Milano moda donna / 2

Con Prada e Fendi un nuovo manifesto sulla potenza della femminilità

La sensualità come segno di libertà, la morbidezza una dichiarazione di indipendenza. Max Mara guarda agli spazi e alle avvenure oceaniche, humor dilagante da Moschino e Benetton

di Angelo Flaccavento


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La sfilata Prada (Reuters)

3' di lettura

Ci risiamo: a Milano si parla di potere femminile e sua espressione vestimentaria. L’emancipazione dovrebbe essere un dato di fatto da tempo acquisito e invece così non è. O forse non è più: l’idea del progresso come una freccia scagliata a gran velocità in avanti è mendace e illusoria. La nostra è epoca di involuzione culturale sotto il manto illusorio e scintillante dell’avanzamento tecnologico. Basta averne consapevolezza e combattere.

Ci sono di nuovo luoghi comuni da sfatare, e la moda ci si mette d’impegno. Che siano due creatrici donne a farlo, nei rispettivi modi ma sostenendo in pratica la stessa cosa, la dice lunga. Miuccia Prada e Silvia Venturini Fendi sono unite nel dire che una donna vestita da femmina, con tutto l’armamentario di cliché del caso - dalle gambe in vista ai bustini, dalle giarrettiere alle reti - non è da prendere meno sul serio, non è da considerare vittima del maschilismo che modella il pensiero dominante. La femminilità è potere: non c’è nulla di più semplice ed evidente, alla faccia del #MeToo e di certo moralismo protestante e bacchettone.

Prada, femminilità e  new glamour per l’AI 2020/21

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Da Prada, la signora parla di glamour surreale. Il set dalle luci rosse, con le pareti che brulicano pattern della Secessione Viennese è inquietante e allucinato come una scena di Suspiria, nell’originale di Dario Argento. Il richiamo non sembra accidentale: il consesso di streghe istitutrici nel film altro non è che un collettivo di superfemmine. Viste dall’alto mentre camminano intorno a una scultura di Atlante che regge il mondo - altra metafora al femminile? La signora smentisce - le modelle sono torreggianti, e non solo per i tacchi vertiginosi.

Sovrastano, metaforicamente, il pubblico, anche con il cerchietto da bebè. Emanano fierezza e possanza nei tailleur di flanella grigia con le giacche strizzate in vita e le gonne dagli spacchi inguinali, nelle gonne di frange danzanti indossate con i pullover ricamati.

«Ho voluto creare un confronto tra leggerezza e peso, immaginando il glamour come utile, ma rompendo la logica con l'istinto», spiega Miuccia Prada. Programma ineccepibile, che si realizza solo in parte. Quel che manca per far deflagrare il messaggio sono proprio istinto e spontaneità: tutto è troppo lambiccato e troppo lavorato, frutto di un linguaggio moda che, malgrado gli sforzi, o proprio in ragione di uno sforzo eccessivo, non pare più allineato sul contemporaneo. Basterebbe, forse, solo un po’ di leggerezza, di frivola a sventatezza.

 Fendi, la morbidezza diventa punto di forza

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Da Fendi il rosa boudoir dilaga a partire dal set, che non è più dritto e severo come di solito, ma tutto un ondeggiar di curve, uno sculettare di sedute vellutate. In questo spazio sinuoso, Silvia Venturini materializza una moltitudine di donne di ogni età e tipo fisico, unite dall’essere «libere, indipendenti e forti». Delle dominatrici, fieramente e potentemente sessuali, vestite non solo di pelle nera, ma anche di matelassé rosa, di grigio e colorini delicati, non più significanti di remissività, ma al contrario di potenza perché, dice, «il potere si può esprimere attraverso la femminilità». Il risultato è esaltante.

Le Marie Antoinette del cartoon di Moschino sono birichine e irriverenti, e fanno dell'esser sciocche la propria arma di seduzione. Da Pucci, l'inattesa collaborazione con Christelle Kocher, in arte Koché, talento tra i più interessanti della nuova generazione, energizza senza stravolgerlo il linguaggio della maison, mentre da Benetton Jean Charles de Castelbajac conferma che il talento non ha età e così il pubblico di riferimento. All'insegna del blending, ovvero il mix, mescola tutto con verve e humor, rafforzando il nuovo corso dello storico marchio.

Max Mara, navigazioni di stile verso l’oceano

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«La donna Max Mara inclina usualmente al power dressing, e di certo ha un controllo assoluto della propria vita - racconta Ian Griffiths, direttore creativo di Max Mara -. Visti i tempi che corrono, ho pensato di offrirle una via di fuga, nella forma di un inatteso romanticismo da mare in inverno». Nessun tropicalismo fuori stagione - nonostante il preoccupante dilagare del global warming - bensì un proliferar di rouche sulle maniche di pastrani da capitano di marina, e una rilassatezza di volumi che si traduce in capi ad alto tasso di desiderabilità.

Da Giada, Gabriele Colangelo semplifica e purifica giocando sulla opposizione di spontaneità e controllo. Segna la vita, evitando che tutto il sottrarre diventi troppo etereo e angelicato, e il risultato ha una eleganza tersa che è offuscata da una certa monotonia dell'enunciato, dall'assenza di scosse. Scosse che arrivano in fine da Act N.1, tra tailoring affilato, ibridi sartoriali e tutto un liquefarsi di maschile e femminile urlato con naturalezza e senza forzature.

Per approfondire: Scopri lo Speciale Moda Donna del Sole 24 Ore

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