stile, politica e business

Da Peng Liyuan a Melania Trump, la moda diplomatica delle first lady è trampolino per i giovani talenti

di Chiara Beghelli


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(AP)

4' di lettura

Le 448 pagine (nella versione italiana) della sua biografia, best seller dell’ultimo anno, enumerano decine e decine di persone che hanno segnato la sua trasformazione da ragazza del South Side di Chicago a una delle First Lady più eleganti d’America. Eppure, l’unico stilista ad avere l’onore di essere citato da Michelle Obama nel racconto della sua vita è Jason Wu, che disegnò il sontuoso abito del ballo ufficiale dell’inaugurazione della presidenza di Barack, la sera del 20 gennaio 2009. Uno stilista allora emergente, di origini Taiwanesi, che a partire da quella serata visse il clou della sua fortuna: nel 2013, pochi mesi dopo che Michelle Obama lo aveva scelto anche per l’Inaugural Ball del secondo mandato del marito alla Casa Bianca, venne nominato direttore delle collezioni donna di Hugo Boss, ruolo che però ha lasciato di recente. E nel 2014 ha venduto la quota di maggioranza del suo marchio a InterLuxe.

Negli armadi delle First Lady, due temi si intrecciano: innanzitutto quello dello «stile diplomatico», fenomeno che negli ultimi anni si è intensificato di pari passo con la riconoscibilità globale dei marchi di moda. Oggi tutte le First Lady del mondo sanno bene che quello che indosseranno per un’occasione ufficiale ha la stessa potenza comunicativa di una dichiarazione politica. Potenza racchiusa nel nome e nella storia dello stilista, soprattutto, ma anche nel colore di un abito, in ogni suo elemento.

Poi, c’è il tema degli stilisti e dei marchi emergenti che devono il loro successo alle First Lady, trasformate in testimonial ogni volta che scelgono le loro creazioni e capaci di rendere la scaletta di un aereo una passerella globale. Ci sono casi come quello di Jason Wu, ma anche come quello di Sarah Phillips: nel 1993 Hillary Clinton la scelse - perché nativa dell’Arkansas, stato di cui Bill era stato Governatore - , per l’abito del suo Inaugural Ball. Dopo anni di successi, oggi il suo marchio è quasi scomparso.

Peng Liyuan, moglie del presidente cinese Xi Jinping, non hai indossato qualcosa che non fosse “made in China”: la sua stilista di riferimento è Ma Ke, che la veste da almeno 15 anni ed è direttrice creativa del marchio Exception de Mixmind, nato nel 1996 a Guangzhou, praticamente sconosciuto oltre il confine cinese fin quando non venne indossato da Peng durante la visita di stato in Russia nel 2013, la prima da quando il marito era stato confermato presidente. Proprio dopo quell’apparizione Mao Jihong, fondatore e presidente del marchio, annunciò che Exception de Mixmind avrebbe iniziato un piano di espansione all’estero.

Le scelte di stile di Peng Liyuan sono un messaggio politico rivolto al mondo, ma anche a quei Millennials cinesi innamorati dei marchi di moda e lusso occidentali. E che in effetti soprattutto di recente, come ha evidenziato anche il più recente report Bain Altagamma sul lusso, sono sempre più attratti da marchi e prodotti vicini alla loro cultura e alle loro tradizioni.

La Cina peraltro sta convintamente investendo sui “propri” stilisti: uno dei progetti più importanti in questo senso è la Fashion Valley di Shenzhen, città cuore del distretto della moda made in China, un progetto del valore di 3 miliardi di euro dove si lavora alla formazione dei talenti locali anche coinvolgendo aziende e know how italiano.

Affine a Peng Liyuan per questo suo guardaroba “nazionalista” è Brigitte Trogneux, moglie di Emmanuel Macron e Première Dame di Francia, che ha a suo vantaggio la riconoscibilità globale dei marchi del suo Paese. Il suo brand preferito è Louis Vuitton, che l’ha accompagnata nella grande maggioranza delle occasioni più importanti, anche se intervallato da apparizioni di altri marchi francesi come Balmain e Alexandre Vauthier.

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Chanel e Dior (adorato dalla sua precedente collega di ruolo, Carla Bruni) non hanno avuto con lei la stessa visibilità. Secondo alcuni osservatori questo è da collegare al fatto che prima di entrare all’Eliseo Brigitte, ai tempi del suo insegnamento al liceo privato Franklin di Parigi, era stata docente di Jean e Frédéric Arnault, i figli più giovani di Bernard Arnault, presidente di Lvmh, gruppo al quale Vuitton fa capo. Un legame stretto nel tempo dall’amicizia con Delphine, altra figlia di Arnault, che perlatro proprio di Vuitton è vicepresidente.

Guardando sempre più a ovest, oltre l’Atlantico, l’attuale “Flotus” Melania Trump, pur essendo consorte di un presidente certamente più “sovranista” del suo predecessore, non si può definire una paladina della moda made in the Us quanto una ricchissima signora espertissima di lusso internazionale: se Michelle Obama aveva scelto Michael Kors, uno dei nomi più importanti della moda statunitense, per il suo ritratto ufficiale nel 2009, Melania ha invece indossato una creazione Dolce&Gabbana, marchio con cui ha voluto omaggiare l’Italia in occasione del G7 organizzato nel 2017 in Sicilia indossando una cappa da 50mila dollari.

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Al suo primo Ballo d’Inaugurazione, però, anche lei ha ceduto al fascino del patriottismo scegliendo un abito di Hervé Pierre, designer francese ma americano d’adozione, che ha vestito tutte le ultime First Lady. Se Michelle Obama nei suoi anni alla Casa Bianca aveva indossato creazioni di stilisti emergenti e con origini multiculturali, dai cubani Isabel Toledo e Narcisio Rodriguez a Prabal Gurung, che proprio nello stesso periodo hanno conoscuto gli anni più fulgidi delle loro carriere, Melania Trump non ha mai indossato una creazione di un marchio che non fosse già una star mondiale, americano o meno. I giovani talenti degli Stati Uniti, per ora, devono puntare altrove.

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