzione di un altro anno. Aggiungerò solo qualche altro ambiente. Perché credo che Mike si sbagli.

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