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Da Prodi e Rovati, oltre un decennio di progetti sulla carta

di Carlo Marroni

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(apao0 - Fotolia)


3' di lettura

Il termine ricorrente era quello usuale dei piani finanziari elaborati dalle banche d’affari e dai consulenti quando si vuole “creare valore”, un po’ a tavolino: spin-off. Lo scorporo della rete Telecom, un tema che qualche volta era spuntato nel dibattitto economico specie dopo quello che aveva realizzato l’Enel con Terna, deflagrò nel settembre 2006.

Una deflagrazione che per qualche giorno agitò non poco le acque governative del Prodi-2, per non parlare della crisi al vertice di Telecom Italia. Eppure si trattava di qualcosa che aveva ed evidentemente ha ancora un fondamento, visto che a distanza di quasi dodici anni se ne torna a parlare, e lo fa direttamente la società, ora sotto il controllo francese. Tutto lo ricordano come il “piano-Rovati” dal nome dell’allora consigliere economico del premier, imprenditore bolognese con un passato di giocatore professionista di basket, che lo trasmise a Marco Tronchetti Provera, in procinto di varare un super piano di riassetto del gigante telefonico del quale palazzo Chigi era all’oscuro.

Una storia che pare lontana anni luce e pure così attuale, visto che i temi sono gli stessi di allora (i numeri chissà), e anche i nomi ricorrono senza tempo, a parte Rovati che pochi anni fa è scomparso prematuramente. Il documento – che spuntò all’inizio della celebre missione di Romano Prodi in Cina e l’accompagnò con le sue crisi collaterali per tutta la durata, fino alla drammatiche dimissioni di Rovati da consigliere di palazzo Chigi, incarico gratuito – era una densa fotografia di 27 pagine con l’analisi dei punti di forza e di debolezza, e le opzioni in campo. Che sostanzialmente erano due: o l’internal breakdown, una soluzione all’inglese tipo Open Reach, o la scissione e la quotazione successiva, modello Terna appunto.

E qui, a pagina 14, spunta per la prima volta il nome della Cdp, che poi trova sempre più spazio, fino a ipotizzare una quota del 30% per un esborso di 5 miliardi, mentre per Telecom la plusvalenza sarebbe arrivata fino a 21 miliardi e un flusso di cassa netto di 11 miliardi. I fatti sono noti: questo piano – chiaramente elaborato da una banca d’affari, anche se il consigliere del Prof. assicurò che fosse un lavoro artigianale (basta riguardare il piano per capire che non lo era) era stato trasmesso a Tronchetti in busta chiusa con un biglietto di Rovati con carta intestata della presidenza, e fu quella leggerezza che lasciò spazio all’accusa di ingerenza e tutto il resto.

Tronchetti si dimise dalla presidenza di Telecom, sostituito da Guido Rossi - anche per lui un ritorno - e anche Rovati lasciò, incontrando i giornalisti in un sottoscala a dell’assemblea del Popolo di Tien An Men annunciando le sue dimissioni, forse le prime nella storia di quel palazzo avvenute senza essere accompagnate da un arresto delle guardie rosse.... Ma chi aveva effettivamente ideato il piano? Rovati ammise di averne parlato con Franco Bernabè (ma anche con Francesco Caio), allora alto esponente della banca d’affari Rothschild, e che in seguito era tornato ai vertici operativi di Telecom. In quella veste si era opposto alla scissione, ma anche il suo ruolo era cambiato. Oggi il nome di Bernabè è ancora in prima fila: è l’unico italiano nel cda di Tim in grado al momento di assumere le deleghe sulla sicurezza (così come prescrive la legge italiana in merito alle aziende ritenute strategiche per gli interessi nazionali) dopo le dimissioni da questi ruolo di Giuseppe Recchi. E fu fatto anche il nome di Claudio Costamagna, da due anni alla presidenza di Cdp, e allora advisor della News Corp. di Murdoch, che durante l’estate aveva aperto una sorta di tavolo negoziale con Telecom.

Il risultato fu una del tutto inconsistente burrasca politica come ne accadono di continuo, che culminò nell’intervento di Prodi in parlamento, quando fu costantemente interrotto dall’opposizione ogni volta che riprendeva da dove aveva dovuto fermarsi, «per me , in particolare, sarebbe anche sconfessare parte della mia storia professionale....», tanto che Fausto Bertinotti interruppe la seduta per un po’. Ma dello scorporo della rete Telecom e delle prospettive del colosso telefonico, dopo la cessione del controllo da parte di Olimpia, parlerà diffusamente mesi dopo al Senato l’allora ministro delle comunicazioni, Paolo Gentiloni.

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