UNIVERSITÀ

Da Oxford alla Bocconi, come si studia gratis (online) in 700 università

di Alberto Magnani

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3' di lettura

Una delle ultime a cedere è stata Oxford, la punta di diamante dell'accademia britannica e mondiale. L'ateneo che conta circa 50 premi Nobel nella sua storia ha inaugurato a febbraio il suo primo mooc: sigla che sta per massive open online courses, i corsi online e gratuiti esplosi dal 2011 ad oggi fino a sfiorare i 7mila programmi disponibili in Rete. Paul Collier, economista ed ex direttore della ricerca alla Banca mondiale, si è preso in carico un corso di un mese e mezzo sullo sviluppo economico («From poverty to prosperity: understanding economic development») ospitato dal sito eDx. Il modulo richiede un impegno di due-tre ore a settimana e una conoscenza almeno intermedia dell'inglese. Ma se per ambire ai corsi ordinari di Oxford servono qualifiche chiare di curriculum e (spesso) di reddito, per le aule digitali la via è più agevole: basta una buona connessione per seguire il programma, senza i requisiti che sbarrerebbero l'ingresso nelle iscrizioni tradizionali. Lo stesso principio che ha permesso a 58 milioni di utenti di registrarsi ad almeno uno dei migliaia di moduli emersi ogni anno dai nativi Stati Uniti alle università delle Ande, passando per l'Europa e, di recente, l'Italia.

Studiare a Columbia e Sciences Po. Da casa

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Il World economic forum, tra i primi a evidenziare il debutto dell'ateneo britannico, sostiene che la presenza del blasone oxfordiano dia più credibilità a un sistema che ha preso piede nei numeri ma meno, o non sempre, nella reputazione. I più critici ribadiscono che i corsi online devono ancora trovare una propria efficacia didattica, se non altro per l'assenza di un riscontro diretto dei docenti e per i problemi di valutazione. Ma c'è chi sostiene che rappresentino una forma inedita di apertura all'esterno delle élite accademiche, oltreché un margine aggiuntivo di entrate (si legga il paragrafo successivo).

Quanto all'immagine, la svolta di Oxford fa seguito a un lungo processo di sdoganamento.

LA DISTRIBUZIONE DEI CORSI ONLINE PER SETTORE

Business e informatica valgono per quasi il 40% dei moduli digitali tra i Mooc (Fonte: Class central)

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L'ateneo britannico suggella un percorso inaugurato da Stanford, il colosso universitario californiano che ha spianato la strada prima alle “otto sorelle” della Ivy League (gli otto college più prestigiosi della costa est degli Usa, come Harvard, Columbia e Princeton) e poi ai grandi nomi del resto del mondo. Oggi si possono seguire da casa, a costo zero, corsi in robotica della Penn University o moduli di politica internazionale dell'energia alla Sciences Po di Parigi, affacciandosi magari sulle offerte italiane della Bocconi e della Sapienza di Roma.

Secondo i dati di Class central, un motore di ricerca specializzato in Mooc, i corsi aperti hanno raggiunto quota 6.850 unità nel 2016, con 2.500 nuove proposte solo l'anno scorso. A livello tematico, i settori dominanti restano business&management (19,3%) e informatica (17,4%), seguiti dalle classi di scienze (10,4%), studi umanistici, scienze sociali e formazione (tutte intorno al 9%)

A erogarli oltre 700 atenei, ospitati dalle piattaforme che si occupano di trasmettere e gestire i contenuti prodotti dalle università. La più grande è la californiana Coursera, con sede nella stessa Mountain View di Google e 24 milioni di utenti registrati a febbraio 2017. Seguono con 10 milioni eDx, la cinese Xuetang (6 milioni, anche se rivolta al solo mercato domestico.), la britannica FutureLearn (5,3 milioni) e, tornando alle origini, l'americana Udacity (4 milioni ).

Come si guadagna da corsi (quasi) gratuiti
Come precisa anche il nome, i Mooc sono per definizione “free” (gratuiti). Lo

stesso non si può dire delle piattaforme che li distribuiscono, racchiuse sotto all'etichetta di online education company: le aziende di educazione online, spesso forti di robusti round di finanziamento prima di «democratizzare la conoscenza» con i corsi online. Ad eccezione di eDx, che si attribuisce una natura non profit ed open source, i portali perseguono la propria vocazione commerciale con più canali di entrate. In questa ottica i corsi gratuiti sono la leva per attirare su contenuti e sottoscrizioni a pagamento. Coursera, il leader per dimensioni, ha sperimentato forse il maggior numero di business model: dal conseguimento di certificati a pagamento all'erogazione di servizi di ricerca lavoro tra gli utenti del sito, oltre al metodo più classico degli abbonamenti a servizi aggiuntivi. Quanto è valso, in termini di bilancio? La società californiana ha rilevato una media di 100mila utenti paganti al mese, dato che ha permesso sempre a Class central di stimare ricavi per 50-60 milioni di dollari l'anno in aggiunta a 5 milioni di proventi dai corsi Mba veicolati dalla piattaforma. I metodi non sono nuovi. Lo stesso corso di Oxford proposto dalla “no profit” eDx è gratis, ma l'eventuale certificato dell'ateneo costa un extra di 49 dollari. L'educazione online sarà pure aperta, ma il titolo si fa ancora pagare.

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