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Da Palazzo Koch a Palazzo Chigi, prima di Draghi anche Ciampi e Dini

L’ex presidente della Bce è il terzo presidente del consiglio che arriva dai massimi vertici della Banca d’Italia. Storie diverse, ma un tratto comune di rigore e prestigio

di Carlo Marroni

Tutte le frasi chiave del discorso di Draghi

2' di lettura

È il terzo. Mario Draghi è il terzo presidente del Consiglio che arriva alla guida del governo della Repubblica dai massimi vertici della Banca d’Italia. Prima di lui toccò a Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, governatore dal 1979 al 1993, e poco dopo nel 1995 a Lamberto Dini, direttore generale della banca centrale dal 1979 al 1994. Draghi è stato governatore dal 2006 al 2011. In verità tre vicende diverse tra loro, ma con il filo comune della provenienza da una delle eccellenze del Paese, fatta di rigore, preparazione e prestigio fuori dai confini. A scavare a fondo il vero prodotto di Bankitalia è stato Ciampi, che percorse tutta una carriera interna, mentre Dini arrivò alla direzione generale dopo una carriera al Fondo monetario e Draghi dalla direzione del Tesoro e un breve periodo alla Goldman Sachs.

Ciampi, il primo premier non parlamentare

È stato il 50esimo esecutivo, ed è considerato l’ultimo governo della cosiddetta Prima Repubblica: rimase in carica dal 29 aprile 1993 all’11 maggio 1994, per un totale di 377 giorni. Non solo. Fu il primo governo della storia della Repubblica Italiana a essere guidato da un non parlamentare e il primo dal 1947 a partecipazione (sia pure per dieci ore) di esponenti post-comunisti. Infatti dieci ore dopo il giuramento del governo, a causa della mancata concessione da parte del Parlamento dell’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi, Pds e FdV ritirarono i propri ministri. Nato sull’onda dell’emergenza di Tangentopoli e dopo la crisi della lira, durante il periodo di Ciampi fu approvata la riforma elettorale, nota come Legge Mattarella, attuata a seguito del referendum del 18 aprile 1993, che introdusse il maggioritario misto. Ciampi nel 1996 entrerà nel governo Prodi come ministro dell’Economia, conducendo in porto l’ingresso dell'Italia nell'euro. Nel 1999 sarà eletto presidente della Repubblica, su questo ripercorrendo la strada di un altro ex governatore, Luigi Einaudi, eletto al Quirinale nel 1948.

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Dini, il primo capo di un governo “tecnico”

Cinquantaduesimo esecutivo della Repubblica Italiana, il governo presieduto da Dini rimase in carica dal 17 gennaio 1995 al 18 maggio 1996, per un totale di 487 giorni. Fu il primo caso di governo cosiddetto “tecnico” della storia repubblicana, cioè interamente composto di personalità scelte al di fuori della politica attiva. Diede le dimissioni il 30 dicembre 1995, ma il presidente della Repubblica non le accettò invitando il presidente del Consiglio a presentarsi in Parlamento. Sentito il dibattito alla Camera, Dini confermò le sue dimissioni l'11 gennaio 1996. Dini aveva fatto parte del primo governo Berlusconi come ministro del Tesoro, esecutivo che cadde a fine 1994 dopo il ritiro della Lega dalla maggioranza (noto alle cronache come “ribaltone” promosso dal Quirinale). Fu incaricato Dini, che mantenne anche il portafoglio del Tesoro. Alla fine anticipata della legislatura Dini fonderà un proprio partito, Rinnovamento italiano, che poi parteciperà al governo di centrosinistra di Romano Prodi, assumendo la carica di ministro degli Esteri.


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